Immagine: Neige Sinno. Licenza Creative Commons

La tigre fuori dalla gabbia: sul romanzo di Neige Sinno

Art. 609-bis. Codice penale: Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione (da sei a dodici anni).

La terminologia giuridica è un metatesto a sé, indipendentemente dall’idioma in cui è scritta. Diversa rispetto a quella utilizzata nel parlato o nella letteratura, a tratti precisa e pedante, in altri fumosa e inafferrabile, fatta dei grigi leggeri delle parole stampate minuscole sui codici che anche se appena sfiorate, restano sulla pelle, come cenere.

Tra i possibili processi penali, dall’omicidio all’usura, quelli riguardo le violenze carnali, persino per gli avvocati, sono i peggiori, soprattutto se le vittime al tempo dei fatti erano minorenni. Entrare in un’aula di udienza, aprire un faldone e sfiorarlo è come entrare in una fogna. Per quanto ci si provi, ripetersi che si sta facendo soltanto il proprio lavoro, la puzza e la sensazione di sporcizia permangono. I processi per stupro funzionano più o meno nello stesso modo: si trascorrono mesi, se non anni, a discutere e arringare se fosse stata realmente una violenza o meno, di chi fosse la colpa – se questa c’era – e la migliore tattica per la difesa è instaurare il dubbio, che in fondo l’altra persona lo voleva, o che comunque, era consenziente. È a tutto questo che si è sottoposta una ragazza di Avignone, ormai donna, che ha deciso, a distanza di molto tempo, di condividere lo stupro perpetrato dal suo patrigno con i relativi strascichi.

Triste Tigre di Neige Sinno, edito Neri Pozza e tradotto da Luciana Cisbani, è arrivato in libreria in Italia il 30 aprile scorso ed è stato il vincitore del Premio Strega Europeo 2024. Non è un romanzo convenzionale: la scrittrice, qui voce narrante, inserisce non solo i ricordi della sua infanzia felici o traumatici, ma anche immagini sulla sua vita da adulta e da madre, così come le sue riflessioni sulla letteratura e come questa parli di violenze su minori; estratti di momenti quotidiani e persino le copie delle lettere di denuncia che lei e sua madre scrissero a mano inviandole al Procuratore della Repubblica competente. È la stessa scrittrice a irritarsi con sé stessa per come descrive gli eventi, e anzi, in particolare per la sua stessa necessità di farlo. Si stizzisce con sé stessa quando diventa polemica, vorrebbe rimanere distante dai fatti e dalle esperienze narrate, come se fosse alla ricerca di una verità empirica, uguale per tutte le persone coinvolte, che tuttavia risulta impossibile da raggiungere. Sinno in tutte le sue pagine ribadisce il suo non volere sentirsi vittima, anche se lo è stata.

“La testimonianza è uno strumento di analisi, ma un utensile ben affilato arriva fino all’osso. E quando si arriva all’osso, l’arte non è mai lontana. La testimonianza mi limita, mi obbliga a circoscrivere la mia esperienza, a rinchiuderla nella sua singolarità, a fare in modo che non sia più di ciò che è. Ma per me si tratta anche di far sì che non sia meno di ciò che è, che non venga ridotta a un niente, ricacciata nel silenzio da cui proviene, affinché ad appropiarsene siano altri, con altre voci, in modo che circoli, e che la tigre, l’altra tigre, esca finalmente dalla sua gabbia”.

Triste Tigre non vuole essere una scrittura terapeutica, un metodo per liberarsi dal trauma subito. Il libro è diviso in due parti: Ritratti e Fantasmi; e nonostante questa divisione, la trama, quasi fosse una conversazione con noi lettori, non subisce interruzioni, ma fluisce con i ricordi e le letture della narratrice. 

“Un processo non permette di stabilire la verità. Permette che avvenga un confronto tra più versioni di uno stesso fatto, o serie di fatti, di uno stesso evento, delle sue conseguenze, delle questioni messe in campo, permette di negoziare a volte una versione comune, o un qualcosa che le si avvicini il più possibile, e se questo non avviene allora spetterà alla giuria decidere quale sarà la versione scelta dalla società”.

Anche la scrittrice al tempo del processo, davanti al giudice e ai testimoni, è rimasta tranquilla e sempre concentrata, incredula davanti alle menzogne del patrigno. L’unico motivo che l’aveva spinta a porgere denuncia è stato, come capita spesso in caso di pedofilia, la paura che il patrigno cercasse una nuova vittima, iniziando a fare quello che aveva dovuto subire lei alla sorella minore. E poi, cosa è successo quando lui è stato condannato? È andata avanti con la sua vita, ha fatto tutto quello che avrebbe dovuto fare, studiare e cercare un lavoro, innamorarsi e infine emigrare. Ma un’esperienza così umiliante, non ti lascia mai.

“Un giorno ho capito che tutto quanto, stupro, infanzia, famiglia, era finito. Adesso potevo andarmene e vivere la mia vita. Ho creduto di essere libera. Ma non si è mai completamente liberi, perché niente finisce per davvero, e se diventiamo qualcun altro, anche la parte buia prosegue imperterrita. Lui non c’era più. Non poteva più danneggiarmi. Io potevo uscire nel mondo, incontrare persone, parlare, ridere, senza che lui venisse mai più a riprendermi. Peccato che, ovunque andassi, in qualunque momento, io giravo la testa e vedevo la sua ombra”.

Il processo della scrittrice davanti alla Corte d´Assise di Avignone finì ripetutamente per diverso tempo sui quotidiani, come risulta anche dagli inserti nel libro; con questa pubblicità “non voluta” ebbe a che fare tutto il paese e molti degli abitanti invece di schierarsi con la vittima continuarono comunque a salutare il patrigno (nelle zone rurali togliere il saluto resta ancora il segno più grave e infamante, uguale alla cancellazione del soggetto) e a essere risentiti, perché per colpa di quella ragazza che aveva voluto parlare, ora, il loro paese prima anonimo, era sulla bocca di tutti e per un caso di pedofilia.

È la classica storia della comunità che osteggia chi decide di non conformarsi alla regola non scritta di risolvere i problemi dietro alle mura della propria casa, in silenzio. Quando però il carnefice è dentro quella casa, questa cessa di essere veramente tale, e prendere fiato e urlare è necessario. Il prezzo da pagare è immenso, la solitudine spesso una tra le principali conseguenze.

La tigre fuori dalla gabbia: sul romanzo di Neige Sinno

Triste tigre è uscito nella collana Bloom di Neri Pozza con la traduzione di Luciana Cisbani (pp. 240 – € 18,00)

“Parlare, denunciare, significa far saltare in aria il nucleo familiare. Una volta che le parole vengono dette, si scatena un processo multiplo di esclusione. Tutti vogliono proteggersi dall’incendio. La vergogna propaga alla svelta, è contagiosa. E allora ti voltano le spalle. All’interno della famiglia ma anche al di fuori”.

Ciò che colpisce in questo libro non è solo la struttura peculiare ma anche il continuo richiamo a fonti e opinioni esterne come testimonianze, reportage e soprattutto i riferimenti a molteplici romanzi (in particolare inglesi o americani, ma d’altronde la scrittrice ce lo spiega, predilige queste fonti non perché siano le più veritiere ma perché sono quelle che conosce meglio avendo studiato letteratura americana all’università). Sinno utilizza questi richiami per trovare una maggiore distanza verso il trauma subito e le sue conseguenze. Tuttavia, anche con queste continue citazioni di opere altrui, Sinno non mette mai in dubbio la validità della sua esperienza e del suo trascorso da vittima. Non si chiede, come spesso capita a chi ha subito violenze, se la colpa sia stata sua. Il colpevole, per lei e per noi, se non per il resto del paese e della famiglia, è chiaro.

Come la scrittrice, restiamo sbigottiti nello scoprire che il suo patrigno, il quale avrebbe dovuto volerle bene e proteggerla, una volta finito in prigione, sia divenuto oggetto non solo di curiosità morbosa di alcune donne ma anche di una loro vera compassione. L’uomo che le diceva di stare zitta mentre la toccava e penetrava in una cantina è ora padre di quattro figli e marito di una donna di vent’anni più giovane di lui, la stessa età della sua vittima, e con lei in un rudere in campagna coltiva verdure biologiche.

Forse è questo che fa più paura: il fatto che chi compie atti mostruosi non solo spesso non ha l’aspetto orrendo che vorremmo avesse, ma che anzi, venga capito e perdonato quando invece la vittima a volte viene ancora guardata con sospetto.

“Sarà il caso che me ne stia zitta e lasci la parola a quelle e quelli che più di me hanno bisogno di parlare. È a quel silenzio che devo puntare io. È a quel silenzio che puntano queste mie parole, come corde tese sopra il vuoto, come archi tesi al massimo in modo da scagliare la freccia il più lontano possibile.

Ma per il momento, visto che ho io la parola, visto che mi è stata data o me la sono presa, andrò fino in fondo”.

Ben Eccher

Giurista di giorno, lettrice di sera, gattara sempre. Ha oltrepassato la linea di confine dei trenta e anche quella del Brennero. Da dodici anni abita in Austria: per i tirolesi è l’italiana e per gli italiani la tirolese, vive dunque il dilemma di Balto: non è cane e non è lupo, sa solo quello che non è. In perenne crisi di identità, alla domanda: ma tu in che lingua sei te stessa risponde che non lo sa, in tutte e due, anzi, forse è veramente lei quando legge e indossa le parole degli altri.

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