Tre profezie
Velia leggeva le carte ogni giovedì pomeriggio. Offriva tre profezie: presente, futuro vicino e futuro lontano. Tutte le compagne del collegio universitario si erano fatte leggere i tarocchi, tranne me. “Non sei ancora andata da Velia? Non conosci le tre profezie?”. Una scia di sospetto mi seguiva nel refettorio, nei corridoi, nella sala della televisione. Come a insinuare che avessi qualcosa da nascondere, che stessi mancando di rispetto a una tradizione, a quella studentessa maliarda che era anche la veterana del pensionato. E così, un giovedì pomeriggio di aprile espirai forte e bussai alla sua porta. Velia mi aprì, una larga fascia le tirava indietro i capelli neri, indossava una casacca dalle tinte fluorescenti, la sigaretta fra le dita. Mi indicò una sedia e si sedette di fronte a me. Poggiò la sigaretta sul posacenere e iniziò a mescolare le carte, poi bloccò il mazzo sulla scrivania: “Spezza,” disse.
Obbedii. Lei sparpagliò le prime carte. Osservò i tarocchi che si erano svelati: “La tua fiducia è mal riposta.Vedo un viaggio. Un tradimento.”
Mi accesi una sigaretta anch’io e le chiesi di proseguire. Velia pescò un’altra carta dal mucchio. “L’imperatrice. Avrai molto successo nello studio e ancor più nel lavoro. Vedo tre numeri: uno, zero e nove.”
“Che vuol dire?”
“Sarai tu a scoprirlo. Passo alla terza previsione?”
Guardai il banco che restituiva il mio futuro in immagini sgargianti e fantasmatiche.
Le chiesi un bicchiere d’acqua. Feci un lungo sorso e annuii.
Lei girò la terza carta, se la portò al petto e mi chiese di sceglierne un’altra. Doveva vedere meglio. La pelle intorno agli occhi di Velia sembrava potersi lacerare, un intreccio di capillari le striava le guance nivee, i muscoli paralizzati sull’imminente vaticinio. Pensai di fermarla. Ma sapevo rispondere solo all’obbligo di andare in fondo alle cose: sospenderle non era una possibilità; proteggersi neanche. Scelsi un’altra carta. Velia la girò, concentrata, poi sollevò su di me gli occhi neri, mentre il viso le si fondeva nella bocca: “Riguarda un bambino,” disse.
“Avrò un bambino?”. Non ci avevo mai pensato, ai figli.
“Vedo un figlio maschio.”
“Qualcosa di brutto?”
“Vedo deformità e sofferenza, nel corpo e nell’anima,” ammise, “mi dispiace.”
Tornai nella mia stanza, il manuale di storia greca aperto sul letto. Mi sedetti a fissare quelle pagine che raccontavano il passato: l’unica cosa certa.
Due mesi dopo sostenni l’esame e il professore mi diede la lode. Proposi a Luca, il mio fidanzato, di andarcene al mare, ma il suo amico Gerardo lo aveva invitato a trascorrere un fine settimana in Sicilia per festeggiare il compleanno. Dissi a Luca che saremmo andati al mare un’altra volta. Stavamo insieme da un anno e mezzo, io e Luca. Ci piacevano i film di Almodovar, gli scrittori americani, la storia antica, il Vodka tonic con tanto ghiaccio. “Dovevamo solo incontrarci, io e te,” mi aveva detto la sera prima della partenza.
In vacanza Luca e Gerardo ci andarono con due ragazze, conosciute in un locale sei mesi prima e che frequentavano da allora. Lo seppi per un messaggio che apparve sul telefono di Luca: “La Sicilia è stata bellissima, ma tu di più.” Fu costretto a rivelarmi tutto: che lui non voleva, che non credeva, che non pensava. Il mare saltò. E noi anche.
Tre anni dopo discussi la tesi in letteratura greca, la lirica di Saffo e di Alceo, i poeti dell’amore e dell’amicizia. Esposi le argomentazioni, risposi alle domande. Prima di concludere, uno dei professori volle chiedermi L’Inno di Afrodite. Era uno dei componimenti che più amavo. Lessi il titolo e poi il primo verso, ma al secondo verso inciampai sulla metrica. Feci per ricominciare e il commissario mi interruppe dicendo che dovevo andare avanti. Allora proseguii dal terzo endecasillabo, ma ormai avevo perso il ritmo, la cadenza, la melodia. Caddi sull’intera quartina. Non mi rialzai. “Una distrazione inammissibile,” commentò uno dei relatori.
L’anno successivo da Torino mi trasferii in Francia per il dottorato. Prima di partire ritirai il certificato di laurea. Sfilai il documento dalla cartellina e lo scorsi. Fu allora che li riconobbi: uno, zero e nove. 109. I numeri della seconda profezia nel mio voto di laurea.
Il futuro non era dato conoscerlo, ma evidentemente in qualche estensione temporale esisteva e io ero decisa a non consentire alla terza profezia di avverarsi. Allenai con tale costanza questo proposito, che negli anni divenne la mia dimensione. Arrivai a non desiderarla, affatto, la maternità.
Conseguii il dottorato di ricerca in Storia greca. Incontrai il mio compagno, Pierre, un compositore che realizzava colonne sonore per il cinema. Aveva un figlio, Alain, viveva con la madre fuori città e il fine settimana stava da noi.
A un certo punto confessai a Pierre: “Ad avere figli può andar bene, ma può andare anche molto male. Io non rischierò”. Non gli rivelai quel vaticinio funesto. Pierre si sentiva già fortunato ad avere me e Alain, rispose. Avevamo la sua musica, la mia letteratura. Molti buoni amici. Avevamo Parigi. Insegnavo Storia antica, i colleghi mi stimavano e la mia autorevolezza nell’ambiente accademico aumentava. Avrai molto successo nello studio e ancor più nel lavoro… la profezia si rinnovava giornalmente. A confermare la sua potenza, la sua infallibilità. Era essenziale, dunque, che mi mantenessi salda nel proposito di non diventare madre.
Io e Pierre ci sposammo. Alain iniziò il liceo e venne a stare da noi. Era bello preparargli la colazione che lui non voleva mai, chiacchierare dei professori e dei compiti, accompagnarlo in piscina, preparare le merende, partire a Natale e in estate, noi tre. Si diplomò e scelse di trasferirsi in Australia, voleva lavorare e imparare la lingua, poi avrebbe deciso se e cosa studiare all’università.
Ci ritrovammo soli, io e Pierre. Avremmo fatto i fidanzatini, scherzava mio marito. Aveva cinquant’anni, io quarantuno. La sera del nostro anniversario bevemmo vino delizioso, la seconda bottiglia era quasi finita quando tirò fuori dalla tasca una scatolina e la aprì. Cinque diamanti incastonati su un anello. Uno per ogni anno di matrimonio.
“E se avessimo un figlio nostro?”. Chiese.
Una contrazione, nella pancia: “Sono stata chiara con te, molti anni fa,” risposi, tutto il corpo mi si contrasse.
“Si può cambiare idea.”
“Hai cambiato idea tu?”
“Da quando Alain se n’è andato…”
“Io non ho cambiato idea.”
“Se hai paura di metterlo al mondo, togliamolo da un orfanotrofio,” bevve il resto del vino in un sorso, “diamogli una casa.”
Mi guardava come se volesse sollevarmi da una zavorra antica. Parlava di sicurezza, ma non esisteva sicurezza per me e per mio figlio… la terza profezia non aveva specificato che avrei partorito un figlio maschio. Riguarda un bambino, tuo figlio: aveva sentenziato Velia dal suo podio di onniscienza.
“Ho paura lo stesso, perdonami”. Nello spremermi il tovagliolo fra le mani, toccai l’anello con i cinque diamanti, mi sembrarono passati anni da quando Pierre lo aveva infilato al mio anulare.
Nulla cambiò da quella cena, per Pierre. Per me sì: aveva proiettato nel mio tempo un cono di luce che non riuscivo a spegnere. Il mio lavoro continuava a destare interesse e riconoscimenti. E più andava bene più diventava un monito a non dimenticare la profezia. Iniziai ad aspettare il fallimento. A sperare nella caduta dei miei studi, in un errore che ne danneggiasse la credibilità. Alla ricerca di un varco, in quella mia vita marchiata dal verdetto di una veggente. Cosa faceva Velia? Continuava a vaticinare sulle esistenze umane? Mi ero votata da subito a schivare quel futuro di deformità, e la mia sorte era anche quella di mio marito. La mia prigione, la sua. Alain ci mancava, ormai viveva in Australia, una volta volammo da lui. Lo rividi: i capelli biondissimi e la sabbia dell’oceano addosso. Avevo quarantatré anni: fare attenzione a scansare il male era il mio vero lavoro e la fatica, adesso, mi braccava più della paura. Giorni leggeri, di onde e di sole. In aeroporto avevo abbracciato Alain, nel suo profumo avevo inalato soffi di libertà. Sarebbe rimasto in quella terra lontana. L’aereo bucava i nembi carichi di pioggia. Ero arrivata da sola a Pierre e ad Alain, avevo scelto io Parigi… potevo attraversare il varco? Entrare nel cono di luce che mio marito aveva acceso la sera del nostro quinto anniversario?
Sul volo di ritorno parlai a Pierre. Gli raccontai delle profezie, della mia esistenza stanca. Gli dissi che non avrei più temuto il tempo a venire.
“Adottiamo un bambino che sta soffrendo,” aggiunsi.
“Non so…lasciami pensare,” rispose lui.
Ho quarantaquattro anni e Pierre sta considerando la mia proposta.
Aspetto lui, e aspetto mio figlio.
Cosa fai Velia? Dove sei, adesso, studentessa maliarda?
