I Troubles di Anna Burns, da Amelia a Milkman
I can’t believe the news today
Oh, I can’t close my eyes and make it go away
(Sunday bloody sunday, U2)
L’Irlanda non è solo musica, scogliere smeraldo in flutti cobalto o mashed potatoes, basta guardare i principali premi letterari e le classifiche di vendita per notare come negli ultimi anni i suoi romanzi dominino la scena, su tutti quelli di Sally Rooney. Di scrittrici però sull’isola verde ce ne sono tante e di successo: Louise Kennedy, Claire Keegan, Naoise Dolan. Per quanto riguarda il lato nordirlandese, la scrittrice che ha raggiunto i risultati più sorprendenti raccontando in modo inedito la storia recente di quest’angolo di mondo è Anna Burns.
Nata a Belfast nel 1962 ha vinto il Man Booker Prize con il suo Milkman nel 2018. Cresciuta in un distretto popolare e cattolico del nord di Belfast, dal 1987 si è trasferita in Inghilterra. Nel 2020 è stata la prima autrice nordirlandese a vincere il premio International IMAC Dublin Literary Award.
Amelia, pubblicato nel 2024 da Keller con la traduzione di Elvira Grassi, è in realtà l’esordio della scrittrice (uscito nel 2001, titolo originale No Bones) anche se in Italia è arrivato cinque anni dopo la sua opera per ora più conosciuto Milkman. In entrambi i libri il periodo storico dei “Troubles” è centrale e, per apprezzarli appieno, è necessario fare un passo indietro e approfondire quell’epoca.
Il conflitto nordirlandese, in inglese “Troubles”, è durato dal 1969 al 1998 e ha visto lo scontro tra la comunità cattolica legata alle idee nazionaliste e repubblicane contro i protestanti dell’Uster, che si consideravano unionisti e lealisti. Ne fecero parte diverse organizzazioni paramilitari, tra cui la più nota l’IRA (Irish Republican Army). In trent’anni, il conflitto ha provocato 3.500 morti.
“I Troubles iniziarono un giovedì. Alle sei del pomeriggio. O almeno così ricordava Amelia. Nell’assolato mattino di quel giorno, poco dopo le dieci e mezza, Amelia era in cima a Herbert Street, la via di casa sua, all’incrocio con Crumlin Road dirimpetto al chip shop protestante, e accarezzava i suoi bruchini e parlava con i suoi amici I suoi amici erano Roberta e Fergal e Bernadette e Vincent e Mario e Sebastian e, mentre parlavano, un’altra mica, Bossy, arrivò spingendo il suo carrettino e disse:
«Non siete tristi voi? Io sono triste». E non disse altro.”
Amelia, vincitore del Winifred Holtby Memorial Proze e finalista al Women’s Prize, narra la vita della protagonista, per l’intero periodo del conflitto nordirlandese. È un giovedì pomeriggio del 1968 quando gli scontri scoppiano nel quartiere operaio e cattolico di Ardoyne a Belfast (lo stesso da cui proviene l’autrice). Amelia, insieme alla sua famiglia, si barrica in casa. Lei e sua sorella, le più piccole, si nascondono sotto al tavolo con il cane mentre la madre, la zia e il fratello maggiore cercano di sbarrare porte e finestre.
“Le regole battagliere di ma’ mi sono rimbombate in testa. Erano due. Eccole:
Regola Numero Uno: (a) Non scatenare tu una rissa. (b) Se qualcuno la scatena, tu gettatici anima e corpo, perché devi salvare la faccia a qualunque costo. (c) Se non ti trovi in un territorio sicuro, datti da fare nel territorio non sicuro, perché devi salvare la faccia a qualunque costo. (d) Se una persona sola scatena la rissa, usa mani e piedi nudi a meno che l’altra persona non sia armata, nel qual caso (e) usa quante armi vuoi. (f) Se ci sono più persone, e anche se loro non sono armate, usa quante più armi puoi in modo da compensare il fatto che sei in inferiorità numerica. […] (i) Se proprio sei limitata – zero armi, un sacco di gente ti attacca, non molto tempo a disposizione-, scegli la più pericolosa e scegli una cosa sola: scegli gli occhi. Sì, ma’ annuiva, non sarà granché ma quanto ti uccideranno, e lo faranno, almeno avrai fatto del tuo meglio e non te la sarai data a gambe. Regole Numero Due: Non dartela mai a gambe.”
D´un tratto si alza un confine tra cattolici e protestanti e un cugino, nel giro di qualche ora , diventa un nemico perché inglese. Il conflitto esterno che permea la vita della protagonista, dall’infanzia a un’adolescenza molto turbolenta, è la rappresentazione delle fragilità e della sensazione di inadeguatezza di Amelia, che esprimerà il suo disagio sull’unica cosa che può controllare: il suo corpo, sottoponendolo a digiuni continui.
“Non andò a buon fine. Non era mai stata brava a vomitare. Avrebbe dovuto berlo prima il latte, pensò. Oh be´, sospirò, non importa. Avrebbe fatto un altro giorno di digiuno oltre a prendere i lassativi. Tirò subito fuori il suo amato Senokot dalle scarpe coi tacchi a spillo riposte nell’armadio. Contò le pillole nel palmo della mano. Ventinove, trenta, trentuno, trentadue. Scosse la confezione, tre erano bloccate in fondo, trentatré, trentaquattro, trentacinque. Finite. Le devo prendere, pensò. Andrò al rubinetto. Le mandò giù con l’acqua più veloce che poté e perse il contatto con le pillole, così come lo perdeva con ogni altra cosa, non appena quelle superavano la gola”.
I titoli dei singoli capitoli riportano gli anni che passano, così da permettere al lettore di seguire l’inasprirsi del conflitto, e, una pagina dopo l’altra, vedere il mondo di Amelia cambiare sino agli spari che rimbombano dove un tempo lei e gli altri bambini lanciavano le biglie, senza che loro se ne stupiscano più. Andando avanti nella storia, le file di familiari e amici si assottigliano inesorabilmente, in uno stillicidio di vite e sogni.
“Amelia vacillò fuori dalla densa nube, e le voci continuarono a inseguirla. Era davanti al piccolo condominio dove un tempo viveva zia Dolours. Si gettò contro il portone, che si spalancò oscillando e lei ruzzolò dentro. Lo chiuse. Lo serrò bene. Giusto in tempo. Le voci si radunarono in gran fretta dietro il vetro e in silenzio la guardarono. Erano i suoi amici, i suoi vicini, gente del posto. Roberta era in prima fila. Erano tutti morti”.
Già nel suo esordio Burns riesce a utilizzare uno stile nuovo, ricrea i modi di dire, le cadenze e gli usi comuni: pare di assistere a una cena di famiglia tra interruzioni continue e racconti che si confondono tra loro, privi di qualsiasi interruzione. Tuttavia, a un terzo del romanzo circa, i dialoghi e le descrizioni degli eventi cominciano a sembrare deliri causati dal terrore continuo per via della violenza onnipresente e dalle droghe ingerite per dimenticarla, almeno per un po’´, esacerbate dalla spossatezza del corpo denutrito di Amelia. Per il lettore risulta molto difficile riuscire a capire se le vicende descritte siano successe veramente oppure siano frutto della psicosi della narratrice, come succede per la morte del fratello. Scoprire in un capitolo successivo che è vivo è un sollievo per noi, ma non modifica la disperazione e rabbia precedenti della protagonista.
“«Era ora» disse Roberta dopo un secondo di silenzio. Amelia si appoggiò alla parete e non rispose. Continuò a guardare Roberta, o perlomeno ciò che riusciva a scorgere di Roberta visto e considerato che, dopo la bomba, non c’era rimasto molto della sua amica.
«Almeno una foto la potevi conservare» disse il fantasma.
«Mai avuta una foto» disse Amelia.
Né il fantasma né Amelia dissero più una parola.
Nei giorni successivi la casa fu silenziosamente messa a soqquadro. Roberta portò avanti la sua ricerca di ricordi di sé stessa, mentre Amelia evitava di intromettersi, incapace di dare un contributo. Insieme al brontolio risentito della scolaretta, Amelia iniziò a sentire altri sospiri e lamenti disperati provenienti da altri angoli della casa, e capì, come chiunque altro avrebbe capito, che prima o poi sarebbe emerso che appartenevano ad altri morti, per cui lei disse a sé stessa che avrebbe fatto meglio ad andarsene prima che fossero apparsi tutti”.
È però in Milkman, tradotto anch’esso da Elvira Grassi e pubblicato da Keller nel 2019, che la scrittrice ha affinato ulteriormente il suo stile catapultandoci nella propaganda di un gruppo in cui la divisione tra “noi” e “loro” è netta e priva di qualsiasi dubbio. I personaggi seguono ciecamente l’ideologia della loro fazione, dove la fedeltà alla causa è il perno di ogni azione e discorso, un mondo in cui le persone vivono inzuppate, come i loro amati biscotti Digestive, nelle recriminazioni. Sono queste le espressioni che si continuano a ripete: “è stata l’altra parte” o “è stata la nostra parte” o “è stata l’altra religione”.
“Milkman” di Anna Burns (Keller, 2019) è stato vincitore del Man Booker Prize, del National Book Critics Circle Award e dell’Orwell Prize for Political Fiction, nonché finalista del Women’s Prize for Fiction e del Rathbones Folio Prize (456 pp., €19,50).
“Amelia” (Keller, 2024) è l’esordio della scrittrice e si è aggiudicato il Winifred Holtby Memorial Prize, arrivando anche in finale al Women’s Prize. Entrambi sono stati tradotti dall’inglese da Elvira Grassi.
“Sul fronte uccisioni, niente di nuovo, nel senso che non valeva la pena di stare a parlarne, non perché fossero un nonnulla, altroché, erano moltissime, talmente numerose che non c’era neanche il tempo di occuparsene. Di tanto in tanto, comunque, si verificava un accadimento inaccettabile di fronte al quale tutti – di questo lato della strada, del lato opposto della strada, dell´oltre l’acqua, dell´oltre il confine – non potevano fare altro che rimanere di ghiaccio. Una atrocità da rinnegatore che ti faceva vacillare e pensare “dio mio dio mio dio mio, come posso avere opinioni che contribuiscono a realizzare azioni del genere?” finché non arrivava il momento in cui te ne dimenticavi, il che succedeva quando era l’altra parte a fare una di quelle cose spregevoli”.
In questo romanzo la scrittrice fa la scelta di non usare mai nomi propri ma pseudonimi o dal significato evocativo e nessun termine è specificato, anche le religioni per esempio non vengono distinte chiaramente tra cattolici e protestanti. Le parole sono quelle che utilizzerebbe una setta, perché un gruppo così coeso da diventare una singola unità non ha bisogno di precisare, i suoi membri sanno già di chi o cosa si stia parlando. La protagonista è allora “sorella di mezzo” o “la ragazza-che-legge-mentre-cammina”, le sorelle sono “le piccine”, “sorella maggiore”, “seconda sorella”, sposate con “secondo cognato” o “terzo cognato”. “Sorella di mezzo” è innamorata di “quasi-fidanzato” e i suoi vicini combattono contro il paese oltre l’acqua. Entriamo così, senza apparente difficoltà in un microcosmo composto da pochissime strade in un quartiere di Belfast (neanche la città viene mai esplicitata).
“Il giorno in cui Qualcuno McQualcuno mi ha puntato una pistola al petto e mi ha chiamato gatta e ha minacciato di spararmi è lo stesso giorno in cui il lattaio è morto. È stato fatto fuori da una delle squadre d’assalto governative, e a me non è importato nulla che l’avessero fatto fuori. Ad altri importava però, e alcuni di questi mi conoscevano solo di vista, come si suol dire, ma non ci eravamo mai parlati, ed ero sulle loro bocche per un pettegolezzo che loro stessi avevano messo in giro, o più probabilmente era stato cognato numero uno, cioè che io avessi una relazione con questo lattaio, io diciottenne, lui quarantenne.”
In una città senza nome sorella di mezzo cammina per le strade leggendo un libro incurante degli spari e bombe intorno. Ha diciotto anni, tantissimi fratelli e sorelle, una madre che la vorrebbe già sposata e il ricordo di un padre depresso. Per il suo quartiere è quella strana e inaccettabile, non solo perché invece di fare figli, lavorare e poi tornare subito a casa, legge mentre cammina ma anche perché è stata vista insieme a un uomo adulto, “il lattaio”, uno dei rinnegati più famosi e temibili, e viene etichettata come sua amante. Da questo punto non si distingue più cosa sia reale e cosa inventato.
“Tenendo conto che ora ero una inaccettabile, famosa per leggere-mentre-camminavo come se stessi seduta, incline, stando a quanto affermava la comunità, a leggere i libri al contrario, partendo cioè dall´ultima pagina fino ad arrivare alla prima in modo tale da prevenire le sorprese narrative visto che io non amavo le sorprese; tenendo conto che infilavo segnalibri nei libri, dicevano, perché altrimenti l´avrei riaperti alla pagina sbagliata, ma li infilavo furtivamente e nei punti errati così da depistare e ingannare la gente per ragioni tutte personali tortuose e paranoiche; tenendo conto che, a sentire loro, avevo l´abitudine di contare le automobili e i lampioni e di spuntare i punti di riferimento una volta che ci passavo accanto e allo stesso tempo fingevo di dare informazioni a persone invisibili senza smettere, in tutto questo, di leggere-mentre-camminavo; tenendo conto che non mi piacevano i primi piani sulle copertine dei libri o dei dischi o sui quadri appesi alle pareti perché avevo la sensazione che questi volti mi spiassero; infine, tenendo conto che mi portavo in giro, nelle tasche animali morti, «cos´è in confronto una storia con un paramilitare perdipiù di un certo prestigio» m´ha chiesto la mia amica storica, «e comunque a chi vuoi che gliene importi, in confronto a tutte queste stranezze?».”
Se in Amelia il lettore comincia a diffidare della protagonista a causa dei racconti inverosimili scaturiti dalle droghe e in seguito dalle psicosi nervose, il dubbio invece in Milkman aumenta lentamente fino a che non ci troviamo a essere insicuri di ogni cosa. Sorella di mezzo è l’unica a continuare a ripetere che tra lei e il lattaio non c’è niente, anzi è lui che la perseguita, seguendola e spaventandola per strada al buio, arrivando persino a minacciare di morte il ragazzo di cui è innamorata. Tutti gli altri però, dalla madre, sempre più preoccupata per la reputazione della figlia, a un’amica di lunga data, sono certi che i pettegolezzi siano corretti: la verità è quella della vox populi, ogni spiegazione della protagonista è inutile e non è degna di alcuna attenzione. Il lettore, avvinto in un turbine di dicerie, rabbia e violenze sia verbali che fisiche, finisce per porsi ossessivamente una domanda: cosa è successo realmente?
La scrittura di Anna Burns, con la riproduzione della lingua parlata caratterizzata dalle sue imprecisioni e zone grigie ci lascia attonite e ci fa entrare in quello che è stato anche il suo passato, in uno dei periodi storici più complessi e ancora a tratti sconosciuti dell’Irlanda del Nord. Le sue sono testimonianze vivide rese ancora più immersive grazie all’utilizzo del linguaggio sul quale ha sperimentato molto. Una scrittrice da conoscere e che ci fa riflettere sugli effetti di una violenza continua e prolungata che sembra portare a desiderare di barricarsi in sé stessi rifugiandosi nel proprio io, una sicurezza però soltanto fasulla e apparente.
