Saltando i fossi per lungo

Mia nonna fu concepita per sbaglio, come forse era successo anche per i suoi due fratelli maggiori, di una quindicina d’anni più grandi di lei. Di quell’errore il più contento fu mio bisnonno Toti, il quale, quando Girina venne al mondo brutta e striminzita, esclamò “Finalmente una femena!”, mentre la Mara, sua moglie, piagnucolava: “No, una femena no, iera mejo un altro mascio…”. Il bisnonno adorava quella bambina con una tenerezza che gli altri non capivano. Dal paese – noto come Novecentonovantanove – era considerato l’uomo strano che si aggirava per i campi borbottando tra sé e sé con un bastone da passeggio e un solo occhio abile, retaggio della Grande Guerra.

Anche i due fratelli di Girina, già adolescenti, non sembravano entusiasti di quel nuovo arrivo. Per il padre non esistevano già più. Passavano il loro tempo a sbuffare o, quando gli ormoni impazzivano, si sfogavano cercando di colpire la sorella neonata con palline di cerbottana.

All’anagrafe Luigia, tutti in paese chiamavano mia nonna Girina, una storpiatura di Gigina. Non solo perché era la più giovane della famiglia, ma per quella cosa lì che nessuno, in quella minuscola frazione di caseggiati alle foci del Delta del Po, aveva mai visto prima: Girina, a cinque anni di vita, non camminava ancora. Girina saltava.

Saltava come una rana, con i piedi divaricati, le ginocchia distanti tra loro e la schiena ricurva per poggiare le anfibie mani a terra. Saltava in casa e saltava in strada. Saltava i fossi per lungo – come si diceva da quelle parti – e saliva su per le scale sempre saltando. Apriva la porta del panificio da accucciata e, piegando le gambe, piombava direttamente sul bancone. Arraffava la prima pagnotta e filava via com’era venuta.

In paese tutti parlavano di Girina. C’era chi diceva si fosse ammattita cadendo da un albero, chi diffondeva maldicenze sulla madre. Era colpa sua. Colpa dei geni cattivi, dicevano. La Mara, risentita verso il marito per quelle dicerie, qualche anno dopo morì nel sonno. Dicono che le sue ultime parole furono “Cossa g’ho sbaglià, Signor?”. Girina era una stramba, e una stramba non poteva far altrimenti che portare disgrazia. Se le colture non davano abbastanza grano, era colpa di Girina. Se i boccioli dei fiori non si schiudevano, era colpa di Girina. Se i bambini prendevano brutti voti a scuola, non era colpa dei genitori, era sempre colpa di Girina.

A cinque anni, però, Girina, che non smetteva di saltare, finì sul giornale. Anche in questo caso tutti al paese avevano qualcosa da dire: “Guardate chel mostro che qualcosa de bono ci porta”; “Semo diventati dei segnorotti“ perché solo i nobili finivano sui giornali; e via dicendo. Nel giro di una settimana Girina divenne un’eroina. Ovunque Girina si trovasse, in chiesa, per le strade principali, o tra i vicoli, chi la incontrava si prostrava ai suoi piedi per toccarglieli. E le dicevano “Grazie, Girina! Grazie, Fortuna!”. Pure i padri di famiglia che tornando crepati dal lavoro vedevano questa bambina-amuleto indossare sempre le solite scarpe bianche con le suole dorate, si prostravano ai suoi piedi e le urlavano, quasi in lacrime “Grazie Girina! Grazie, Fortuna!”.

Girina era diventata un amuleto vivente, una fonte di curiosità inaudita per un gruzzolo di case in mezzo a campi desolati. La notizia fece eco in tutta la nazione. Giornalisti, intellettuali, ficcanaso, venuti per andarsene con un colpo di coda. Mentre al paese speravano che tutto quel baccano portasse qualche soldo in più.

Da quel momento, galeotto fu il giornale, chi toccava Girina prosperava nella vita, che fosse personale o professionale. Alcuni bambini cominciarono a piegare fogli di carta su sé stessi per creare delle piccole rane che ricordassero Girina. “Si chiamano origami” raccontava mia nonna sorridendo, “Sono stati inventati qui, proprio a Novecentonovantanove, e pensa te, in mio onore!”.

Altri bambini, più scalpitanti, pescavano girini con le loro reti da pesca, con le gambe immerse nei fossi fino alla vita, e che soddisfazione poi ficcarli in barattoli che sarebbero diventati mausolei casalinghi. Una volta tanto i genitori non sgridavano i propri figli per essere tornati a casa inzuppati di melma.

Girina era diventata l’icona del paese. Amata da tutti. Quasi tutti, a dire il vero. Erano pochi quelli a cui non stava poi troppo simpatica. Erano in due, i suoi fratelli, per i quali l’invidia era un sentimento di casa. Il vicino aveva una nuova televisione? E quella motocicletta rosso fiammeggiante? Quell’emozione che bruciava nei loro petti faceva sì che con la sorella non parlassero, ma almeno non la insultavano. Girina era famosa, loro no, ma Girina aveva portato introiti ai fratelli, tutti coinvolti nel patrimonio familiare, e questo andava loro più che bene. Sì, Girina si prendeva il merito, ma loro mangiavano. E mangiavano bene.

Finché un giorno l’invidia non si trasformò in odio, quando Girina compì sette anni. Quel mattino i due fratelli di Girina erano in partenza per la vendemmia, come ogni settembre dell’anno. Allestivano la Cinquecento della famiglia come un hotel ambulante. Mettevano sul tetto due valigie stracolme di vestiti e secchi per trasportare in valle l’uva per il vino. Era un evento nella famiglia di Girina. I due fratelli salutavano la tenuta sorridenti, già lontani dal padre nei pensieri. Salutavano i cavalli e i sacchi di grano e via: la Cinquecento risaliva il viale per addentrarsi nella coltre che risucchiava i campi.

Non lontano, il bisnonno Toti si aggirava per i campi con il suo bastone da passeggio. Girina gli stava accanto, in silenzio. Era solo il suono attutito dei salti di lei a tenergli compagnia. Il bisnonno camminava lento, in una sorta di meditazione. Adorava la nebbia: la bruma fitta, umida, spettrale della pianura, che a momenti sembrava ingoiare tutto. Amava andare a ritroso nel passato, ai ricordi di prima della Grande Guerra, a quando poteva correre libero, sano, forte. Solo quel tipo di meteo gli permetteva tale svago. Non c’era nulla da vedere fuori, poteva guardarsi dentro.

Nella bruma si affacciò qualcosa di scuro. La vista affaticata del bisnonno riuscì a distinguere una sagoma che si ingrandiva sulla terra granulosa. Alla figura indefinita, lui riuscì poi ad abbinare un suono, il frastuono di un motore. Delle forme meglio visibili affiorarono: due grandi ruote e un cubo sopra. Anche Girina la vide. La indicò, rivolgendo uno sguardo interrogativo verso il bisnonno. Era la mietitrebbia della tenuta. Ma chi poteva guidarla di domenica a quell’ora? 

Nel frattempo, i due fratelli continuavano a risalire il viale con la Cinquecento carica fino a strabordare. Il maggiore tirò giù la manopola e si accese una cicca, facendo scomparire il fumo nelle nuvole basse che venivano dall’esterno. Lo senti anche tu questo rumore, chiese all’altro, mentre aspirava. Forte, sempre più forte e vicino. Un rapido scambio di sguardi tra i fratelli.

“Xe a mietitrebbia!”, dissero all’unisono.

Il maggiore fece a malapena in tempo a liberarsi della sigaretta accesa con uno schiocco delle dita che la mietitrebbia si fiondò sulla fiancata della Cinquecento accartocciandola. Uno scricchiolio di metallo e bulloni che il bisnonno Toti e Girina avevano sentito fin dentro le vene. La mietitrebbia trascinò la Cinquecento per una decina di metri, finché non si incagliò nel fango. Il motore della mietitrebbia era andato in panne, o forse erano i freni, e quella non si fermava.

Qualche secondo di silenzio, poi il delirio. La Cinquecento divenne un catorcio di ferro e fuoco. E con lei i due fratelli. Il bisnonno Toti si limitò a sbatacchiare il bastone su un pezzo di lamiera rotolato fino alla punta delle sue scarpe. Spussa de brusato, bofonchiò sottovoce. Girina, invece, aveva gli occhi sbarrati come se avesse visto il fuoco per la prima volta.

Il motore della mietitrebbia smise di brontolare. Dal paese iniziarono ad arrivare le prime voci, richiamate dall’esplosione. Il bisnonno guardò verso la mietitrebbia abbandonata, poi verso la strada che portava al paese. Girina e suo padre si guardarono negli occhi. Il bisnonno agitò il suo bastone da passeggio con veemenza e fece un segno alla figlia, come a dirle ‘Sciò, sciò’. Girina saltò via, in quel suo modo tutto rettile e zero umano. Girina, la stramba. La figlia di suo padre, anch’egli uno strambo, la sua femena. 

Quando arrivarono i primi abitanti di Novecentonovantanove, non ci volle molto perché le voci si alzassero. Dove l’è Girina? La cercavano ovunque. L’è sta là, sicuro, dentro’l tratore! A mietitrebbia la se move da sola? Il bisnonno provò a spiegare che era stato un incidente, che la nebbia era troppo fitta, che forse i freni si erano rotti. Ma le sue parole si persero nel vociare sempre più rabbioso della folla.

Girina si era nascosta dietro un albero, uno dei pochi alberi lì vicino, accucciata come sempre. L’unico luogo che offriva un magro rifugio. Ma appena li vide avvicinarsi, uscì e si alzò in piedi. Camminava verso di loro con passi incerti, tremolanti, ma senza saltare. I piedi che toccavano il terreno uno dopo l’altro, come quelli di tutti gli altri bambini. Suola dopo suola. La folla si fermò. Incredibile. Girina che camminava. Girina che aveva smesso di essere la bambina-rana.

Ma il miracolo durò poco. Eccoa! gridò qualcuno. Se adesso cammina, vuol dire che prima fingeva! E la folla si rianimò, più inferocita di prima. Girina, la stramba, tornava ad essere ciò che era sempre stata: la portatrice di disgrazie. 

Il bisnonno Toti la guardò allontanarsi a piedi, inseguita dalle grida dei paesani. Il suo unico occhio era lucido, ma non di tristezza. Per la prima volta nella sua vita, sua figlia camminava.

Margherita Pescarin

Nata nel 1998, è cresciuta in provincia di Padova dove ha frequentato il liceo classico. Ha lasciato l’Italia a 19 anni per conseguire una laurea in Filosofia a Edimburgo ed una in Urbanismo a Parigi, dove oggi vive e lavora nel settore della transizione ecologica. Nel tempo libero scrive ed è attualmente impegnata nella stesura di un progetto di narrativa.

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