Per un'economia femminista
Intervista Giovanna Badalassi e Federica Gentile autrici di "Signora economia" (Le plurali editrice)
La parità di genere è ancora molto lontana. Se da una parte sono innegabili i passi avanti, seppur piccoli, realizzati grazie a leggi mirate e campagne di sensibilizzazione, dall’altra parte il rischio che ci sfugga definitivamente, data l’attuale situazione a livello europeo e mondiale, è concreta. È infatti nei tempi di crisi che i governi impongono una politica di austerità, tagliando i costi della spesa pubblica nei settori ritenuti non prioritari come l’istruzione o la sanità. Ambiti in cui la maggior parte delle occupate sono donne. Ma non solo, nel 2023 l’Iva sugli assorbenti era al 5 per cento, nel 2024 con la legge di bilancio è aumentata di nuovo al 10 per cento. Le donne, quindi, pur ricevendo un salario minore devono pagare di più.
Il rapporto Cnel – Istat “Il lavoro delle donne tra ostacoli e opportunità”, pubblicato a marzo scorso, non lascia spazio ai dubbi: le donne italiane sono messe male rispetto alle sorelle europee. ll nostro tasso di occupazione femminile, inferiore di 12,5 punti alla media europea generale, è il valore più basso tra i 27 Paesi membri. Nella graduatoria dell’occupazione delle donne laureate, invece, siamo al quart’ultimo posto, seguiti solo da Croazia, Romania e Slovacchia. La Germania e la Francia, invece, ci superano del 50 per cento.
È possibile dunque creare un’economia femminista? Risponde a questo quesito il saggio Signora economia di Giovanna Badalassi e Federica Gentile, pubblicato da Le plurali a settembre 2024. Le autrici partono descrivendo le differenze tra l’economia del patrimonio (degli uomini) e del matrimonio (e delle donne) e di come queste, fin da piccole, vengano educate nella gestione del denaro per sé e per tutta la famiglia. Attraverso varie fasi storiche e normative sia nazionali che europee, arrivano a proporci un cambiamento che appare sempre più necessario.
Come vi siete conosciute e come è nata l’idea di scrivere il libro?
Lavoravamo entrambe per la stessa società di consulenza, e abbiamo collaborato per fare i primi bilanci di genere in Italia alcuni anni fa. Poi Federica è andata a lavorare all’estero ma siamo rimaste in contatto. Dieci anni fa abbiamo deciso di fondare assieme www.ladynomics.it, un sito di economia e politica di genere nel quale abbiamo riversato con finalità divulgative le nostre esperienze professionali, Giovanna dall’Italia per tutto quello che riguarda i bilanci di genere nei quali è specializzata, e Federica dagli Stati Uniti dove vive da qualche anno e insegna gender studies.
Volevamo festeggiare i dieci anni di attività di Ladynomics e presentare questa materia in una versione un po’ più approfondita e meno frammentata di quello che inevitabilmente succede nei siti. Ne parlavamo da qualche tempo ma l’incontro con la nostra casa editrice “Le Plurali” ha rappresentato lo stimolo che ci serviva per iniziare a scrivere.
Come avete lavorato alla stesura a quattro mani del saggio?
Lavorando assieme per il sito, siamo già abituate a scrivere a quattro mani e ciascuna conosce i cavalli di battaglia dell’altra. Una volta deciso il filo narrativo, ci siamo distribuite gli argomenti da trattare senza particolari difficoltà. Un contributo importante ce lo hanno dato le nostre editrici che hanno seguito le revisioni delle bozze con notevole attenzione e impegno, dandoci dei continui feedback per essere sempre più chiare e accessibili. Ci abbiamo tenuto tutte molto a utilizzare un linguaggio il più possibile divulgativo, preciso dal punto di visto tecnico ma che allo stesso tempo chiunque potesse capire. La scelta di utilizzare il linguaggio di genere ci ha messo poi davanti all’importante sfida di riconsiderare non solo i termini eventualmente sessisti dell’italiano in generale ma anche quelli propri del lessico economico.
Avete avuto difficoltà a reperire i dati e le fonti che compongono la corposa bibliografia? Con quale metodo le avete scelte?
Essendo entrambe ricercatrici e trattando di questi temi da anni, avevamo già parecchie fonti a disposizione o sapevamo dove andarle a trovare. La nostra maggiore difficoltà, semmai, è stata quella di selezionarle: la prima bozza aveva quasi il doppio delle note poi rimaste nella versione definitiva. Alla fine abbiamo scelto di lasciare le fonti più autorevoli e recenti, oltre a quelle che a nostro parere sapevano restituire, nel modo più immediato, il senso dei concetti espressi.
L’economia femminista deve essere “al servizio delle persone e non al loro comando” è uno dei concetti chiave esplorati. Che cosa intendete?
Un’economia che non vede le persone come semplici strumenti per generare utili – consumatori, consumatrici o “risorse umane” – ma le riconosce come il vero fine dell’attività economica, sia pubblica che privata. L’economia femminista, come altri pareri critici al modello capitalista dominante (ad esempio l’economia del benessere, della felicità o circolare), mette in discussione un sistema basato esclusivamente sulla crescita del PIL e sul profitto, e propone un’alternativa centrata sul benessere collettivo.
In particolare, l’economia femminista valorizza ambiti spesso invisibili nella contabilità economica tradizionale, come il lavoro di cura e il contributo che le famiglie offrono quotidianamente alla società. Queste attività, pur essendo fondamentali per il funzionamento del sistema economico, sono ancora largamente sottovalutate o ignorate. Soprattutto, queste attività sono svolte in modo prevalente da donne, il cui impegno non solo rimane nascosto all’economia tradizionale, ma è all’origine di tutte le differenze e diseguaglianze di genere. Risolverle non è soltanto una questione di diritti umani ma anche di avviare un percorso di crescita sociale ed economica sostenibile e allo stesso tempo competitiva.
Il consiglio dell’economia femminista è dunque quello di invertire il rapporto tra mezzi e fini: il profitto non deve essere il fine ultimo, ma uno strumento per migliorare la qualità della vita delle persone. Per questo, l’economia femminista propone politiche che partano dalle reali esigenze delle persone – donne e uomini, madri, padri, cittadini e cittadine – mettendo al centro il loro benessere.
Lo Stato non è un mero arbitro neutrale del mercato, ma un attore che può e deve intervenire attivamente per riequilibrare un sistema oggi troppo sbilanciato verso logiche di profitto predatorio ed escludente, che lasciano indietro le fasce più fragili della popolazione.
Le grandi sfide del nostro tempo – dalla transizione digitale all’intelligenza artificiale, dal cambiamento climatico alle tensioni geopolitiche – rischiano di ampliare ulteriormente le disuguaglianze. Per questo crediamo che una visione femminista dell’economia, capace di rimettere al centro le persone e i loro bisogni, non sia solo auspicabile ma sempre più necessaria. Non per rivoluzionare il sistema, ma per riportarlo a una dimensione più giusta, umana sostenibile.
Il saggio “Signora economia. Guida femminista al capitale delle donne” di Federica Gentile e Giovanna Badalassi è uscito a settembre 2024 per le plurali editrice.
Nel libro denunciate più volte le differenze nell’occupazione delle donne tra Sud e Nord Italia. Quali politiche governative pensate siano necessarie per ridurle?
La questione meridionale rappresenta da decenni una criticità del nostro Paese molto complessa che vede arretratezze di carattere sociale e culturale sovrapporsi ad altre di carattere economico. Al centro ci sono sempre le donne, pilastri del welfare familiare in territori con pochi servizi, con possibilità di crescita professionale certamente inferiori rispetto a quelle di altri territori. In realtà si sa già quali politiche governative ci vorrebbero: investimenti nello sviluppo economico e produttivo, nella scuola, nel welfare e nella sanità. Se ne parla da anni, ma ad oggi non c’è ancora una forza sociale o economica nel paese che sappia trascinare questo tipo di cambiamento. La questione della partecipazione sociale e della dimensione di cittadinanza è cruciale per avviare un percorso di crescita e di riduzione delle differenze anche per quanto riguarda la condizione femminile.
Al termine del libro provate a tracciare una via per le donne di oggi o e del futuro segnalando i progetti che incombono su di noi se vogliamo raggiungere un reale cambiamento e vivere in una società più equa. Ritenete che siano realizzabili e cosa potremmo fare già da ora per cominciare? Secondo voi, sono azioni che tutte potrebbero mettere in atto o solo alcune di noi?
Il libro si dispiega in una logica temporale che parte dall’economia delle donne del passato, attraversa il presente e chiude con le prospettive future. Sappiamo di avere proposto una visione di lungo termine, che nella continua realtà emergenziale che viviamo può apparire lontana e inarrivabile. Avevamo però bisogno di un traguardo verso il quale tendere e proiettare il nostro agire quotidiano. Molte donne stanno comunque già agendo individualmente in questa direzione, e contribuiscono per la propria parte a quel cambiamento trasformativo verso l’economia femminista della quale parliamo.
Quello che ovviamente manca è la dimensione collettiva, attraverso la quale si può intervenire sul sistema. Dopo la seconda ondata femminista degli anni Settanta, a partire dagli anni Ottanta si è affermato un concetto individualista di crescita femminile, trasmesso soprattutto attraverso l’affermazione professionale. Si è trattato di un passaggio necessario e coerente con l’ideologia neoliberista e globalizzata degli ultimi decenni. A nostro parere, però, per proseguire sul percorso verso la parità è indispensabile recuperare una collettività capace di dialogare e coinvolgere anche donne diverse tra loro, ma disposte a darsi una postura relazionale differente, solidale e realmente collaborativa.
Ai figl* di solito si regala un salvadanaio e si insegna a risparmiare, mai a investire. Nel saggio vi siete occupate più di macroeconomia e non di finanza. Come dovrebbe essere un’educazione economica femminile?
In una prospettiva storica, è da poco tempo che le donne possono guadagnare e anche gestire liberamente i propri soldi. Basti pensare che fino al 1919 era ancora necessaria per le donne l’autorizzazione del marito per vendere i propri beni o fare operazioni finanziarie come aprire un mutuo.
Oggi ci sono poi parti considerevoli di popolazione, sia maschile che femminile, che fatica ad arrivare a fine mese, e che quindi non riesce affatto a risparmiare, tanto meno a investire.
Per chi invece ha questo tipo di possibilità, è vero: le donne hanno meno abitudine a pensare in termini di finanza e di investimenti. Certamente agiscono in questo senso gli stereotipi di genere che le vedono più attente alla dimensione reale della vita quotidiana e quindi più insofferenti a quella smaterializzata e virtuale che inevitabilmente fa parte della finanza, soprattutto quella attuale.
L’educazione economica al femminile si può affrontare partendo appunto dalla loro diversa economia, quella della quotidianità delle spese per la casa, il mangiare, la salute, l’istruzione, e da lì ricostruire percorsi di conoscenza finanziaria ed economica coerenti con quello che è il loro diverso approccio ai soldi.
