Solo arte fiamminga
Sai papà, ho il tuo stesso modo di tenere i biscotti, tra pollice e anulare anziché tra pollice e indice come fan tutti. Sarebbe più comodo stringerli tra le prime due dita, invece tu ed io il rischio lo abbracciamo, a costo di perdere disgustose briciole sul fondo della tazza. Me ne sono accorto oggi dai genitori di Anna, in mezzo allo sciame di amici e parenti sul buffet da cui svettava un vassoio colmo di baci di dama. C’erano dita unte e succhiate invece che pulite su un tovagliolo, colletti pieni di macchie e cinture immolate sotto i rotoli di pancia, e non riuscivo a smettere di guardare quella voracità disgustosa. Anna a un certo punto mi ha chiesto se qualcosa non andasse e ho risposto niente, sono stanco. Mi ha guardato sghembo ma poi ha iniziato a commentare con me i figli grassi e scoordinati di sua cugina, contare i tic del vicino e i biscotti ingollati da suo padre nell’angolo della cucina. Lo faceva per alleggerirmi ma poi ha iniziato a ridere forte, sguaiata in mezzo alla stanza. Anna è così, le piace essere sfacciata con la vita, mostrarsi inadatta alle circostanze ma farlo con gusto, in una maniera che ha comunque una forma proporzionata, sontuosa – della serie che alla fine ripeteva a tutti quanto le facesse piacere vederli. Ti pensavo mentre ridevo di tutti e di me stesso perché ero l’unico a tenere i biscotti come avresti fatto tu e più mi sbellicavo più una specie di liquido denso e amaro mi scorreva in gola.
Ieri abbiamo mangiato insieme, io arrotolavo gli spaghetti alla carbonara e tu immergevi gli Oro Saiwa nel caffè, ripescandone di tanto in tanto un pezzetto avvizzito dal calore.
Sono andato sul Po stamattina.
Quanti chilometri hai fatto?Un’ottantina. Avevo il vento contro.
Poi sul divano russavi davanti alle gare di sci e io fissavo lo schermo anche se lo sci non l’ho mai seguito e non scendeva neanche un italiano quindi mi sembrava inutile provare a interessarmi, ma non cambiavo perché mi sembrava una mancanza di rispetto a te che dormivi. Il ciarlare della cronaca si mischiava al suono rauco del tuo naso, e giuro mi viene l’istinto di scuoterti quando russi, mettermi a gridare come un pazzo o un primitivo con la clava. Quando vivevo ancora da voi immaginavo di irrompere in camera vostra come un gigante, un fottuto Polifemo guidato dal rumore, e urlarti di smettere. Non l’ho mai fatto perché ogni volta mi scontro con una certa tenerezza che mi fai, non c’entra nulla con la vulnerabilità o che so io, ma con la tua stanchezza, che mi sembra in qualche modo meritata. Ed ecco il bastone rovente ficcato in mezzo alla fronte. La mia.
Fatto sta che ha vinto un finlandese con la faccia da ragazzino e gli occhi queruli. Si era appena lanciato da un dislivello di 800 metri eppure, oltre la linea di arrivo, con la tuta a righe blu e il lungo tirare su col naso, sembrava un merlo allampanato. Aspettavo ti svegliassi per andarmene ma si vede che eri perso anche tu, la mascella un po’ sbilenca, il doppio mento e il collo piegato su sé stesso che di sicuro te l’avrebbe fatta pagare. Ho salutato mamma sottovoce e ho chiuso la porta mentre il cronista si rivolgeva ai telespettatori. Grazie per averci seguiti, diceva.
Speravo mi arrestassero. Era troppo bello perché non se ne parlasse. Questo fu ciò che disse Rudy Gernsheim quando la polizia di Francoforte gli strinse un paio di manette ai polsi. Aveva con sé centocinquantamila marchi in contanti e ne teneva altrettanti nella cantina della sua amante a Bertrix, un comune di poco più di ottomila anime. Andava incontro a una manciata d’anni di carcere, per procurarsi il bottino aveva ferito tre persone e accidentalmente rovinato un dipinto del XVII secolo che comunque definiva “Solo arte fiamminga”. A detta sua, era geniale rubare i quadri alle banche. Non i soldi, soltanto i quadri. Questo teneva a spiegarlo: tutti si preoccupano delle cassette di sicurezza ma i direttori di banca sono dei furbacchioni se si parla d’arte, basta prendere appuntamento per rendersene conto. Ed ecco che concentrarsi su un paio di corridoi della sede centrale della Herstatt era un colpo troppo bello perché non se ne parlasse. Non credo sperasse davvero di finire in gattabuia, però aveva certamente messo in conto di fallire e da lì, suppongo, si era cucito addosso la parte. Quando ho sentito la sua storia ho pensato: bravo Rudy, mi stai simpatico. In fondo non era che un Meursault che ha tenuto il cazzo duro fino alla fine.
Se non temo di rubacchiare lo devo quasi certamente a te, papà. Non sei stato un imbroglione, ma un po’ disonesto con l’arte fiamminga della tua vita sì. Quando lavoravi avevi trovato il modo di proteggere le ditte che ti piacevano di più, non so come facessi né me lo sono mai chiesto. Però sapevo che eri bravo a oliare i meccanismi, ne parlavi sommariamente con mamma che non capiva ma non diceva niente, si angustiava senza sapere per cosa, ma come me vedeva che ottenevi ciò che volevi, sempre. Una volta da ragazzino ho origliato una telefonata, stavi rassicurando qualcuno dicendo tranquillo, tranquillo, ci penso io. Spesso mi nascondevo dietro le porte, sembravo un ladruncolo preso dalla tedia ma frugavo in giro sperando di trovare qualche evidenza di una doppia vita o la prova di una colpa, qualcosa che mi facesse pensare a voi in modo brillantino. La verità è che la maggior parte delle case è noiosa, il cassetto dei documenti, i pensili con le scorte secche, le bomboniere di chissà chi cristallizzate nel tulle. Anche sul cesso, dentro l’armadietto dei medicinali o tra i fogli di carta igienica teniamo la parte. Pensavo fossi uno che caga con la stessa espressione con cui telefona ai clienti, ma quel giorno continuavi a dire tranquillo, tranquillo e la tua voce era così dolce, morbida, che avrei voluto essere dall’altra parte del telefono.
Anna non ti conosce bene ma ti reputa uno che si sa muovere, dice proprio così: pensa in lungo, è uno che si sa muovere tuo padre, senza intuire che invece non ti sei mosso mai. Devi avermi trasmesso una certa insolenza per i piccoli furti, quelli inutili. L’estate scorsa, mentre eravamo a New York ho rubato un’orrenda riproduzione della Statua della Libertà in uno dei gift shop che invadono Manhattan. Non sono un cultore dei souvenir e non ce ne facciamo niente io e Anna di quella statuetta verde-blu dal volto grossolano, eppure me la sono infilata in tasca. Ma che cazzo fai? Sbraitava lei facendomi comunque da terzo occhio. Ma lo sai che in America per sciocchezze del genere ti arrestano? E avanti con gli insulti su quanto sia irresponsabile e vanesio, ha usato proprio questa parola, vanesio, a dare alle ortiche la buona educazione di mia madre che se sapesse cosa combini a trent’anni ti farebbe una testa tanta. E allora non lo saprà, ricordo di aver suggerito con il sorrisetto da coglione.
La morale è un fatto arbitrario, ha a che fare con la percezione del bene e del male, con la scelta su dove mettere i confini. Quel giorno, al telefono, appena ti sei accorto di me sei tornato quello di sempre. Chissà se ti sei mai accorto di quello che avevi intorno. A giudicare da certi ricami sulle tende, certi battenti sui portoncini esterni, persino gli scacchi di certe camicie in fila dentro l’armadio, si capisce che senti lo sguardo degli altri. Eppure non sei pronto a riceverlo, a spiegare dolce o ruvido o scevro dove collochi la separazione tra giusto e sbagliato. Ogni tanto vorrei chiederti se ricordi quella volta in cui dicevi tranquillo, tranquillo, se hai messo giù perché c’ero io, se quella voce me la farai mai sentire un’altra volta.
Anna ha un concetto molto alto dei trent’anni, crede succeda qualcosa, si sancisca un patto divino o si pianti un fiore nel giardino della propria vita, qualcosa del genere. Per il suo compleanno, sta organizzando una festa con gli amici storici, una cosa in grande, in cui tutti saranno al traguardo in un giorno comune, arbitrario, creato apposta per celebrarsi anche se non sarà quello di nessuno. La sto aiutando a mettere insieme i pezzi, affittare la location, fare gli inviti. Ci diverte avere un progetto, qualcosa da creare dal nulla rompendo un po’ le scatole a tutti, che se si fa, si fa in grande. E allora la seguo a ruota perché vorrei imparare ad essere come lei, privo di ogni senso di vergogna, o più semplicemente di misura.
Tra gli aneddoti della vita di un figlio non ci dovrebbero essere recriminazioni verso i genitori perché è fisiologico aspettarsi che poi ci resteranno tra le mani, futili e pesanti senza più un volto cui sputarle. Se l’avessi conosciuta da giovane ti saresti innamorato anche tu di una ragazza così, ma lei non ti avrebbe perdonato l’egoismo. Avrebbe cercato di cambiarti, attaccare una bandiera nei paletti del tuo cuore, trascinarti a festeggiare con centinaia di persone, ti avrebbe chiesto tempo, provato a insegnarti l’abnegazione. Di te avrebbe avuto il coraggio di mettersi in tasca molto più che un souvenir.
