Olivia Laing e il giardino come spazio politico
Olivia Laing è un’autrice di straordinario interesse per diversi motivi. Uno di questi riguarda il suo modo di intendere la saggistica, che segue una tradizione a mio avviso essenzialmente femminile: uno stile in bilico tra una narrazione confessionale e una ricerca accurata, quasi monastica, cui dedicarsi, un libro alla volta.
Il primo libro che ho letto di questa autrice risale al lockdown, quando cioè gli italiani, il 9 marzo 2020, ebbero il triste primato sulle altre nazioni di trovarsi confinati a causa del Covid-19. Alcuni editori, tra cui Il Saggiatore, avevano lanciato un’iniziativa meritoria: ogni settimana rendevano disponibile gratuitamente un eBook del loro catalogo. Fu così che mi ritrovai a leggere Città sola, dove le biografie di artisti come Edward Hopper, Andy Warhol, Henry Darger e David Wojnarowicz si intrecciano con un’esperienza di solitudine vissuta dalla stessa Laing.
Trasferitasi dall’Inghilterra a New York per inseguire un amore, si ritrova senza quell’amore e senza la vita di prima. Sceglie di restare sola a New York. Quando scrisse, il Covid era ancora lontano. Tuttavia, leggere quella prosa così rivolta all’indagine psicologica della solitudine nell’arte, in un periodo emotivamente affine come quello che stavo vivendo io, mi aveva toccato.
Quando poi, nel 2024, è uscito Il giardino contro il tempo, sempre per Il Saggiatore, ho sentito che non potevo rinunciarci. E non sono rimasta delusa: anche qui Laing intreccia la propria esperienza a una riflessione politica e storica sul giardino, restituendo una visione lucida e consapevole. Il punto di partenza, ancora una volta, è l’amore. Il desiderio di avere uno spazio da coltivare e una casa di proprietà, conduce a una doppia fortuna: Laing sposa un docente di Cambridge, più anziano di lei, con cui condivide la passione per il giardinaggio, e insieme trovano una casa con giardino da comprare. Non un giardino qualunque, ma uno appartenuto alla Royal Horticultural Society, progettato dal suo antico proprietario Mark Rumary di Notcutts, celebre vivaio del Suffolk, più volte premiato al Chelsea Flower Show. Ma non è semplice arrivare all’acquisto, perché nel frattempo scoppia la pandemia.
“Era gennaio. Poi venne febbraio, e nel Regno Unito furono segnalati i primi casi di Covid, mentre in Italia, dove gli ospedali erano già in affanno, cominciava il lockdown.” Così, mentre in Inghilterra Laing vedeva sfumare temporaneamente la doppia fortuna di abitare con il marito in quello che considerava il giardino dell’Eden, io mi struggevo chiusa in casa immersa nella lettura di Città sola. Mi aggiravo tra i volti chini sui banconi anonimi dei bar di Hopper o mi lasciavo incantare dalle Vivian Girls nate dall’isolamento di Darger. Tutto orchestrato in una sinfonia solipsistica di rimandi che ho ritrovato, amplificata, leggendo Il giardino contro il tempo, il cui punto di partenza è la riflessione sugli effetti globali della pandemia e sul modo personale con cui ciascuno di noi concepisce il proprio “giardino segreto”.
Tra i numerosi articoli che la stampa internazionale ha dedicato all’uscita del libro, spicca un dialogo tra Olivia Laing e Jamaica Kincaid che, procedendo per deviazioni e ramificazioni, mostra come il giardino insegni a guardare la natura con nuovi occhi. È lo sguardo con cui, secondo Laing, lo studio della botanica educa a osservare il mondo: rendendolo “più intricato, finemente dettagliato, come se a un tratto possedessi una lente di ingrandimento che triplica le mie capacità visive”.
La casa editrice Il Saggiatore ha pubblicato Città sola (pp. 320; €19) e Il giardino contro il tempo (pp. 368; €26) di Olivia Laing nel 2024.
Chi meglio di Kincaid, del resto, poteva stimolare Laing in un dialogo sul giardino? Nelle opere della scrittrice caraibica, il giardino è un dispositivo narrativo, politico attraverso cui interrogarsi su temi come il colonialismo, il potere, la razza, l’identità e, soprattutto, il ruolo delle donne. “Anche tu trovi che il giardino abbia un rapporto strano e segreto con la scrittura, sia in termini di struttura che di manutenzione?” chiede Laing a Kincaid. “Spesso preferisco il giardinaggio tra le due attività perché ho sempre la sensazione che qualcosa mi opponga, che sovverta la mia volontà, che mi faccia venire idee migliori”.
Progettista o coltivatrice? Si chiede Laing nel libro. Da scrittrice, nei suoi saggi, idea un’indagine conoscitiva; da giardiniera, si dedica alla cura e all’accoglienza degli imprevisti che il giardino — e la vita — non smettono mai di offrire. Il lockdown ha reso evidente che il giardino, lungi dall’essere un rifugio neutro, costituisce un problema politico, legato al potere e alle disuguaglianze che esso genera.
In Inghilterra durante il lockdown “Le persone non bianche avevano quasi il quadruplo delle possibilità di non poter accedere a uno spazio esterno rispetto ai bianchi, mentre i lavoratori non qualificati o semiqualificati, i lavoratori temporanei e i disoccupati avevano quasi il triplo delle probabilità di non poter godere di uno spazio esterno rispetto a chi occupa posizioni professionali o manageriali”. La proprietà della terra, l’uso che se ne può o non se ne può fare, e l’idea che il giardino possa esistere al di fuori della storia del genere umano, non sono plausibili.
Le splendide magioni inglesi, i grandi parchi, la cultura britannica del giardino devono infatti la propria esistenza al denaro proveniente dalle piantagioni di zucchero, cotone e tabacco, e dalle leggi sulle recinzioni e sulla privatizzazione dei terreni comuni. Ad esempio nel Suffolk, presso Shrubland Hall, i Middleton, mercanti di schiavi e piantatori, usarono i fiumi di denaro pervenuto dallo sfruttamento di territori colonizzati per ripulire, attraverso la magnificenza progettuale di uno sterminato e variegato parco privato, la loro immagine pubblica. La ricerca sui documenti condotta da Laing è accuratissima, e i rimandi tra poesia, storia personale e politica si affastellano mentre lei si dedica al restauro del proprio giardino.
Il giardino diventa così un luogo di memoria, resistenza e trasformazione. Laing legge, ripristina, pianta e scrive, lasciando che il pensiero germogli come un seme sotto la terra. Scrivere un libro e coltivare un giardino hanno molto in comune: sono lavori cui è impossibile forzare i tempi. La coerenza interna arriva solo più tardi, rispetto all’ambizione iniziale di creare dal nulla una storia o un paesaggio. L’ordine in natura è spesso la conseguenza di uno sconvolgimento radicale, un po’ come accade nella costruzione di una trama.
Il giardino ci rimanda all’idea di un paradiso perduto, di un rifugio dalla realtà. Ma anche, come scrive Kincaid, a un falso rifugio, a un luogo in cui le relazioni di potere tra persone e natura si presentano in modo solo falsamente rassicurante. È proprietà privata, ma può essere anche un esproprio. Isolamento e, al tempo stesso, comunità. “È possibile che un giardino emerga da un sito bombardato, ma è certo che una bomba distruggerà un giardino” asserisce Laing.
Nell’ottobre del 2024, per caso, mi sono imbattuta su Gardenia. Mensile di fiori, piante, orti e giardini, n. 486. A pagina settanta ho trovato le meravigliose foto di Marianne Majerus che ritraggono il giardino di Olivia Laing terminato, o meglio ripristinato. L’articolo racconta della festa che l’autrice ha organizzato quando si è resa conto di essere riuscita nell’impresa: il giardino è stato reso visitabile a giugno 2022 per il National Garden Scheme, un’associazione che apre giardini privati per beneficenza. “È stato probabilmente il giorno più bello della mia vita” scrive Laing, “solo per la sensazione di vedere il giardino così pieno di persone che parlavano tra loro, che si sentivano a casa”.
