Non so, ma so che Wisława Szymborska è meraviglia
L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante non so” spiegò Wisława Szymborska durante il discorso tenuto in occasione del suo Nobel per la Letteratura. Pensiamo che l’ispirazione derivi dalla padronanza assoluta delle cose del mondo, confondiamo la conoscenza con la certezza, mentre il sapere è soltanto un trampolino. Il salto nel vuoto è un’opportunità, uno spazio di scoperta che nell’era digitale si sta sgretolando: ora sappiamo tutto e sappiamo subito. Ma se ci pensassimo per quello che siamo, ovvero semplici mortali in viaggio su un pezzo di roccia, lanciati nello spazio attorno al Sole a centosettemila chilometri orari, in mezzo a un vuoto insondabile, ci accorgeremmo che riempirsi di certezze è ben poco utile. E potremmo forse allora sopportare questa devastante consapevolezza adottando quelle due parole piccole ma alate, come le definiva Szymborska: “non-so”.
Nata il 2 luglio 1923 a Kórnik, in Polonia, Wisława Szymborska si trasferì con la famiglia a Cracovia nel 1931, dove visse fino alla morte nel 2012. Durante l’occupazione tedesca, seguì corsi clandestini per proseguire gli studi, diplomandosi nel 1941. Il lavoro obbligatorio presso una ferrovia la tenne lontana dai campi di concentramento, ma la costrinse a confrontarsi comunque con le imposizioni della Storia. Il dolore della guerra la spinse inizialmente a credere nelle promesse di giustizia e ricostruzione sociale del Partito Comunista, a cui aderì negli anni successivi al conflitto. Le sue prime raccolte poetiche, come “Dlatego żyjemy” (“Per questo viviamo”) del 1952 e “Pytania zadawane sobie” (“Domande poste a me stessa”) del 1954, riflettono l’influenza del realismo socialista, in linea con l’ideologia dominante dell’epoca. Tuttavia, con la pubblicazione di “Wołanie do Yeti” (“Appello allo Yeti” tradotto e pubblicato in Italia da Libri Scheiwille) del 1957, Szymborska segnò un distacco significativo dalla sua precedente poetica, abbandonando i temi politici per esplorare questioni più universali.
«Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.
Qualcuno deve spingere le macerie
ai margini delle strade,
per far passare
i carri pieni di cadaveri.»
Da La fine e l’inizio, 1993
La sua carriera fu segnata, oltre che dalle vicende storiche, dalle limitazioni del regime stalinista: nel 1952 la pubblicazione del suo primo libro fu rifiutata per le posizioni ideologiche, e negli anni seguenti la censura divenne un’ombra costante. Anche la repressione del 1956 e la Primavera di Praga del 1968 alimentarono il disincanto di Szymborska verso il totalitarismo, che trovò eco nella sua poesia, permeata da una riflessione continua e aperta sulla vita, la libertà e la fragilità umana. Nonostante gli eventi traumatici, Wisława Szymborska non si trasformò mai in una poetessa gravata dal dolore e dalla retorica del pessimismo. Al contrario, la sua poesia si distingue per un’ironia raffinata e, a volte, per una leggerezza giocosa, capace di trattare eventi drammatici con un’innocenza sorprendente e una purezza disarmante.
«Ricordo bene quella paura infantile.
Scansavo le pozzanghere,
specie quelle recenti, dopo la pioggia.
Dopotutto qualcuna poteva non avere fondo,
benché sembrasse come le altre.
Farò un passo e d’improvviso sprofonderò tutta,
comincerò a volare verso il basso
e ancora più in giù,
verso le nuvole riflesse
e forse anche oltre.
Poi la pozzanghera si asciugherà,
si chiuderà su di me,
ed eccomi rinchiusa per sempre
dove un grido non arriva in superficie.
(…)»
Da Pozzanghera, 1967
Ma la sua curiosità intellettuale era vasta, e abbracciava anche la scienza, la biologia, l’astronomia, temi che esplora nelle sue poesie senza mai cercare risposte eccezionali o assolute. Rifletteva piuttosto sulla bellezza della domanda, la necessità del dubbio: il “non so” era il suo modo di abitare la vita. È come se le sue parole ci invitassero a sostare sulle soglie, a contemplare i margini dell’invisibile, dove ogni certezza vacilla e si apre lo spazio per la meraviglia. In un’intervista, Stas Gawronski (insegnante, giornalista culturale e scrittore) fa riferimento proprio all’incredibile capacità della scrittrice polacca di meravigliarsi: “ha lo stesso stupore che hanno i bambini, che, come diceva Émile Zola, grazie a questo stupore riescono a vedere l’universo nella sua interezza.” Szymborska prende un evento semplice, magari trascurabile, che tutti abbiamo notato e poi dimenticato perché “ovvio”; mette sotto la lente d’ingrandimento i nostri piccoli tic, le nostre contraddizioni, le manie. È il suo modo di trattare il quotidiano, il suo particolarissimo periscopio.
La raccolta delle poesie di Wisława Szymborska è stata pubblicata da Adelphi a cura di Pietro Marchesani (pp.774; € 19,00)
«Morire: questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto è mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto è fuori posto.
E la sera la lampada non brilla più.
(…)»
Da Il gatto in un appartamento vuoto, 1992
La sua è una poesia che si spoglia dell’artificio, che pone al centro l’esperienza umana nella sua forma più cruda; non cerca di insegnare, ma di aprire spiragli di realtà, rivelando l’eccezionalità nelle pieghe più ordinarie dell’esistenza. Come il “semplice” atto di guardarsi vivere: tra le sue opere più celebri “Nella moltitudine”, dove scrive della casualità della vita, di essere noi e nessun altro.
«Sono quella che sono.
Un caso inconcepibile
come ogni caso.
In fondo avrei potuto avere
altri antenati,
e così avrei preso il volo
da un altro nido,
così da sotto un altro tronco
sarei strisciata fuori in squame.
Nel guardaroba della natura
c’è un mucchio di costumi: di
ragno, gabbiano, topo campagnolo.
(…)
Potevo essere qualcuno
d’un formicaio, banco, sciame ronzante,
una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento.
Qualcuno molto meno fortunato,
allevato per farne una pelliccia,
per il pranzo della festa,
qualcosa che nuota sotto un vetrino.
Un albero conficcato nella terra,
a cui si avvicina un incendio.
Un filo d’erba calpestato
dal corso di incomprensibili eventi.
(…)
E se nella gente destassi spavento,
o solo avversione,
o solo pietà?
Se al mondo fossi venuta
nella tribù sbagliata
e avessi tutte le strade precluse?
La sorte, finora,
mi è stata benigna.
Poteva non essermi dato
il ricordo dei momenti lieti.
Potevo essere me stessa – ma senza stupore,
e ciò vorrebbe dire
qualcuno di totalmente diverso.»
Da Nella moltitudine, 1996
Più volte tacciata di essere troppo semplice, troppo popolare e troppo apprezzata, talvolta erroneamente associata a palati grossolani e lettori profani, la poetessa polacca vincerà il Nobel nel 1996. In un’intervista rilasciata nello stesso anno, le chiesero perché scrivesse poesie: “Io proprio non lo so. La poesia comincia dove finisce l’ovvietà. Credo che la risposta sia da ricercare fra i lettori, piuttosto, non fra gli autori. Io seguo un impulso quasi vitale, ma è la risposta del lettore che tiene in vita quell’impulso, che si perpetua. Perché il lettore d’un tratto ama una poesia?”.
«Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.
Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da molto tempo potevano incrociarsi?
Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno «scusi» nella ressa?
un «ha sbagliato numero» nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.
Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso giocava con loro.
(…)»
Da Amore a prima vista, 1993
In occasione dell’uscita di “Canzone nera” per Adelphi, nel 2022, è stato chiesto alla traduttrice Linda Del Sarto, cosa ancora sfuggisse della figura della poetessa polacca: “Non credo ci sia molto da capire. Credo che Szymborska sia davvero per e di tutti, perché la sua poesia è stratificata, la si può interpretare a più livelli: si può leggere con leggerezza o soffermarsi, andando più in profondità. La sua forza sta in questo, parlare di grandi temi senza fronzoli, con poche, semplici, parole”.
In un’intervista Pietro Marchesani, il suo principale traduttore italiano, racconta che Szymborska aveva un’attitudine molto profonda nei confronti del linguaggio: “diceva che giocare con le parole è una cosa serissima, il che può sembrare un paradosso. Liriche scritte per divertimento, ma in cui sotto c’è una sorta di filosofia esistenziale.” In merito a una visione religiosa dell’esistenza Marchesani risponde che nell’universo letterario di Szymborska si possa trovare un’opzione alternativa alla religione, perché spesso la sua poesia è metafisica, versione ironica e autoironica dell’esistenzialismo. Alla domanda “c’è qualcosa di misterioso o assolutamente indecifrabile che ha notato in lei?” Marchesani rispose: “Immagino il suo modo di scrivere. Una volta ho scherzato sul fatto che Czeslaw Milosz scriveva poesie con più facilità perché, come disse in una circostanza, un demone gli sussurrava i versi all’orecchio. Lei rispose: Sai che sento poesie nei miei sogni? Credo sia qualcosa di straordinario: normalmente facciamo sogni d’azione, lei invece sentiva parole di poesia. Quando si svegliava, le trascriveva su un piccolo quaderno nero. E quando le usava nei suoi versi, le cancellava. È davvero toccante leggere questo quaderno ora e vedere quante righe, che avrebbero potuto trasformarsi in poesie, non sono state sbarrate.”
“(…)
La poesia –
ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so.
Non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano”.
Da Ad alcuni piace la poesia, 1993
Szymborska ha scritto poesie che spaccano la superficie apparentemente banale della realtà, facendo intravedere improvvisamente il germe dell’infinito che si cela in ogni cosa. Leggerla significa comprendere che l’arte non deve risolvere l’enigma della vita, ma piuttosto amplificarne il mistero. Nei suoi versi, ciò che è minuscolo — un granello di polvere, un filo d’erba, un insetto — si allarga in un orizzonte cosmico, e ciò che sembra inaccessibile — una stella, l’infinito — si umanizza fino a diventare parte del quotidiano. Questa sua capacità di intrecciare microcosmo e macrocosmo, di trasformare il dettaglio in epifania, è il motivo per cui la sua eredità non si limita ai lettori di poesia. È in questo “non so” che si manifesta la grandezza di Wisława Szymborska: nel ricordarci che la bellezza della vita non risiede nelle risposte, ma nel coraggio di continuare a porre domande.
