Immagine: Lo scrittore austriaco Thomas Bernhard. Foto: The Brooklyn Institute for Social Research

Verità e finzione: lasciarsi trascinare da Thomas Bernhard

È una capacità delle menti aperte e ricettive riuscire a comprendere la propria gente in profondità, nel bene e nel male. Non distogliere lo sguardo dai difetti, così come non dilungarsi sui pregi, e scrivere dunque righe che rimangono attuali anche con il trascorrere degli anni, dopo la morte dell’autrice o dell’autore che fa parte di quel popolo. Sono trascorsi trentacinque anni dalla morte di Thomas Bernhard a Gmunden, nell’Alta Austria, e i dialoghi dei suoi personaggi, incalzanti e avvolgenti, denotano ancora una grande attualità.

In un racconto molto breve dello scrittore ambientato a Innsbruck e intitolato “Il mantello di Loden” (contenuto in “Midland a Stilfs”, pubblicato da Adelphi con la traduzione di Giovanna Agabio) un padre di famiglia e proprietario dell’unico negozio di articoli funebri del Tirolo si trova a indossare un cappotto che fagociterà la totale attenzione dell’avvocato protagonista della storia perché uguale a quello dello zio morto. Ma sono le preoccupazioni del cliente a risuonare in noi: un figlio da poco sposato, e succube di una moglie venuta dal basso e avida, lo rilega in appartamenti sempre più scomodi e lo esclude via via dal negozio e dalla vita commerciale che aveva amato.

L’ossessione per il profitto, la preoccupazione per l’inverno incombente e il raccolto misero, le continue lamentele degli avventori nelle osterie, le diatribe infinite se sia meglio costruire una diga per creare lavoro e ricchezza o mantenere intatto il panorama naturale: sembrano le stesse voci che sento una volta al mese in un programma televisivo serale a stampo giuridico, come se l’Austria e i suoi abitanti non siano cambiati poi molto da quando Thomas Bernhard lanciava stilettate alla società e ai politici austriaci nelle sue opere e interviste.

Il paese da molto tempo ha fatto la scelta commerciale oculata di puntare la propria promozione turistica sull’aura di nostalgia della monarchia asburgica tramontata. La stessa Salisburgo in cui Bernhard ha vissuto una buona parte della sua vita ha investito così tanto nel presentarsi agli altri come la città della musica, con i suoi Festspiele annuali, le visite alla casa di Mozart, la vendita di quintali di Mozartkugeln di differenti marche e da qualche anno, anche i richiami continui e relativo tour turistico del musical Disney “Tutti insieme appassionatamente”, (pellicola che nessun austriaco da me conosciuto finora abbia mai veramente visto) da aver dimenticato o represso la complessità del loro passato. Una colata d’oro e di stucchi panna su macerie annerite.

“E io sono di casa proprio qui in questo ambiente micidiale che mi è connaturato, sono di casa in questa (micidiale) città e in questi (micidiali) paraggi più che in altri, e quando oggi cammino per questa città, e credo che questa città non abbia nulla a che fare con me, perché io non voglio averci nulla a che fare, perché da molto tempo non voglio più averci a che fare, ciò nonostante tutto dentro di me (e anche esteriormente) proviene da lei: io e la città siamo uniti da una relazione per la vita, una relazione inscindibile, benché atroce”.

Bernhard scriveva queste righe nella prima delle cinque opere che, grazie alla casa editrice Adelphi, sono tornate a settembre nelle librerie italiane e che insieme compongono la sua autobiografia: L’origine, La cantina, Il respiro, Il freddo e Un bambino. Diverso questa volta è il formato, non più in cofanetto ma in un pratico tascabile. Un Bernhard da viaggio, da portarsi dietro in tram o in treno, ma probabilmente nel solo caso di trovarsi nei compartimenti silenziosi e che i vicini non siano molesti. Perché un dato è certo: l’autore austriaco non è mai stato uno scrittore di facile lettura, mai si è preoccupato della complessità della sua sintassi, con frasi che si piegano su di loro a fisarmonica, che tornano indietro per prendere la rincorsa e buttarsi di nuovo in avanti, e non una, ma centinaia di volte. Questo suo modo di esprimersi è stato spesso paragonato a un mulinello o a un gorgo di un fiume, un continuo turbinare che ti porta sempre più in profondità nel tema. A me ricorda più le valanghe nubiformi che travolgono all’improvviso ricoprendo inesorabili i malcapitati, e forse è qui il punto focale dei suoi libri: il trascinamento.

Verità e finzione: lasciarsi trascinare da Thomas Bernhard

“Autobiografia” è uscito per Adelphi a settembre 2024 (pp. 574, €16). Traduzioni di: Eugenio Bernardi (La cantina), Renata Colorni (Un bambino), Umberto Gandini (L’origine) e Anna Ruchat (Il respiro e Il freddo)

Questa autobiografia, divisa in cinque parti, denota una struttura interessante. Da L’origine fino a Il freddo seguiamo lo scrittore per un lasso di anni che vanno dal suo inizio scolastico in collegio (impossibile qui dimenticare la figura dello Zio Franz, la quale causò poi uno dei numerosi processi legali per diffamazione nei confronti di Bernhard) fino ai suoi diciannove anni. Con l’ultimo libro invece si compie un salto improvviso a ritroso e ci ritroviamo con lo scrittore bambino a rubare la bicicletta (purtroppo non la stessa ritratta in copertina da Horowitz nella cantina dello scrittore) del tutore soldato in guerra in Polonia e a pedalare a perdifiato verso la zia Fanny. In questo ultimo volume, Bernhard riporta in vita il ricordo dell’amato nonno materno, scrittore anch’esso, e lo fa con una delle sue tecniche narrative più riuscite, il Bericht, il resoconto, lo stesso che si ritrova nel pittore in Gelo e nel principe Saurau in Perturbamento.

Leggere l’Autobiografia di Bernhard dona una maggiore comprensione non solo di tutte le sue opere di finzione, ma anche del suo modo di vivere la scrittura. Una fatica estrema, come ammetteva lui stesso, che aveva rinunciato a essere cantante per via della tubercolosi, e musicista o apprendista perché mestieri considerati da lui troppo facili: voleva qualcosa di difficile, un’attività su cui riversare il suo impegno e la sua tenacia rabbiosa e dunque finì per scegliere la scrittura. Lui e i suoi personaggi emergono da valli anguste e nevose, da Strassen e Gassen di Vienna fino a quelle della mia Innsbruck, portando spesso su di loro malattie sconosciute del corpo e soprattutto dell’anima.

Sono trascorsi quarantanove anni da quando uscì con la casa editrice Residenz il primo di questi libri, Die Ursache. Eine Andeutung (1975) e quarantadue per la traduzione italiana di Umberto Gandini per Adelphi nel 1982. Die Ursache in tedesco significa la causa o anche il motivo, la ragione di un fatto accaduto. Occorre però sottolineare che questi cinque libri vanno a comporre sì un’autobiografia, ma questo non vuol dire che gli avvenimenti narrati siano veramente successi. Essi sono reali perché scritti, ma la realtà della pagina non coincide necessariamente con quella dei giorni vissuti.

“Tutto nei miei libri è artificio” dichiara Bernhard nel 1970 in Drei Tage, un video tra documentario e lascito letterario, ovvero tutto: “figure eventi, azioni si svolgono su di una scena”. Per la gran parte del cortometraggio in bianco e nero, l’autore salisburghese siede al lato di una panchina bianca come una prima versione di Forrest Gump (da lui però non riceveremo nessun cioccolatino e sicuramente non le iconiche palle di Mozart) e il messaggio è chiaro: tutto è finzione, ogni cosa è una rappresentazione. Il lettore deve approcciarsi ai suoi scritti con la stessa predisposizione dello spettatore a teatro: prima il buio delle luci spente, il rumore sommesso degli archi che testano il suono e poi a un tratto, su il sipario e il personaggio compare davanti ai nostri occhi. Che l’autobiografia sia al contempo realtà e finzione è una discussione che viene sempre riproposta, anche nella scrittura iperrealistica sembra che spesso i lettori si dimentichino che è lo scrittore a scegliere cosa scrivere e come farlo. È nella selezione di ricordi, parole e persone da mostrare, che lascia da parte la realtà del passato, comunque diversa a seconda di chi l’abbia vissuta, e così nasce la letteratura.

Ne abbiamo un esempio anche nel fatto che, dalle vicende narrate, mancano persone che sappiamo vissero al fianco dello scrittore, come i fratelli, ridotti a sporadiche figure sfocate sullo sfondo dei drammi di salute del resto della famiglia. Grande assente risulta essere anche la madre, anche se non mancano gli accenni all’infanzia caratterizzata dal trauma del non essere stato mai riconosciuto dal padre naturale, che abbandonò la donna poco dopo il concepimento. È lo stesso Bernhard, comunque, a scrivere che non è quello il luogo per discutere del legame con la madre e del loro conflitto.

“Ogni volta che mi vedeva, vedeva mio padre, l’amante che l’aveva abbandonata. Fin troppo distintamente lei vedeva in me colui che aveva distrutto la sua vita, avevo, come so bene, la sua stessa faccia, perché ho pur visto una volta una fotografia di mio padre. Eravamo identici in modo stupefacente. La mia faccia non era solo simile alla faccia di mio padre, era la sua stessa faccia. La più grande delusione della vita di mia madre, la sua più grande sconfitta, fu lì davanti a lei quando io venni al mondo”.

Oltre a quello che gli esperti hanno definito il mito dell’origine, temi centrali di queste opere sono la malattia e il suicidio, come lo sono d’altronde in tutto il lavoro dell’autore. Non è un caso che già all’inizio, all’esergo di L’origine ci sia una citazione di un famoso quotidiano salisburghese con una statistica dei suicidi nello stato federale.

“Ogni anno duemila persone tentano di porre fine alla loro esistenza nella provincia confederata di Salisburgo, e un decimo di questi tentativi di suicidio ha un esito mortale. Salisburgo detiene così in Austria – che con l’Ungheria e la Svezia registra le più alte percentuali di suicidio – il record nazionale. Salzburger Nachrichten, 6 maggio 1975”.

È con l’ultima frase in Respiro che entriamo poi nel macro-mondo del sanatorio, a Grafenhof nei pressi di St. Veit, il quale verrà in seguito dettagliatamente descritto nella terza parte, Il Freddo, che già nel sottotitolo (una segregazione) riassume la vita dei pazienti.

“Con la cosiddetta ombra sul mio polmone, un’ombra era di nuovo calata sulla mia esistenza. Grafenhof era una parola funesta, a Grafenhof dominavano in maniera assoluta e con perfetta immunità il primario e l’assistente di quest’ultimo, nonché le condizioni, terribili per un giovane come me, di un pubblico sanatorio per tubercolotici”.

Quello del sanatorio è un tema letterario con una storia longeva, basti pensare al Zauberberg di Thomas Mann. Uomini e donne rinchiusi in palazzi ricoperti di vetrate e pieni di spifferi circondati dalle vette delle Alpi, montagne che per Bernhard sono schiaccianti, immobili nel fermare continuamente lo sguardo e che, con la loro ombra, incombono su chi è costretto a vivere ai loro piedi.

A distanza di decenni la tubercolosi in Europa come in Austria è praticamente debellata, tuttavia i sanatori, con il loro malinconico ricordo della monarchia passata, esistono ancora. Ristrutturati e rimodernati accolgono ora i pazienti per la riabilitazione da colpi apoplettici, malattie degenerative o per i casi di burnout. È proprio all’ospedale, lo stesso in cui lo scrittore e l’amato nonno finirono contemporaneamente e nel quale quest’ultimo morirà, che Bernhard ci sorprende con un inno alla vita nonostante i suoi precedenti tentativi di suicidio già in giovane età (di cui non fa alcun accenno). È in quella stanzetta ospedaliera lurida che il giovane Thomas decide di rimanere vivo, di non farsi soffocare dalle lenzuola.

“Volevo vivere, tutto il resto non aveva importanza. Vivere, vivere la mia vita, viverla come e fino a quando mi pare e piace”.

Una vita che lo ha portato a donarci attraverso la scrittura uno sguardo e una voce ossessiva che non ristagna nel passato ma che ci trascina, come le valanghe, nel futuro.

Ben Eccher

Giurista di giorno, lettrice di sera, gattara sempre. Ha oltrepassato la linea di confine dei trenta e anche quella del Brennero. Da dodici anni abita in Austria: per i tirolesi è l’italiana e per gli italiani la tirolese, vive dunque il dilemma di Balto: non è cane e non è lupo, sa solo quello che non è. In perenne crisi di identità, alla domanda: ma tu in che lingua sei te stessa risponde che non lo sa, in tutte e due, anzi, forse è veramente lei quando legge e indossa le parole degli altri.

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