Parole e silenzi sul corpo materno: intervista a Daniela Dröscher
La scrittrice tedesca è autrice di "Bugie su mia madre", tradotto da Flavia Pantanella, in uscita per L’orma il 7 marzo
In un paesino della Germania Ovest, negli anni Ottanta, Ella, una bambina di sei anni, è testimone delle recriminazioni giornaliere del padre sul corpo della madre: il suo fisico strabordante è un insulto per lui, una macchia nell’immagine di uomo di successo che vuole dare agli altri. In un’alternanza di ricordi e riflessioni femministe, Daniela Dröscher ci trasporta in questa famiglia, dove nulla – parole, silenzi e corpi – può essere ignorato.
Le bugie come preannuncia il titolo del libro sono molte, ma la madre più che mentire, omette. Tace fino al momento finale, mettendo spesso gli altri personaggi davanti ai fatti compiuti. Come mai?
La domanda su cui soffermarsi è se anche il silenzio sia una forma di menzogna. La madre ha un rapporto complesso con la lingua per via delle sue origini; durante gli anni della Seconda Guerra mondiale, nella Slesia le era vietato parlare tedesco in pubblico e credo che collegare una lingua a un divieto influenzi notevolmente un bambino. Oltre a ciò, la madre e il padre pur utilizzando la stessa lingua, sembra ne parlino due differenti. Richiamando le parole di Wittgenstein, se si immagina il funzionamento della lingua come quello di una vecchia città, la madre e il padre vivono in quartieri diversi. Il loro è un continuo fraintendimento fino a che lei si arrende e smette nel tentare di farsi capire.
In alcune interviste hai detto di aver sentito la necessità di scrivere questo libro da molto tempo, ma che non riuscivi a trovare una prospettiva adatta. Come sei arrivata alla decisione di fare narrare le vicende a una bambina di sei anni?
Ci ho impiegato tanto tempo, avevo pensato a diverse varianti e alcune le ho messe in pratica. Ho provato il narratore onnisciente super partes, la figlia ma adolescente; tuttavia, quest’ultima versione non mi pareva adatta per le difficoltà che quell’età porta con sé. Ho tentato altresì quello della madre, ma poi è stata la bambina a venire da me. I bambini vedono e sentono tutto, riescono a percepire perfino i dettagli ma non hanno ancora la terminologia necessaria per analizzarli e per questo mi è sembrata una prospettiva molto interessante dal punto di vista letterario. Avevo anche il vantaggio che la bambina poteva osservare entrambi i genitori e avvertire l’ingiustizia pur essendo lei stessa ingiusta, perché “come ogni bambino” cerca di realizzare i propri bisogni. Mi è parsa un punto di vista molto amorevole in questo materiale violento.
Ci vuoi raccontare qualcosa sul tuo processo creativo? Quando e come scrivi?
Ora scrivo secondo un metodo molto severo, subito dopo aver fatto colazione e salutato i miei figli, per tre ore consecutive. Le chiamo le tre ore d’oro, non ci sono distrazioni, non uso Google, non scrivo e-mail, non ci sono telefonate. In queste ore cerco di scrivere in modo molto concentrato, quasi meditativo.
La madre nel libro non ha un suo spazio: vive nella casa dei suoceri, in un paese diverso e nulla le appartiene realmente. Di suo ha solo il corpo. Tuttavia, esso viene continuamente insultato e messo sotto accusa. Come ha influito questa esperienza sul rapporto che hai con il tuo corpo?
Questa domanda è il fulcro del mio prossimo libro che sarà pubblicato in autunno. Nel nuovo romanzo analizzo i due corpi, quello della madre e della figlia che, a prima vista, sono completamente diversi: l’uno grasso e l’altro magro, e che non si assomigliano. Nonostante queste differenze fisiche, mi sono accorta di avere inconsciamente interiorizzato tanti preconcetti e ne sono rimasta scioccata. Anche se la madre del libro e della mia infanzia diceva che non si giudicano gli altri per il loro aspetto, è stata lei stessa oggetto di un giudizio. Il fatto che un corpo venga continuamente svalutato proprio da chi dovrebbe amarlo lo rende assai fragile. Esso è diventato la mia casa, tuttavia mi è costato molto e questa fragilità non ha mai avuto a che fare con il cibo ma piuttosto con la salute; nel capire, ad esempio, quanto mi senta in forma, quanto affaticata o desiderosa di essere produttiva nonostante sia esausta.
Mi ha stupito il mistero riguardo al perché la madre continui a ingrassare. Si nominano alcuni motivi come squilibri ormonali e lo sfinimento fisico e mentale. La parola disturbo alimentare arriva solo una volta e molto tardi e comunque non sappiamo mai fino alla fine il perché questa donna ingrassi. È stata una scelta consapevole non dirlo? Se sì, perché?
Il termine “disturbo alimentare “esisteva già negli anni Ottanta ma non se ne parlava; anzi, la donna del libro si sarebbe sentita estremamente offesa e ferita se lo si fosse utilizzato con lei. Sinceramente né la madre del libro, né la mia possono rispondere a questa domanda, e non posso farlo neanche io. Non lo sappiamo. Secondo gli studi sull’obesità, raramente si prende peso perché si mangia troppo, ma è un insieme di diversi fattori. Le diete così rigide, poi, distruggono il metabolismo e io non ho ricordi di mia madre al di fuori di questi regimi alimentari.
Se non è troppo personale, che rapporto hai con i tuoi genitori adesso? Hai fatto leggere loro il libro prima della pubblicazione?
No, sapevo che con mio padre ci sarebbero stati solo problemi e tutt’oggi non l’ha ancora letto. Si è sentito offeso e ferito perché lui racconterebbe la storia in modo del tutto diverso, e anzi per lui sarebbe meglio che io non scrivessi affatto e ancor meno di siffatta storia. Ma questa è una lotta che porto avanti da anni. Mia madre invece ha dovuto spesso fermarsi mentre leggeva perché aveva sottovalutato ciò che avevo visto da bambina, ne era davvero sconvolta. Entrambi sapevano che stavo lavorando al libro ma lei non ha voluto leggere nulla prima della pubblicazione e ha deciso di lasciarmi libera. La scrittura è il mio spazio e penso che da parte sua sia molto generoso.
Verso la fine del libro la madre si definisce una fenice nata dalle proprie ceneri, il padre chiama la casa nuova una gabbia dorata. È per questi paragoni che hai deciso di iniziare ogni capitolo con l’anno e l’uccello a esso associato (ad esempio 1986, anno del pettirosso)?
Non ci avevo mai pensato che gli uccelli potessero avere origine da questo immaginario linguistico, ma credo che ci sia qualcosa di vero. La fenice che nasce dalle ceneri e la gabbia d’oro erano sicuramente già presenti, i titoli sono stati aggiunti solo in seguito. Li ho scoperti in una cronaca e la scintilla è nata quando ho visto che l’anno in cui nasce la sorella è quello della cicogna bianca, e mi è parso molto bello dato che è proprio la cicogna a portare i bambini. La madre è un uccello che vorrebbe volare via ma ha le ali bloccate e pure il padre si sente imprigionato, nonostante sia stato più libero rispetto a lei. Sono state queste considerazioni sulla libertà a far nascere i titoli dei capitoli.
“Bugie su mia madre” di Daniela esce il 7 marzo 2025 con la traduzione di Flavia Pantanella (pp. 384; €24)
Tu hai scritto questo romanzo quando eri già madre. Come ha influito la tua maternità nella scrittura, nel riportare sulla carta la tua stessa madre?
La mia prima gravidanza coincide quasi con il mio debutto, mio figlio aveva appena un anno all’epoca quindi non riesco a separare le due cose, non so cosa significhi scrivere senza essere madre. Con questo testo mi sono confrontata con quello che trasmetto ai miei figli, è stato un processo emozionante e non indolore, ma molto produttivo perché mi sono resa conto dei miei schemi inconsci. Tante cose che si interiorizzano sembrano verità eppure non lo sono.
Potresti fare qualche esempio?
Il “people pleasing” caratterizza la nostra linea famigliare femminile. Impariamo a essere sempre a disposizione e gentili, chiunque riceve il nostro sorriso e non ci lamentiamo mai. È anche un tratto della madre, la sua solarità nonostante tutto.
Cosa ne pensi di come oggi viene raccontata la maternità in letteratura, nel giornalismo o negli altri mezzi di comunicazione?
Fortunatamente vengono raccontate tante storie sulla maternità, anche se si tratta di un fenomeno recente. Uno dei primi libri che mi ha aperto la porta su questo mondo è stato Maternità di Sheila Heti che affronta la questione se voglia essere madre o meno. E Annie Ernaux. Sulla maternità si scrive e si parla parecchio, tuttavia il dibattito pubblico non riesce a portare dei cambiamenti sul piano politico. Questa antica formula secondo la quale possiamo modificare solo ciò di cui parliamo e che conosciamo risulta noiosa e frustrante perché in pratica non accade nulla. Per quanto mi riguarda la letteratura può influenzare soltanto a livello individuale, ma per le giornaliste e le attiviste credo sia assai faticoso.
I tuoi figli hanno letto il libro?
Erano entrambi insicuri, mio figlio lo aveva iniziato ma poi hanno deciso di aspettare l’adattamento cinematografico. Uscirà al cinema l’anno prossimo!
Come parli con loro di corpi nell’epoca dei social media?
Cerco di comunicare loro che i corpi cambiano nel tempo, a volte si è più magri, a volte più grassi, magari si hanno dei brufoli…. Naturalmente non sono immuni dagli ideali di bellezza, ma cerco di portare avanti ciò che mi ha trasmesso mia madre, ovvero l’alimentazione intuitiva, e che un corpo deve in primo luogo stare bene senza essere giudicato. Mia madre mi ha dato davvero questo, il che è incredibile considerando le sue esperienze.
La lingua in questo romanzo ha un ruolo fondamentale, mette dei confini ed emargina: la madre è una outsider, viene da “fuori” ed è l’unica a non parlare il dialetto del luogo. Nel romanzo i termini in dialetto non sono in corsivo, ma lo sono i modi di dire, che raccontano un mondo, una società che in quelle parole si riconosce. Quali libri e scrittrici ti hanno influenzata in tal senso?
Innanzitutto Annie Ernaux, che ha una sensibilità molto acuta per l’inconscio che trova espressione nel linguaggio. Ne Gli anni dice che il “si” nel “si dice, si fa”, è il rumore di fondo di un’epoca. Mi ricordo che da piccola ero molto arrabbiata con questo “Si”, chiedevo sempre chi è questo signore senza gnore? (Dröscher fa un gioco di parole in tedesco difficile da riportare in italiano. Il si impersonale in tedesco si scrive man, la stessa parola ma con due N, Mann significa uomo. Da bambina quindi la scrittrice chiedeva chi è questo uomo, Mann, con una sola N?, ndr).
I modi di dire contengono regole che non vengono mai messe in discussione perché “è sempre stato così”. Analizzando queste espressioni più da vicino, mi sono accorta che non solo contraddistinguono una classe sociale dall’altra, ma celano convenzioni, paure, e anche cultura, ed è per questo che penso sia importante usarle.
Per caso conosci Lessico famigliare di Natalia Ginzburg? La scelta di inserire questi modi di dire me lo ha ricordato molto.
Ce l’ho in libreria, ma non l’ho ancora letto.
Riguardo alla decisione di utilizzare svariati modi di dire e di evidenziarli, come è stato il lavoro di coordinazione con le tue traduttrici?
Il libro sarà tradotto in dieci lingue e, sorprendentemente, nonostante molte persone ci stiano lavorando, ricevo pochissime domande. I traduttori con cui ho parlato mi hanno detto che le difficoltà che riscontrano nel testo devono riuscire a risolverle da soli: sono loro a dover decidere cosa fare con il dialetto e con i modi di dire e a essere inventivi con la propria lingua. Il libro è anche scritto volutamente in un linguaggio semplice, il mio esordio invece era molto barocco e opulento, giocavo con ornamenti e metafore, una figura retorica che ai bambini è estranea. Nel nuovo libro sono tornata a usarle.
La voce narrante di Ella adulta spezza la narrazione con delle riflessioni psicologiche e anche socio–economiche, quasi a voler trovare una motivazione alle esperienze vissute e a distanziarsene. Spesso, lo fa usando l’inglese al posto del tedesco: nell’ultima frase dei ringraziamenti, scrive alla madre “you are my heroine”, sei la mia eroina. Come mai questa scelta?
Leggo e parlo molto inglese e questi elementi si sono insinuati nel mio scrivere nel corso degli anni, in particolare nel mio nuovo libro erano molto presenti e ne ho tolte gran parte. Trovo che alcune frasi suonino meglio in una lingua rispetto all’altra e l’ultima frase sarebbe stata difficile da tradurre.
Il tuo libro verrà pubblicato a inizio marzo, nel frattempo, in Italia, l’ultimo romanzo di Jenny Erpenbeck, Kairos, sta avendo molto successo. Sempre più scrittori e scrittrici tedeschi scrivono sugli anni della Germania divisa, secondo te come mai?
È una domanda interessante anche perché il mio libro è un romanzo molto della Germania Ovest.
E questo accade raramente, sembrano essere di più i libri sulla Germania Est.
Più che altro le traduzioni. Quasi tutte quelle che vengono pubblicate, sono di scrittrici della ex DDR (Repubblica Democratica Tedesca) penso perché sia un mondo ancora abbastanza sconosciuto e che ci sia il desiderio di scoprirne di più. La Germania dell’Ovest invece è più universale, simile agli altri paesi europei. Il ruolo della donna era completamente diverso dall’ovest all’est, l’ideologia della maternità e della dipendenza o indipendenza finanziaria nella BRD (Repubblica Federale Tedesca) era una reazione politica alla DDR, dove le donne dovevano portare i figli all’asilo per andare a lavorare.
Ritieni che questa nuova ondata di libri sulla Germania divisa sia anche una reazione ai tempi politici odierni così insicuri?
Sì, penso che ci sia una relativa nostalgia riguardo al boom degli anni Ottanta e al periodo del cancelliere Kohl. Quella fase di stabilità e ricchezza dove molti potevano consumare senza preoccupazioni era per noi la norma, ma non lo è per le nuove generazioni. Circa a metà stesura mi sono resa conto che stavo scrivendo un romanzo storico, anche se di una storia ancora giovane.
Infine, sai già se e quando verrai in Italia per promuovere il libro?
So che ci sarà una presentazione ma non so ancora con precisione quando.
