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Patologizzare il dissenso femminile

La letteratura come restituzione da Adèle Yon a Victoria Mas

Negli anni Settanta l’avvocata Gisèle Halimi, figura centrale del femminismo giuridico francese, portò in tribunale storie di donne che i giudici all’epoca non incontravano di frequente. La cofondatrice dell’associazione Choisir la cause des femmes e voce indomabile nei processi per il diritto all’aborto aveva intuito che per smontare una legge ingiusta bisognava prima rendere visibili le vite che quella stessa legge aveva distrutto. Davanti ai giudici sfilarono le testimonianze di donne degli anni Cinquanta e Sessanta: donne che avevano abortito clandestinamente, donne che avevano subìto violenze domestiche, donne che erano cadute in depressione, donne ‘piagnucolose’ che non avevano nemmeno la pretesa di essere chiamate isteriche. Nessuna di loro aveva ricevuto supporto psicologico. Molte erano state internate su iniziativa dei mariti o dei padri, per “condotta scandalosa”, con la firma di un medico di sesso rigorosamente maschile e il silenzio del parentado.

Quel diritto alla vulnerabilità non è stato riconosciuto alle donne quando era il momento di farlo, ma oggi viene riesumato grazie a una sorta di indagine familiare. Arriva fino a noi per opera di scrittrici che scavano tra leggende, memorie e archivi colmi di polvere. Archeologhe ontologiche che accolgono l’eredità di Gisèle Halimi e ridanno la voce alle donne le cui urla erano state ridotte al silenzio. Documenti redatti dai medici manicomiali che cancellavano l’identità per far posto a una sterile generalità ippocratica; un groviglio di termini tecnici che soffoca la persona, lasciandola spesso priva di un vero nome. 

Betsy è questo: un nome pieno di segreti, come lo definisce la scrittrice francese Adèle Yon nel suo esordio Il mio vero nome è Elisabeth (Neri Pozza, 2026), un suono che per decenni ha circolato sottovoce nella sua famiglia borghese cattolica, mai pronunciato per intero. Solo Betsy. Un nome senza corpo e senza la possibilità di occupare spazio. «Il suo cognome da nubile figura in testa al modulo. E il suo nome, che nessuno usa mai: Elisabeth». 

Betsy è nata nel 1916 e morta nel 1990. Nel mezzo, diciassette anni di internamento coatto nell’ospedale psichiatrico di Fleury-les-Aubrais, due segni rotondi sulle tempie, una diagnosi di schizofrenia che Yon, nel corso di quattro anni di ricerca, mette sistematicamente in dubbio. Era davvero malata? O era una donna che disturbava – troppo espansiva, troppo instabile, troppo piagnucolosa –  in un’epoca in cui essere troppo era già una patologia sufficiente?

Quando la paura di quella storia genealogica che si ripete bussa alla sua porta e il tarlo di diventare come Betsy comincia a moltiplicarsi, quando si sente fragile lei stessa, Yon inizia a fare domande. 

«Se dovessi qualificare la relazione che si crea a quel punto con quella bisnonna che non ho conosciuto, se avessi, per farlo, sufficienti ricordi di quel periodo oscuro che è l’adolescenza, direi che è stata l’idea di lei a far nascere la mia prima vera paura: quella di essere pazza».

Da questo orrore declinato al femminile e tramandato di generazione in generazione, parte l’inchiesta. Il risultato è un libro impossibile da relegare a un genere specifico. Tra le pagine troviamo documenti ospedalieri d’archivio, lettere di fidanzamento tra Betsy e il marito André, interviste a parenti reticenti, la tesi di laurea di un giovane medico del 1951 in cui Yon ritrova, senza cercarlo, il caso clinico della bisnonna. Il testo – rivelando appieno la formazione dell’autrice, laureatasi in studi cinematografici alla prestigiosa École Normale Supérieure (ENS) – è montato come un film con pagine nere che segnano i passaggi tra le sezioni come dissolvenze, con un ritmo che accelera man mano che le scoperte si accumulano. La forma è una collera fredda che rinuncia tacitamente all’eredità imposta.

La ricerca storica più approfondita è nella parte centrale del libro, quando si chiarisce che l’origine dei due segni rotondi sulle tempie di Elizabeth è il frutto di una lobotomia frontale. Nel 1949 Marcel David, chirurgo, cattolico e militare, continuatore in Francia della pratica chirurgica itinerante avviata da Walter Freeman, e Jean Talairach, neurochirurgo, iniettano nelle vene dei pazienti un preparato farmacologico a base di morfina e atropina, assicurandosi così che anche i più irrequieti –  o le più irrequiete, statisticamente molto più numerose –  possano essere sottoposti alla leucotomia. 

«IO – Per te cosa significava, una lobotomia? 

QUELLA CHE NON HA PAURE (UNA NIPOTE)– Solo che le era stata tolta una parte del cervello che, a quanto dicevano, non funzionava. Si pensava che togliendo dei pezzi si sarebbe… non so… rigenerato… in meglio? Che sarebbe stata tolta la parte fallata, un po’ come un cancro». 

Questo tipo di operazione viene eseguita davanti a un paziente-fantoccio seduto, inerme, e consiste nel recidere con precisione le connessioni nervose della corteccia prefrontale del cervello. Gli studi di Yon si concentrano su fonti che la portano a ritenere che la lobotomia sia stata praticata per la stragrande maggioranza sulle donne.

Patologizzare il dissenso femminile

“Il mio vero nome è Elisabeth” di Adèle Yon è uscito per Neri Pozza nel 2026, con la traduzione di Sonia Folin (384 p., €20,00). “Il ballo delle pazze” di Victoria Mas è stato pubblicato da E/O nel 2025, con la traduzione di Alberto Bracci Testasecca (192 p.,€15,50)

Il mio vero nome è Elisabeth arriva in Italia dopo un successo editoriale straordinario in Francia, dove ha superato i centocinquantamila lettori in pochi mesi. Ha ragione la critica quando parla di fenomeno, ma fenomeno è una parola che rischia di appiattire un indennizzo identitario: la nipote di Betsy assume le vesti di ricercatrice e antropologa e restituisce alla sua bisnonna il nome intero, Elisabeth. L’autrice riporta alla storia il corpo di una donna, e di tutte le donne che la psichiatria aveva trasformato in una cartella clinica e la famiglia in un non-argomento.

Per comprendere a tutto tondo il contesto storico e sociale in cui Betsy si muove, è utile avviare un dialogo con un altro libro uscito negli anni scorsi. Il ballo delle pazze di Victoria Mas (edizioni e/o, 2021) è ambientato nella Parigi del 1885, tra le mura della Salpêtrière, il grande ospedale psichiatrico femminile dove il dottor Charcot conduceva le sue famose sedute di ipnosi aperte al pubblico (medici, borghesi, curiosi) che vi assistevano come a uno spettacolo. A questa ingombrante figura medica e al suo retaggio clinico fa riferimento anche Adèle Yon nel suo romanzo. 

«Nella tradizione dello studio dell’isteria femminile avviato alla fine del Diciannovesimo secolo da Charcot, le patologie psichiatriche vengono attribuite in primo luogo a umori ormonali legati all’apparato genitale femminile. Con l’inizio del secolo successivo, la guarigione della mente passa attraverso la desessualizzazione del corpo. Questo permette quindi di capire perché, quando i progressi della medicina lo consentiranno, l’intervento chirurgico sulle parti genitali sembrerà la cura più adatta per la malattia mentale femminile».

Sigmund Freud, che ottenne una borsa per studiare sei mesi alla Salpêtrière, fu suo allievo a Parigi e rimase così affascinato dai suoi metodi sull’ipnosi da portarli poi alla nascita della psicanalisi, evolvendo da una profonda venerazione a un distacco scientifico. 

Le donne isteriche venivano scelte per la loro bellezza e reattività, fatte inarcare, agitare, inabissarsi in trance davanti a una platea pagante. Una volta l’anno, per il ballo di mezza quaresima, le pazienti potevano indossare un costume e ballare con l’alta società di Parigi. Era la loro unica uscita pubblica. Era, a tutti gli effetti, uno zoo. Freud notò che i successi dell’ipnosi di Charcot erano temporanei e non curavano le cause profonde. Questa insoddisfazione lo spinse a creare il proprio metodo clinico, sostituendo l’ipnosi, teatralizzata ed esibita, con la parola.

L’utilizzo della terza persona e la voce collettiva sono gli strumenti del romanzo storico corale con cui Mas lavora, all’interno del quale le protagoniste abitano la finzione mantenendosi erette grazie alla solidità della realtà temporale. Eugénie, internata di buona famiglia e con il torto di comunicare con i morti; Louise, adolescente usata come cavallina da circo per le dimostrazioni di Charcot; Thérèse, la più anziana, che pazza non è ma sa esattamente perché è lì. La macchina narrativa che Mas costruisce è accurata e ha uno scopo storiografico ben preciso che è quello di smontare il mito della Salpêtrière come luogo di cura per rivelarne la vera natura: un deposito per donne scomode, ribelli, creative, capaci di pensare in autonomia. Mogli, sorelle, figlie che gli uomini non riuscivano o non volevano più gestire.

Tra l’epoca di ambientazione dei due libri ci sono sessant’anni di distanza, eppure il meccanismo sociale che descrivono è identico. La famiglia rimane il braccio secolare del manicomio. Lo Stato non decide l’internamento di queste donne in prima istanza: a farlo è sempre qualcuno di prossimo. Il padre di Eugénie che vuole salvare l’onore, il marito André che firma i documenti per Betsy, la borghesia cattolica che chiude la porta e non torna più. L’istituzione psichiatrica non fa che ratificare una condanna già emessa in privato, dentro le mura domestiche, senza processo e senza possibilità di replica, accecando le vittime deluse e attonite.

Il ballo delle pazze restituisce voce a un’esperienza collettiva attraverso il filtro della letteratura e completa il quadro storico che abbraccia Il mio vero nome è Elisabeth. Il poliedrico manufatto di Yon compie il gesto conclusivo di restituire a una donna specifica, con un nome preciso, il diritto di esistere nella memoria di chi viene dopo. Yon non eredita la così temuta, connaturata schizofrenia della bisnonna Betsy, ma ne eredita la collera.

La rabbia va crescendo e si insinua tra un rigo e l’altro fino a diventare quasi insostenibile. Yon stessa l’ha riconosciuta come il sentimento più sovversivo della grande Storia. Si tratta della rabbia che spinge a fare domande, a non smettere di cercare. 

Quando il libro di Yon è uscito in Francia, lettori e lettrici hanno riconosciuto la storia di Betsy, di quella donna di cui nelle riunioni di famiglia non si pronunciava il nome, che non compariva negli album fotografici, e hanno cominciato a raccontare le proprie antenate taciute, i segreti bisbigliati tra zie, le bisnonne che “erano strane” e di cui nessuno aveva mai voluto spiegare perché.

«Quindi secondo te Betsy non era malata? chiedo. Per me, dice la nipote, era la sua sofferenza. Forse sono di parte, ma per me la sua follia era questa, solo questa. È impazzita di dolore».

In Italia, Nadia Terranova ha compiuto un’operazione simile con Quello che so di te (Guanda, 2025), in cui parte dalla storia della bisnonna Venera, internata nel manicomio di Messina, per interrogarsi su cosa significhi portare dentro di sé la paura di una follia tramandata per linea femminile di generazione in generazione, secondo la mitologia familiare.

La narrativa contemporanea ha trovato nella psichiatria punitiva di genere un terreno particolarmente fertile, che non si è ancora esaurito. I manicomi come spazio di controllo patriarcale appartengono alla storia, ma la logica che li ha generati, come patologizzare il dissenso femminile, dare un nome clinico alla volontà di esistere al di fuori dei ruoli assegnati, è più viva di quanto si voglia ammettere. Mas, Yon, Terranova e tutte le scrittrici che lavorano anche come antropologhe, agiscono su epoche e luoghi diversi, ma con lo stesso approccio narrativo. Insieme tracciano una genealogia che non finisce nel Novecento. Finisce, forse, adesso. O forse no. Dipende da quanti nomi come Betsy restano ancora chiusi nel silenzio di una famiglia che preferisce non nominarle.

Valentina Botrugno

Pugliese di nascita, apolide per scelta: l'aereo non è il mezzo con cui si sposta, è il posto dove pensa meglio. Ha conseguito la laurea magistrale in Lingue e Letterature Straniere con specializzazione in critica letteraria, e proseguito con un master in giornalismo culturale.

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