"La Casa Stretta" di Evelyn Scott

"La Casa Stretta" di Evelyn Scott

Se si pensa alla tradizione modernista, Evelyn Scott non è fra i nomi che vengono in mente. Eppure la scrittrice statunitense, nata Elsie Dunn nel 1893, è una figura essenziale dell’innovazione letteraria degli anni Venti del secolo scorso. Scrisse poesia, narrativa, drammi, saggi e novelle ma cadde nell’oblio già prima della sua morte, avvenuta quando viveva in una camera dell’hotel Benjamin di New York nel 1963. A farla rientrare a pieno titolo nel canone modernista è una trilogia di romanzi composta da The Narrow House (1921), seguito da Narcissus (1922) e The Golden Door (1925).

Dobbiamo ringraziare il lavoro eccelso della casa editrice indipendente Storie Effimere, impegnata nella riscoperta di scrittrici e scrittori dimenticati, se finalmente l’esordio di Scott, La Casa Stretta, arriva in Italia, con la traduzione di Silvia Amalia Di Cocco, dopo più di cento anni dalla pubblicazione. In questo libro, caratterizzato da una sincerità disarmante, Scott dà prova della sua audacia sperimentale con una forte voce autoriale affidandosi a punti di vista multipli e multiformi, risultato di una profonda introspezione. Il suo sguardo affronta senza indulgenza la condizione e l’interiorità femminile in un contesto storico marcato da un perenne cambiamento sociale in cui la donna, relegata a una dimensione privata, inizia una nuova esplorazione del sé e del proprio potenziale di emancipazione.

Qui mette in scena la psicologia dei Farley, una famiglia della classe media composta dai coniugi, dai loro figli Alice e Laurence, e da Winnie, la moglie di lui e madre di May e Bobby. Gran parte della narrazione ha luogo nella loro casa malridotta e logora, riflesso dei legami in sfacelo che la abitano. Le mura domestiche diventano un palcoscenico su cui i personaggi restano inerti, incatenati dall’abitudine e dal disprezzo nel loro percorso di evoluzione individuale.

All’autrice interessa la dinamica stagnante in cui si inabissano le tre generazioni coinvolte nella storia. Le relazioni affondano le loro radici nell’esasperazione alimentata dall’odio reciproco, dalla frustrazione personale, dal dolore dei singoli che convoglia in quello collettivo. Ogni personaggio soffia sul fuoco vivo del suo insuccesso infliggendo male agli altri e a sé, come fosse l’unico espediente di sopravvivenza.

Il fulcro di questo vampirismo emotivo deriva da fondamenta infelici, ovvero il matrimonio fallito di Mrs e Mr Farley, i quali mantengono un rapporto basato ormai su insofferenza e ipocrisia, dato che “quei due, spaventati dalla paura che avevano l’una dell’altro, erano come creature aliene legate con una catena.”

Nonostante il tradimento di Mr Farley sia un segreto che echeggia tra le pareti, solo la  figlia Alice affronta il padre con franchezza: “perché non te ne vai? Perché non trovi qualcuno che abbia un po’ di rispetto nei tuoi confronti e che significhi qualcosa per te, così te ne vai e sei felice?” La replica paterna rivela la rinuncia messa in atto per non ferire la madre e per auto-assoluzione perché “aveva bisogno di quell’indulgenza per riuscire a pensare bene di se stesso.” Mosso dalla consapevolezza del peccato, desiste attivamente dal compimento della felicità in nome di un dovere assoluto e “forte nella convinzione che il suo sacrificio non avrebbe mai avuto fine, si era abbandonato alla sua natura mistica e repressa.”

Anche la moglie, uno dei tre modelli di femminilità ritratti da Scott, fonda il suo statuto matriarcale sul sacrificio. Perennemente affaccendata, appare come una presenza distaccata incastrata in un ruolo che la annulla. Per lei gli altri abitanti della casa “erano pesci selvatici usciti dal mare, intrappolati nel suo vetro. Si muovevano sicuri in casa come pesci che nuotano a loro agio in un acquario. Erano terribili come il mare riflesso in uno specchio.”

L’immolazione è prima di tutto ascrivibile al narcisismo, una forma di esaltazione del sé in cui il bene per gli altri non è veramente coinvolto. Sarà di nuovo Alice a squarciare il velo della simulazione, incolpandola di essere “una macina al collo di Papà.” La figlia non si risparmia nel giudicare senza pietà la madre, ma è vero anche il contrario. Durante una discussione, Mrs Farley accusa la figlia di essere “una donna volgare e senza cuore.” La spietatezza di Alice fa emergere il tema del rispetto, che secondo lei la madre non prova nemmeno per sé.

Come conseguenza naturale del contesto in cui è cresciuta, Alice non sa amarsi. Se veemente è la reazione contro ogni suo famigliare, non meno impetuosa è quella contro il suo corpo, con il quale vive una conflittualità metaforica e fisica. Quando la sua disperazione raggiunge l’apice, arriva a compiere gesti di autolesionismo, affondando i denti nella carne o tagliandosi con le forbici.

“Portatemi via questo corpo. Non lo conosco. Non posso più sopportare la compagnia di questa cosa sconosciuta.”

Alice, nella sua complessa tridimensionalità, è la personificazione della donna moderna, cosciente dei limiti imposti dalla società ma oppressa da un’identità straniata ed emarginata. È colei che dice le verità più inesorabili, definisce l’atmosfera in cui è cresciuta come “una prigione morale” che ha rovinato la sua vita e quella del fratello e non è in grado di alterare la sua rigidità nemmeno con i nipoti che vivono nella casa. Una figura che gioca con l’oscurità, vi trova conforto, tanto che dalla piccola May pensa di essere percepita come un’orchessa.  

Indagando sulla movimentata biografia dell’autrice segnata da amori travagliati, scandali, difficoltà economiche, malattia, sono evidenti alcuni parallelismi. Scrive Robert L. Walker nella prefazione del libro che una della qualità più caratterizzanti di Scott era “un’avversione profonda per l’ipocrisia, accompagnata dal suo opposto: una sincerità assoluta verso se stessa, che la portava ad analizzare con fredda esattezza ogni sfumatura dei propri pensieri e sentimenti, e a non celare nulla dei rapporti con gli altri.” Come Alice, la scrittrice fece del rifiuto delle convenzioni borghesi una caposaldo dell’esistenza. Ne è prova il fatto che durante l’adolescenza scrisse una lettera al direttore del Times-Picayune di New Orleans in cui sosteneva la necessità di legalizzare e regolamentare la prostituzione, fatto che scandalizzò la madre, ossessionata dal mantenimento dell’apparenza e della rispettabilità; come pure la fuga in Brasile, appena ventenne, con Frederick Creighton Wellman, quarant’anni più grande di lei.

Ne La Casa Stretta Scott crea con una terza figura femminile un contraltare potente alle due donne: Winnie, la moglie di Laurence, contraddistinta da fragilità e vanità. Ancora una volta il matrimonio si fonda sulla rinuncia: lei perde il sostegno dei ricchi genitori mentre lui non si realizza come biologo e pensa sia “stata lei a costringerlo ad amarla contro la volontà di entrambi. Lui non voleva un amore così. Non avrebbe mai potuto essere diverso. I loro stessi corpi li tenevano distanti, irrimediabilmente separati.” La giovane è terrorizzata dalla solitudine di tale distanza, in ricerca costante di conferme d’amore, eppure trova forza nel potere sessuale e frequenti sono le volte in cui, quando nel racconto irrompe una forma di flusso di coscienza dei personaggi, emerge un sentimento di avversione verso la figlia e il marito che “odiava a tal punto che non poteva sopportare che si allontanasse da lei.”

È grazie a lei che irrompe nella pagina la visione del Liebestod di Scott, che Walker descrive come “un panteismo gotico in cui la morte è l’elemento fondamentale della vita.” La morte risuona in Winnie “come un grido che si propaga per un lungo corridoio”. Costanti sono i riferimenti al rischio di morire dovuti alla malattia, la ragione per cui i medici le hanno sconsigliato di rimanere incinta nuovamente. Ma Winnie intesse con Laurence un rapporto distorto basato sui corpi e sul possesso, fino a che “divenne il portatore di morte, felice, suo malgrado, dell’ebbrezza di muoversi con l’invisibile. Attraverso la banalità del sesso, che lo opprimeva, si faceva strada la volontà di un orrore profondo e appassionato.”

Winnie scopre di essere incinta mentre si trova dai genitori, per passare un periodo volto a rimettersi in salute e sente che il bambino cresceva in lei “per consumarla”. Le pagine a lei dedicate sono tra le più intense, in cui la morte si intreccia con l’amore e la passione, fino a quello che Steven T. Ryan considera un “climax perfetto per un romanzo che è, in realtà, una sovversione della tragedia sentimentale.” La storia non si chiude con una tragica devozione, ma entrambi i personaggi vivono “un’estasi di odio e solitudine”.

Tutti gli abitanti della casa, sempre più stretta, continuano a rimanere incastrati nella claustrofobia della loro disillusione, che pare detonare e strabordare all’esterno dopo che viene posta una corona di fiori alla porta: “la loro casa si distingueva dalle altre. Ciò che la famiglia aveva voluto nascondere come una vergogna era ormai rivelato al mondo. Il loro dolore non apparteneva più solo a loro.”

Francesca Serotti

Francesca Serotti si laurea in Lingue e Letterature Straniere a Bologna. Dopo un periodo a Parigi e a Milano, dove inizia a fotografare, si trasferisce a Berlino per studiare alla Neue Schule für Fotografie. Le sue fotografie sono state esposte al Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia e all’International Photo Project (Fondo Malerba per la Fotografia). Nel 2018 rientra in Italia e fonda l’etichetta musicale “Lady Blunt Records”.

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