Verde lucente

Avrò avuto nove o dieci anni quando rubai quei biscotti. Li tenni nascosti in tasca per tutto il pomeriggio, cercandoli ogni tanto con la mano per compiacermi di quel piccolo segreto. Tornata a casa svuotai le tasche sul tavolo di cucina: i biscotti sbriciolati si erano mischiati a bruscoli, pezzetti di carta, foglie e fiori secchi. Le tasche di una bambina come buchi neri. La mamma aveva posato lo sguardo su quei mucchietti e poi su di me, in attesa di una spiegazione.
«Uno per me, uno per te e uno per il babbo» sperai di riscattarmi.
«Li hai rubati?»
«Certo che no» distolsi lo sguardo, colpevole.
«Certo che no» scimmiottò lei, «guai eh!».
Ero china sul tavolo, nel tentativo di tagliare un granello di zucchero. Quando sollevai la testa vidi che il suo sguardo, sepolto dalle palpebre cadenti, lasciava trasparire un timore: era terrorizzata che facessi brutta figura con i Riva, i venerati vicini da cui passavo i pomeriggi. La figlia, Esmé Riva, era mia coetanea e compagna di gioco, il che era per mia mamma un tale motivo di vanto che la domenica a messa, quando i Riva sfilavano agghindati lungo la navata della chiesa, lei agitava le mani in modo animalesco per salutarli. Fremeva di soddisfazione quando loro, seppur rapidamente e con gesti sostenuti, ricambiavano. Gli sguardi dei vicini di panca la gonfiavano d’orgoglio, lasciandola appagata fino alla domenica successiva quando la scenetta si ripeteva daccapo. «Saluta» mi diceva sottovoce sgomitando, «e stai dritta». Passava sei giorni ad aspettare il settimo quando, finalmente, riponeva le pantofole nella scarpiera e indossava i sandali in pelle con i cinturini logorati dal tempo. Nella scollatura del petto, che di solito emanava un tiepido odore di stantio, si riempiva di borotalco. Dopo la messa, in macchina verso casa, osservavo sfilare i campi oltre il finestrino mentre con le dita ne ricalcavo il profilo. Con la lingua tamburellavo sul palato, dove si era depositato il retrogusto colloso dell’ostia. Avevo atteso a lungo prima di poterla assaggiare, per restarne poi così delusa: un disco sottile al sapore di cartone. Delle omelie non ricordavo niente. Non ascoltavo mai, ero troppo concentrata a osservare il resto: i visi rugosi, le giacche spolverate dalla forfora, l’odore della vecchiaia, le mani raggrinzite che durante il segno della pace stringevano le mie, lisce e minute. Pensavo a tutto il tempo che avevo a disposizione e che loro avevano già consumato e ricambiavo quelle strette di mani con poca energia, per non essere sfacciata nel ricordarglielo. Credo mi vergognassi del pensiero di sopravvivergli. Inoltre mi sembrava impossibile che un giorno anch’io sarei stata come loro. Non riuscivo a concepire il futuro, né il passato: osservavo le fotografie ingiallite sparpagliate per casa, di cui mia madre parlava con la voce venata di emozione, e cercavo di concentrarmi su quei volti sbiaditi, per cogliere la vita che c’era scorsa dentro, ma niente. Esisteva soltanto il presente, in cui io ero una bambina di dieci anni. Una bambina di dieci anni con le orecchie a sventola. Ogni sera prima di addormentarmi mamma si sedeva sul bordo del letto e mi applicava dei cerotti enormi sulle orecchie «per guarirle», diceva, anche se io ci sentivo benissimo, dopodiché chiudeva gli occhi e diceva la preghiera della buonanotte. Io in silenzio mi divertivo a passarle le mani davanti, per vedere se barasse, poi mi avvicinavo al suo viso, scrutando le macchie solari che lo punteggiavano, i folti peli delle sopracciglia e quelli radi tra naso e bocca. Non barava, perché non apriva mai gli occhi finché, finita la preghiera, si avvicinava e mi dava un bacio sulla fronte, lasciando qualche chicco di saliva che ripulivo col dorso della mano quando non guardava già più. 

Tra i miei genitori c’era una differenza sostanziale: mio padre si fidava delle persone povere mentre mia madre di quelle ricche. Io non riuscivo a distinguere le due categorie fino a che non conobbi la famiglia di Esmé e persino allora, almeno all’inizio, continuò a essere una distinzione confusa, di cui però percepivo l’ingombranza. Sentivo che era quello il motivo per cui mia madre con i Riva appariva sempre affannata: sembrava sommersa dalla loro realtà, dal loro modo di vivere, di parlare, di essere. Come fosse un passo indietro e dovesse manifestare la sua esistenza, la nostra esistenza. Credo fosse per questo che mi imbellettava di tutto punto per i pomeriggi con Esmé: mi tirava i capelli in due trecce strette al punto che provavo dolore alla testa, che di notte mi grattavo con le dita dalle unghie smangiucchiate; mi lasciava pedalare fino a casa loro con certe divise bigotte che mi imbarazzavano tanto. Uscivo di casa tutta in ghingheri e, una volta imboccata la strada tra i campi, iniziavo a tormentarmi i capelli o il vestito. Andavo da Esmé ogni volta che potevo (o, meglio, ogni volta che lei poteva: quando riusciva a incastrarmi tra le lezioni di violoncello e quelle di danza classica), anche perché uscire e rientrare in bicicletta da sola mi provocava un moto di orgoglio. Pini a destra e lecci a sinistra se andavo, lecci a destra e pini a sinistra se tornavo. Mi presentavo con la fronte imperlata di sudore, arrossata dal prurito del colletto o zoppicante per le ballerine, quelle strette strette da festa. L’imponente cancello d’entrata a casa Riva, adornato da rampicanti e targa in ceramica era, secondo il babbo, una pagliacciata. «Quelli lì sono degli spocchiosi» farfugliava tra sé e sé, «hanno una villa enorme e costosa, ma cafona». Commentare il vicinato lo convinceva di avere un ruolo attivo, come se il mondo fosse lì in attesa delle sue sentenze. La mamma non commentava anche se io vedevo che in bocca si rimasticava un sacco di pensieri, e teneva le labbra strette per non farli rotolare fuori. Oltre il cancello c’era un lungo vialetto di ortensie lilla e, se nessuno guardava, poteva succedere che ne strappassi qualche petalo. Mi piaceva strusciarli tra le dita per esplorarne la consistenza soffice e vellutata. Superato il vialetto lilla mi imbattevo nel turchese della piscina, lunga quarantaquattro passi per diciotto. Lo sapevo con esattezza perché, quando non potevo sguazzarci dentro, ci giravo intorno ammaliata. «Forza, andiamo» diceva Esmé battendo il piede con insistenza, poi sbuffava. Non capiva quant’è bella una piscina per chi non ce l’ha. 

Esmé a casa mia non veniva: non l’avevo mai invitata. Non avevo intrattenimenti né sorprese, mentre io a casa sua non smettevo di stupirmi: giardino curato, altalene, tappeto elastico – un microcosmo privo di forza di gravità su cui rimbalzavamo alte e poi ci sdraiavamo, con le guance paonazze e gli occhi nel cielo: noi piccole, minuscole, uguali eppure così diverse – e la casa sull’albero. Quanto sarebbe stato bello, pensavo, avere una casa sull’albero, tutta per me? O avere anche soltanto un albero: il mio albero. Mamma disse che sul terrazzo non c’era proprio posto per un albero, al massimo per dei fiori. Presi allora a desiderare qualcos’altro, magari un animale. I Riva erano pieni di gatti, ne avremmo potuto adottare uno. Per ogni cucciolata Esmé era incaricata della scelta dei nomi.
«Lei è Regina, loro Fido e Camillo», non parlava con me, semplicemente parlava.
«E quella laggiù come si chiama?».
«Quella ancora non si chiama».
«Che ne pensi di Brugola, Menta Piperita o forse Lenticchia» dissi, «Si! Lenticchia è il mio preferito».
«Ma che dici!» Strillò Esmé, «questi non sono nomi!». Mi fissava accigliata, con le braccia conserte in segno di rimprovero. Vicino a noi, sua mamma mi guardò perplessa, poi continuò ad accarezzare i cuccioli.
«No, certo» dissi torturando una foglia secca sul prato, «che razza sono?»
Esmé sollevò il mento fiera di fornirmi l’ennesima inutile informazione e disse: «Sono sacri di Birmania»
«Sono sacri… che?»
«Sa-cri di Bir-ma-nia… sturati le orecchie!» Rise e cercò approvazione negli occhi della madre. Mi sentii annegare in una liquida pozza di vergogna e abbassai lo sguardo sull’erba. Mi prudevano le ginocchia ma mi costrinsi all’immobilità per evitare di attirare l’attenzione. 

Un sabato mattina ripresi la lamentosa supplica per adottare un gatto. 
«Ti prego ti prego ti prego».
«Smettila con queste sciocchezze» tuonò il babbo, «non adotteremo nessun gatto».
«Perché?».
«Perché no!».
«Perché no non è una risposta, me lo dici sempre tu» sbottai sottovoce.
Mi rinchiusi in camera fino all’ora di pranzo, quando sedetti a tavola corrucciata con gli occhi bassi verso il piatto. Non mangiai, ma dovetti aspettare che i miei finissero di farlo per chiedergli il permesso di alzarmi e tornare in camera a far niente. Sfogliai un libro senza leggerlo, grattai via dei pezzi di scotch dalla scrivania e ascoltai la mia pancia gorgogliare. Appena potei mi avviai verso casa di Esmé, pedalando così veloce che alla prima buca caddi dalla bicicletta. Indossavo delle calze bianche che si strapparono, all’altezza delle ginocchia. Strofinai le mani per togliere sassolini e polvere e mi accorsi del tremolio del labbro inferiore. Tentai inutilmente di irrigidirlo: gli occhi già si erano allagati. Mi sollevai e ripresi a pedalare tra le sagome sfocate degli alberi, bucando uno dopo l’altro i fasci di luce che attraversavano i tronchi e le chiome. Quando arrivai avevo il viso fradicio di tristezza e le guance mi prudevano. Mi asciugai col dorso delle mani e usai una manica per pulirmi il naso. Quando Esmé mi vide non si accorse di niente o, peggio, non le importò. Mi raccontò che i suoi erano fuori e che eravamo soltanto noi due e i sacri di Birmania, poi aggiunse che doveva assolutamente mostrarmi una cosa. La seguii studiando la perfetta oscillazione della sua coda di cavallo, da una parte all’altra. In fondo al corridoio, aprì una porta e iniziò a scendere gli scalini. Era la prima volta che mi portava là. Lei procedeva al buio, decisa, io ero aggrappata al corrimano, curiosa ma al contempo intimorita. Finite le scale accese l’interruttore delle lampade a neon svelando le pareti in cemento grezzo, spoglie a eccezione degli attrezzi, degli scaffali colmi di cianfrusaglie e delle biciclette in un angolo.
«Abbiamo appena fatto rifornimento» disse Esmé raggiungendo un enorme cubo metallico. Lo spalancò e vidi una nube di freddo sollevarsi, «i miei preferiti sono il cornetto all’amarena e il Cremino. I tuoi?». La raggiunsi davanti a quello che avrei scoperto chiamarsi frigorifero a pozzetto, mi sollevai in punta di piedi e con le braccia iniziai a razzolare nella catasta di pacchetti colorati. Ne scelsi uno verde lucente, un ghiacciolo alla menta che mangiai lentamente, rannicchiata sull’ultimo scalino. Esmé intanto piroettava nell’angolo, tutta eccitata. Blaterava di un saggio di danza e di certe altre parole francesi come pas de chat o gran jeté. Finii il ghiacciolo che nel frattempo mi appiccicò mani e bocca, poi continuai a masticare lo stecchino di legno guardandomi le calze bucate sulle ginocchia.
«Buono?» Chiese soddisfatta continuando la sequenza di plié.
«Molto» 
«Visto? E avevi pure paura di scendere in cantina!».
«Non è vero».
«Si che è vero».
«Invece no».
«E invece sì» strillò, «sei una fifona!».
Era vero, avevo avuto paura, ma in quel momento provai soltanto rabbia. Una montagna di rabbia. Senza pensarci mi alzai e salii i gradini a grandi falcate. Una volta in cima, notai un sacro di Birmania: era in fondo al corridoio e occupava una poltrona di velluto come fosse un trono. Lo osservai leccarsi il pelo con eleganza e pensai che se la passasse meglio di me, poi sentii ansimare: mi voltai e vidi che in fondo alle scale Esmé aveva ripreso a saltellare, sgraziata. Pensai di tornare giù per dirle che no, io non sono una fifona, che avevo solo paura del buio come tutti, come anche lei, che una volta me lo aveva confidato, ma non lo feci. Non scesi, non dissi niente, afferrai la porta e la sbattei. Avvertii il suo zompettio affannarsi sulle scale, e allora svelta girai la chiave nella toppa, poi la sfilai e la feci scivolare in tasca. Risalii a passo svelto il corridoio, passai dal salotto e dalla cucina, dove afferrai dei biscotti in bella vista su un vassoio. Poi raggiunsi la bicicletta e partii. Non avevo una meta, ma pedalai talmente veloce che il vento mi increspò le ciglia e a ogni sobbalzo, dalle mie tasche, si liberarono briciole e petali di ortensia.

Alice Maya Guerrini

Alice Maya Guerrini è una pubblicitaria fiorentina e una famelica lettrice. Laureata in Lettere e Filosofia tra Pisa e Bologna, ha completato il suo percorso accademico con un master in Giornalismo Culturale. Attualmente lavora per il Corriere della Sera e La Lettura, collaborando anche con realtà indipendenti come la Biblioteca Femminista Fiesolana 2b e Lay0ut Magazine. È scrittrice di racconti e amante del mondo onirico.

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