"Riti Privati" di Julia Armfield

"Riti Privati" di Julia Armfield

Chi davanti al collasso del mondo va avanti ha capito come adattarsi o vive nell’apatia? Viene da chiederselo leggendo l’ultimo romanzo di Julia Armfield Riti Privati pubblicato da Mercurio Books (aprile 2026, traduzione a cura di Ilaria Oddenino), in cui le protagoniste fronteggiano un lutto spostandosi a fatica tra passerelle e traghetti in una città che sta progressivamente scomparendo a causa delle inondazioni. 

“La facilità con cui fatti che crediamo permanenti possono cambiare. C’era la terra asciutta, un tempo, e anche l’idea che annegare fosse un’emergenza, qualcosa contro cui lottare disperatamente. Ora c’è solo un senso di ineluttabilità: gli spazi sempre più stretti tra le piane allagate, isole di terra ancora abitabile su cui si costruisce con caparbietà e ostinazione verso l’alto, lontano dal disastro che si accumula di sotto.”

Ancora una volta l’autrice inglese si affida all’acqua: se nel suo romanzo precedente – Le nostre mogli negli abissi – una biologa marina è reduce da una missione nell’oceano, mentre ora l’elemento si traduce in una pioggia senza tregua. Nonostante il collasso imminente, le tre sorelle – Isla, Irene e Agnes – proseguono le loro quotidianità separate anche nel momento in cui sono costrette a rivedersi per via della morte del padre, architetto visionario e megalomane. Subito chiara è la rabbia tra le donne, disseminata nei dialoghi puntellati di provocazioni e un senso di rivalità, radicati nell’incapacità di evitare, persino in questa circostanza, di perpetuare le solite dinamiche relazionali.

La loro infanzia è stata segnata dall’anaffettività paterna, oltre che da un’inclinazione a una varietà di vessazioni psicologiche, come la tendenza a metterle intenzionalmente una contro l’altra. Tutte e tre crescono nell’assenza di una figura materna: la madre di Isla e Irene, figlie del primo matrimonio, estenuata e ossessionata, decide di morire mentre quella di Agnes scompare in maniera inspiegabile quando è ancora una bambina.

“Insomma, ormai siamo quello che siamo, no? Irene aveva pensato a loro tre. Il padre, esperto a valorizzare una e poi un’altra,  che si riferiva a Irene come Irenaccia e faceva ridere le sorelle imitandone la voce e le espressioni. Il padre, che dava la paghetta solo a Irene e le intimava di non dirlo a Isla. Il padre, che aveva confiscato tutti i libri di Irene perché aveva usato il suo computer e li aveva dati alle altre. Il padre, che obbligava una Agnes di quattro anni a stare in corridoio quando urlava, non permettendo a nessuno di avvicinarsi mentre lei strepitava fino a perdere i sensi e finiva col farsi la pipì addosso. A che punto, voleva dire, smettiamo di essere il prodotto diretto dei nostri genitori? A che punto comincia a essere nostra la colpa?”

Riunite davanti a questo ingombrante lascito emotivo disfunzionale, non riescono a evitare le modalità a cui sono abituate, prendono atto che nel loro caso “la sorellanza è una trappola” e che “si resta incastrate in certi ruoli per sempre.” La loro comunicazione si fonda sulla recriminazione, specialmente dopo aver scoperto che, come ultimo sbeffeggio, la grande casa del padre, opera innovatrice e futuristica costruita su piloni mobili che le consentono di innalzarsi sull’acqua, viene lasciata a una sola delle eredi. E spaesata Isla arriva a chiedersi: “Perché si comportano come se fossero parte di una setta il cui leader è morto lasciandole senza sapere come riempire il vuoto di potere?”

Tutte tentano di proseguire le proprie vite come se fuori non ci fosse la minaccia della fine, come se la morte non fosse una deflagrazione silenziosa, Isla con le sue sedute come terapeuta, Irene accettando il fallimento della sua carriera, e Agnes la più isolata, lavorando in un bar e sfogando i suoi pensieri attraverso il nuoto o nel sesso occasionale; tutte continuano a essere fedeli a ciò che sono, intrappolate senza volerlo. Nonostante l’apparente calma con cui scorrono le vicende, prende man mano concretezza un ricordo misterioso richiamato nel prologo, in cui a una donna viene strappata la bocca.

La narrazione in terza persona si dipana in un tempo ristretto nella prima parte – l’incontro forzato dalla morte, l’organizzazione pratica, il funerale – mentre nella seconda la percezione della linearità si disgrega fino a esplodere in un finale apocalittico. La lingua ha toni sempre più oscuri, fluisce come il ritmo dell’acqua, come i giorni, perenni, ineludibili. Un destino a cui non si può sfuggire. 

Perfetto il modo in cui Armfield decide di collegare le sorelle grazie a una struttura che segue le prospettive di ognuna, a cui si aggiungono quella della città e rare incursioni di personaggi secondari: con questa frammentarietà le loro esistenze si mettono in relazione, le loro reminiscenze condivise si accostano nella distanza, le loro intimità sconosciute si assemblano.

Come ha dichiarato in un’intervista l’autrice, quando si racconta di tre figlie e un padre è inevitabile la corrispondenza con l’opera shakespeariana e il riferimento appare direttamente sulla pagina quando Irene sbottando dice: “Re Lear e le sue figlie lesbiche”. Come in Re Lear l’impetuosità dell’acqua è implacabile, simbolo in quel caso della follia cui è destinato il padre:

“Soffia, vento, e dispiega tutta la tua rabbia. Uragani, cateratte e tempeste, versate tutti i vostri torrenti sulla terra, seppellite sotto le acque la cima delle nostre torri e de’ nostri palagi (…)”

In Riti Privati la figura paterna è assente nel corpo ma rimane il principale catalizzatore, i ricordi riverberano nel tempo, con conseguenze per “loro tre, che cercavano di essere meno isolate e spesso fallivano, che cercavano di essere un prodotto meno definitivo del loro passato.” Un trascorso comune che nel collidere riemerge, antiche scene – inspiegabili per delle bambine – si insinuano nelle crepe della memoria delle adulte, formando un substrato di mistero sempre meno ignorabile, equiparabile ai fatali effetti delle piogge e dell’umidità costanti, della muffa che intacca le abitazioni e divenuta difficile da ignorare. Ciò che viene rigettato nell’inconscio sembra riemergere a forza, come l’acqua straborda, incontenibile. 

Altro tema centrale è quello delle disuguaglianze in relazione alla crisi climatica: se il disastro della città in via di sparizione non risparmia nessuno, è vero che non tutti vengono toccati nella stessa misura. Esiste un’élite, di cui le protagoniste fanno parte nonostante il loro rigetto, in grado di progettare piani per potersi salvare, un privilegio concesso a pochi, perché non tutti gli spazi – le opportunità – sono accessibili a tutte le classi sociali. In particolare è Jude, persona transessuale e partner di Irene – e a cui finalmente ci si riferisce con la schwa in letteratura! -, a portare un contraltare della tematica sociale, poiché impegnatə nell’edilizia pubblica e intentə a fronteggiare l’emergenza dal punto di vista di chi sta perdendo tutto: “c’è chi può permettersi di stare al sicuro e chi no”. 

E anche se, in fondo, la catastrofe si rivela certa, Armfield apre uno spiraglio nelle ultime concitate pagine del libro, lancia un’ancora di grazia e speranza, perché è “meglio scaldarsi le mani contro qualsiasi calore residuo, baciarsi e parlare e piangere e scopare e stringersi forte sotto un cielo che si farà sempre più bianco.”

Francesca Serotti

Francesca Serotti si laurea in Lingue e Letterature Straniere a Bologna. Dopo un periodo a Parigi e a Milano, dove inizia a fotografare, si trasferisce a Berlino per studiare alla Neue Schule für Fotografie. Le sue fotografie sono state esposte al Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia e all’International Photo Project (Fondo Malerba per la Fotografia). Nel 2018 rientra in Italia e fonda l’etichetta musicale “Lady Blunt Records”.

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