Verso qualcosa, ma cosa?
Intervista a Anna Pazos, autrice di "Tagliare il nervo", che esplora gli anni della sua giovinezza errante, facendoci navigare nell'inquietudine, senza temere di presentare le sue incoerenze.
In Tagliare il nervo (tradotto da Amaranta Sbardella, edito da Nottetempo) la scrittrice, documentarista e giornalista catalana Anna Pazos unisce la lingua intimistica a quella giornalistica per indagare la costante irrequietezza che contraddistingue i suoi vent’anni. Un periodo in cui si è spostata da un luogo all’altro, da Salonicco a Gerusalemme, da Smirne a Dubai, da Amsterdam a New York, e in cui ha attraversato l’Oceano Atlantico su una barca a vela con un equipaggio improvvisato.
Sono pagine contraddistinte da un’onestà a tratti sconcertante, in cui l’indagine di sé passa dal corpo, dalle relazioni, dalla politica e dall’ambizione professionale. Pazos riesce con intelligenza nell’intento di non risultare mai auto-celebrativa, e al contrario mette a nudo le proprie contraddizioni e il suo caos interiore con uno sguardo tagliente, del tutto consapevole del suo privilegio. Interrogandosi comprende che in lei dimora un nervo perennemente scoperto, “che tutto è sempre a un passo dall’abisso, e che l’unica cosa che possiamo fare è correre in direzione contraria”. In questo slancio il cambiamento del sé si alimenta della grande illimitatezza della possibilità, e al contempo delle paure e del crescente disincanto di una ventenne in cerca del suo posto nel mondo.
Sei una giornalista e una documentarista. Come nasce l’idea del libro?
A un certo punto verso la fine dei miei vent’anni sono tornata a Barcellona dopo aver girovagato per un decennio e ho realizzato che c’era una parte di materiale di quegli anni irrequieti – da ossessioni ricorrenti a storie che avevo scritto ma che non ero riuscita a pubblicare – che continuavo a portarmi dietro. In qualche modo, avevo bisogno di liberarmene, e quando sono rimasta incinta a trent’anni è stato un momento in cui mi sono detta “ora o mai più”. Ho scritto il libro durante il secondo e il terzo trimestre della mia gravidanza.
Il libro sfugge a una definizione univoca: è un memoir ma la prosa ha un taglio sia cronachistico sia intimistico. Quanto ha influenzato il tuo background giornalistico nella scrittura di questo libro?
Il giornalismo è una parte importante del libro, visto che racconta gli anni in cui ho cercato di diventare una reporter, o almeno la versione idealizzata di reporter che avevo in mente. Non sono mai stata particolarmente brava come freelance, quindi ho scritto molte storie che non hanno mai visto la luce, e alcune di queste sono finite nel libro. È quindi una sorta di creatura alla Frankenstein, con parti di vecchi articoli giornalistici e parti di saggio personale scritto al tempo presente.
Colpisce la profonda onestà intellettuale con cui demitizzi la figura epica che potrebbe emergere dal tuo autoritratto. Come ti ha fatto sentire metterti di fronte alla te di allora? Che sentimenti hai provato?
Il processo di scrittura del libro è stato un tentativo di decifrare la mia irrequietezza. Ho cercato di evitare l’aspetto autocelebrativo di molte mitologie personali e di arrivare alla radice di ciò che mi motivava. E quello che ho trovato non è stato sempre particolarmente lusinghiero: aveva molto a che fare con l’ambizione, il privilegio, la noia. In alcuni casi, il processo è stato piuttosto inquietante, come quando ho ripensato all’intera esperienza in barca e mi sono resa conto che non era la grandiosa e magnifica storia che avevo costruito nella mia testa.
Essendo una documentarista il passato ha una dimensione concreta, a cui hai accesso immergendoti nei tuoi hard-disk. Sulla traversata oceanica con un equipaggio improvvisato di cui parli nel capitolo Gli alisei esiste un documentario “A story of love, waves and the arms trade”. Questo materiale ha condizionato il modo in cui ne hai scritto?
In un certo senso, realizzare il documentario è stato il primo passo per scrivere questo capitolo. C’erano molte cose che non potevo o non riuscivo a esplorare nel film. Scriverne è stato un modo per approfondire davvero ciò che ribolliva sotto la superficie. Ho riguardato molti video mentre scrivevo il capitolo e spesso è stato difficile fare i conti con certi aspetti del mio comportamento. Probabilmente è un bene non avere dei filmati di ogni singolo episodio della nostra vita.
I temi del fallimento e della necessità di realizzazione sono il fulcro dell’irrequietezza che alimenta la tua continua erranza. Col senno di poi, ritieni che queste esperienze provate in gioventù assumano un valore diverso?
Per me il fallimento era un concetto piuttosto astratto: aveva a che fare con l’incapacità di scrivere qualcosa di significativo, ma anche con la mancanza di riconoscimento sociale, l’impossibilità di mantenermi da sola; e inoltre con l’incapacità di vivere una vita piena, intensa, ricca. Lo scrittore catalano Joan Sales ha descritto questa fame giovanile come un “oscuro desiderio” di una “gloria incerta” che non si riesce davvero a definire. Il rovescio della medaglia di questa fame è una costante insoddisfazione, la sensazione di non essere mai davvero nel posto giusto o di non fare la cosa giusta. Credo che l’irrequietezza non scompaia mai del tutto, ma si possa domare man mano che si acquisisce maggiore controllo sulla propria vita e fiducia in se stessi. Si smette di confrontarsi con gli altri, si sposta l’attenzione dalla propria situazione. In questo senso, anche avere una figlia è stato un enorme punto di svolta.
“Tagliare il nervo” è uscito per Nottetempo a ottobre 2024 con la traduzione di Amaranta Sbardella (p. 252; €16,90).
La paura di vivere un’esistenza ordinaria e l’urgenza di “essere qualcuno” sono motivo di tormento. Quando si diventa “qualcuno” e come si devia dall’ordinario? Senti di aver lasciato il segno a cui ti riferisci nel libro?
Penso che il vero successo arrivi quando smetti di cercare la validazione esterna e inizi a fare le cose per il valore che hanno. Sembra una banalità da manuale di auto-aiuto, ma è abbastanza vero. Ovviamente è molto diverso da come la vedevo a vent’anni, quando “essere qualcuno” era strettamente legato alla percezione che gli altri avevano del mio valore, anche se all’epoca non l’avrei mai ammesso.
C’è stato un periodo in particolare tra quelli di cui narri che è stato più difficile da affrontare e quindi da scrivere?
Probabilmente il capitolo della barca, perché ho rivissuto la profonda ansia che ho provato durante tutto quel periodo e fatto i conti con la mia passata infelicità e insoddisfazione.
Queste pagine sono una profonda indagine sul corpo. Che valore attribuisci al sesso e alle droghe nella scoperta di sé?
Sia il sesso che le droghe sono stati per me delle porte d’accesso a quel tipo di intensità emotiva che ho continuato a cercare per tutto il corso dei miei vent’anni. Non nego il valore dell’esperienza del sesso occasionale e del consumo di droghe, ma, se devo essere sincera, spesso a quei momenti seguiva una sensazione di vuoto e angoscia, l’opposto rispetto al tipo di connessione che desideravo realmente vivere. È il lato oscuro della “liberazione”, quello che mi ha portata a un periodo di quasi depressione alla fine dei miei anni a New York.
Scrivi: “nasciamo con una limitata possibilità di sorpresa e di entusiasmo”, e che se viene esaurita troppo in fretta, poi si vive in una sensazione di ripetizione. Pensi che le esperienze che hai vissuto durante i tuoi vent’anni abbiano esaurito le tue riserve di sorpresa ed entusiasmo? La noia e l’inerzia sono altri temi ricorrenti, soprattutto nel capitolo dedicato al tuo periodo a Salonicco. Che rapporto hai oggi con la noia?
Ho una bambina di due anni, quindi i concetti di “noia e ripetizione” hanno assunto per me un significato completamente nuovo. Ora la noia e la ripetizione sono parti intrinseche della mia vita quotidiana, ma non le considero qualcosa da cui fuggire, bensì qualcosa che mi ancora alla realtà. Questo non significa che viva in pace, sto affrontando una nuova serie di sfide, come dover conciliare le diverse parti di me stessa e trovare il tempo per scrivere ogni giorno. In questo senso, la maternità mi ha portata a vivere in un tempo assolutamente presente.
In una riflessione sulle tue radici, affermi che il “catalano era la lingua di famiglia, materna, intima” mentre “il castigliano era quella dei libri, del cinema, e di qualsiasi forma di espressione scritta che aspirasse a un minimo di elevazione”. Ho visto che hai tradotto tu stessa il libro in castigliano, com’è stato?
È stato interessante perché ho potuto leggere il libro con gli occhi di una traduttrice, individuando errori o incongruenze che non avevo notato prima. Una volta che avevo tutta la versione spagnola, sono tornata alla versione catalana (che non era ancora stata pubblicata, sono uscite contemporaneamente) e sono riuscita a migliorarla.
A diciott’anni tua madre e il suo compagno ti regalarono una scatola contenente decine di libri, i quali costituiscono il nocciolo delle tue conoscenze. Se dovessi preparare una scatola simile per tua figlia, che libri ci metteresti dentro?
Wow, che bella domanda. Per i suoi anni a venire includerei sicuramente alcuni dei libri che hanno segnato la mia infanzia, di Roald Dahl, Michael Ende, James Barrie, Lewis Carrol, dei fratelli Grimm. E per più tardi: Omero, Eschilo, Saffo, la Bibbia; Montaigne, Proust; Dostoevskij, Bulgakov, le sorelle Brontë, Woolf, Bernhard, Plath, Lessing, Kertész, Ginzburg, Márai, Arenas, un po’ di Joan Didion e Janet Malcolm e Sontag e Camille Paglia, Josep Pla…
Il libro si conclude con un momento a Barcellona, quasi catartico e forse illusorio, di essere finalmente arrivata a casa. Ora dove vivi? Ti senti a casa?
Vivo a Barcellona, e anche se il concetto di “casa” è un po’ instabile, sento decisamente di essere nel posto giusto e non c’è altro posto in cui crescerei mia figlia.
