Immagine: Foto di Ben Eccher

Schei

La polka riempì l’abitacolo appena il motore sotto di lui cominciò a fare le fusa. Mentre saliva, Hannes vedeva dallo specchietto le luci delle finestre del paese più in basso spegnersi una dopo l’altra come le candele delle offerte in chiesa.

Loro, i gattisti, avevano appena iniziato. Prima del turno, si incontravano al rifugio Edelweiss quando il sole calava pigro dietro le vette e gli sciatori smettevano di scendere. Cercavano ristoro nelle chiacchiere della cameriera e nelle tazzine di bombardino fumanti. Era successo dopo la guerra, con lo skilift del vecchio Fritz Baumgartner che a stento tirava su i bambini del paese. Poi si era aggiunto il Walter che aveva fatto i soldi con la segheria vendendo parquet ai signori in pianura e con i risparmi di una vita ne aveva installato un altro. Quei due avevano avuto il fegato di rischiare. Il resto del paese ghignava e dicevano che dalle loro parti non sarebbe mai stato come in Tirolo o in Svizzera, dove i ricchi milanesi andavano in vacanza a passare Sant’Ambrogio e Capodanno negli chalet. E adesso quei due erano i padroni tutta la zona. La svolta c’era stata anni dopo, quando con le Olimpiadi il resto del mondo aveva scoperto le loro cime, e quel popolo di montanari schivi e burberi si era trasformato in osti sorridenti, guide alpine e maestri di sci. I turisti avevano portato abbondanza a quella loro terra parca, fatta di sassi e radici, e da quelle due piste striminzite fatte di buchi e gobbe, era nato un comprensorio di quattro cime, otto versanti, e due province.

Con un ultimo gracchiare la radiolina si zittì, lì sopra raramente riusciva a prendere la frequenza giusta. Hannes stava per arrivare al punto più alto, oltre i tremila metri. Era da là che partiva la perla della zona, la discesa Super-G della coppa del mondo dove ogni anno i migliori sciatori si sfidavano a velocità folli. Alcuni erano pure morti.

Riportò l’attenzione sul lavoro e sul volante tra le mani. La Ripida: la Erta.

Dopo la prima curva la pendenza aumentava improvvisamente creando uno scalino di ghiaccio. Hannes lo aveva provato spesso, gli sci rimanevano dritti e paralleli, ma la neve sotto di loro non c’era più, solo un fischio di aria gelida. Quando gli atleti scendevano veloci nelle gare del Super-G, oltre la curva, sfioravano la porta azzurra e saltavano. Per alcuni metri pure loro, esseri umani ancorati al terreno, volavano.

Hannes se ne era accorto subito, quella sera di diciotto anni prima al rifugio Edelweiss, che la ragazza al bancone era nuova. Bellissima, con il viso arrossato dalla giornata sulla neve e qualche bicchierino di grappa. Portava i capelli raccolti in due trecce, e le orecchie talmente piccole da sembrare i fossili che trovava in montagna.

«Non ti ho mai vista da queste parti» le disse.

«Forse non guardi bene».

E invece aveva avuto ragione lui. Brigida era appena arrivata dalla città, fresca di laurea e di voglia di mettersi alla prova. Insegnava italiano e storia nella scuola elementare.

Da quel giorno Hannes la aspettava sempre fuori dal cortile. Al suo ritorno la mattina presto, da quando erano sposati, preparava la moka e il pentolino del latte in cucina, andava a svegliarla e facevano colazione. Erano sposati da tredici anni ma da sette Hannes aveva un segreto, tenuto in una cartella nascosta e criptata nel computer portatile.

Lui voleva solo avere più soldi per la sua famiglia. Per fare un regalo alla sua Brigida, perché potesse portare dei gioielli come le donne che vedeva in paese. Per il piccolo Christoph, arrivato da poco, così che potesse studiare e andare all’università, come la sua mamma, diventare medico o ingegnere e non dovere passare le notti sveglio a congelarsi il culo su quei dannati trabiccoli.

Era stato uno di Padova a spiegargli come funzionava la finanza. L’aveva chiamato “giocare in borsa” e si riempiva la bocca di parole come “fatturare”. Se lo vedeva perplesso o insicuro, si sfregava la punta delle dita e ripeteva come un mantra “schei”. Si capiva che era ricco, dal Rolex al polso, dagli sci nuovi di pacca, e soprattutto da come ti parlava, come chi non avesse mai avuto un dubbio in vita sua.

All’inizio era andato tutto bene, Hannes aveva cominciato con delle azioni mezze sconosciute, dopo aveva aumentato il denaro investito e cambiato i titoli. Ogni volta un investimento ancora più rischioso, invece di guardare la Streif di Kitzbühel o la combinata nordica, lui studiava il corso delle borse di Francoforte, Milano, New York, persino Singapore. Mentre guardava i dollari, gli yen e le sterline che salivano e scendevano come i gracchi in inverno, si sentiva un vincente. Da tre anni la fortuna gli aveva voltato le spalle. Le perdite all’inizio erano state piccole, poi sempre più alte, ma era qui che si vedevano i duri, qui che venivano testati i nervi, bisognava aspettare e non mollare, il corso si sarebbe ripreso e avrebbe fatto ancora più soldi. Doveva rimanere freddo come la neve che batteva giorno dopo giorno con i cingolati del gatto.

Hannes d’un tratto aveva iniziato a giocare in borsa ogni giorno, per ore, settimane intere senza sosta. Era andato persino a Bergamo, dove non lo conosceva nessuno, e aveva chiesto un prestito a una banca, la prima trovata appena sceso dall’auto. Cinquemila euro, dieci, venti. Ogni volta in una banca diversa, in altre città, di province via via più lontane. Non lo sapeva ancora nessuno, ma era stato costretto a ipotecare la loro casa, ereditata dal nonno. Due anni da incubo nei quali non riusciva più a dormire senza ingoiare tre pillole di sonnifero. Doveva masticarle e sentirle sciogliersi sulla lingua, o buttarle giù con la grappa al pino mugo.

Il paese in basso dormiva da tempo, solo le luci dei lampioni si diramavano in linee dritte o ondulate, come serpenti luccicanti nel buio. Il pallore lunare si rifletteva sulle distese innevate intorno a lui, sembrava di viaggiare su un mare di cristallo. In cima alla Erta spense il motore e uscì dal gatto stando attento a non scivolare. Le stelle sopra di lui risplendevano incandescenti e erano tante, e vicine. Là in alto, a più di tremila metri, l’aria profumava di fresco, come se quell’azzurro pallido fosse un’orzata ghiacciata da bere.

Per un mese intero, dopo il turno invece di mettersi a letto era andato su e giù per la stanza da letto, aveva controllato ogni cavillo: i requisiti per la polizza dell’assicurazione sulla vita che aveva firmato a inizio contratto, e quanto questa avrebbe rimborsato, se Brigida avrebbe dovuto vendere la casa, rischiando di trovarsi su una strada con un figlio e senza marito.

Stava attento a dove metteva i piedi, non doveva scivolare, non adesso, e lentamente andò fino all’uncino dell’argano. Aveva pensato di romperlo con il martello, un colpo secco e via, ma poi sarebbero rimaste le tracce dell’urto e sarebbe stato scoperto. Giorno dopo giorno, per settimane, aveva svitato mezzo centimetro alla volta il gancio di sicurezza della fune con le mani guantate. Una vite mancante e senza impronte, sarebbe stata una semplice disgrazia come se ne sentono sempre al telegiornale, e nessuno se ne sarebbe ricordato.

Risalito sul gatto l’orologio segnava le tre.

Si guardò intorno ancora una volta. Le sue montagne, che di notte si vestivano di diamanti e d’argento, come dame pronte a ballare, sarebbero rimaste a vegliare sul figlio.

Hannes accese il motore e partì. Sempre più veloci, i cingolati sotto di lui vibravano, sembrava che il gatto avesse preso vita e facesse le fusa. Rapido, ancora di più, giù per la discesa dei campioni fino a volare, e rotolare su sé stesso, più volte, come un masso portato da una valanga.

Ben Eccher

Giurista di giorno, lettrice di sera, gattara sempre. Ha oltrepassato la linea di confine dei trenta e anche quella del Brennero. Da dodici anni abita in Austria: per i tirolesi è l’italiana e per gli italiani la tirolese, vive dunque il dilemma di Balto: non è cane e non è lupo, sa solo quello che non è. In perenne crisi di identità, alla domanda: ma tu in che lingua sei te stessa risponde che non lo sa, in tutte e due, anzi, forse è veramente lei quando legge e indossa le parole degli altri.

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