non dico addio

"Non dico addio" di Han Kang

Nel racconto di un trauma collettivo c’è un confine di sincerità oltre il quale i saggi non possono andare. Si scontrerebbero con una barriera di mancati riscontri, stime approssimative, testimonianze dirette — personali, filtrate — e anche con le ritrosie dei sopravvissuti, le opportune cautele per proteggerli, la presa in carico del bagaglio emotivo da parte di chi scrive e, soprattutto, con l’indicibile. I saggi possono riuscire, nel migliore dei casi, ad approssimare al millesimo la distanza tra la verità dei fatti e il proprio resoconto. Ma la piena sincerità è da cercare altrove.

L’opera letteraria può superare quel confine. Senza pretendere la concretezza dei numeri, né le parole esatte di chi il trauma l’ha vissuto e superato, può usare i vuoti come spazio di creazione. Grazie al suo potere immaginifico, può contenere le storie vere di ciascuno, senza raccontarne una nello specifico. E può inglobare ogni conseguenza di quel trauma, incluse quelle che non possono essere dette a voce alta.

In questo senso, Non dico addio di Han Kang, tradotto da Lia Iovenitti e pubblicato da Adelphi nel 2024 — anno in cui la scrittrice coreana ha ricevuto il Nobel per la letteratura — ha una sincerità estrema. Il trauma collettivo è il massacro avvenuto nell’isola meridionale di Jeju, in Corea del Sud, tra il 1948 e il 1949, quando le forze governative sedarono nel sangue un tentativo di ribellione da parte dei comunisti, sterminando gli abitanti di interi villaggi e uccidendo decine di migliaia di civili in esecuzioni di massa. Le pagine dedicate direttamente a questa strage sono relativamente poche e arrivano avanti nella struttura del romanzo. D’altronde non è così che agiscono i traumi? Durano pochi minuti, ore, giorni. Niente rispetto a una vita intera. Eppure le loro conseguenze si perpetuano per generazioni e riguardano potenzialmente tutti i membri di una comunità.

All’inizio seguiamo la torrida estate di Gyeong-ha, la voce narrante, una scrittrice la cui vita privata si è disfatta «come una zolletta di zucchero in un bicchiere d’acqua», e che si trascina tra notti tormentate dall’incubo ricorrente del mare che avanza su una distesa di tronchi neri, durante una nevicata, e giornate in cui tenta di scrivere il proprio testamento. Sforzi vani, perché la sua lettera non ne vuole sapere di prendere la forma di «un vero addio, un addio ben fatto». Ogni giorno strappa il foglio e ricomincia: l’estate trascorre così, e anche l’autunno. A fine dicembre Gyeong-ha riceve un misterioso messaggio da In-seon, un’amica documentarista che anni prima è tornata a Jeju per assistere la madre malata, e ha deciso di rimanere lì anche dopo la morte della donna, lavorando nella falegnameria allestita vicino casa.

L’inaspettata richiesta di aiuto di In-seon spinge Gyeong-ha a recarsi sull’isola, affrontando una terribile tempesta di neve e rischiando la vita per ragioni di cui lei stessa si trova a dubitare. È a questo punto che realtà e irrealtà iniziano a sovrapporsi, con la neve a fare da elemento di raccordo tra i due mondi. 

«La neve ha quasi sempre un che di irreale. Sarà il ritmo con cui cade? La sua bellezza? Di fronte a quella lentezza fuori dal tempo, le cose importanti e quelle che non lo sono all’improvviso si distinguono in modo netto. Certe realtà diventano spaventosamente chiare. Il dolore, per esempio».

Gli incubi di Gyeong-ha trovano uno specchio nel lavoro di In-seon nella falegnameria, dove lei ha deciso di dar forma a quei tronchi neri, e soprattutto nelle sue memorie familiari. In un limbo tra sogno e veglia, l’amica guida Gyeong-ha nel passato della madre, che ha nascosto dietro un’esistenza silenziosa e mite i momenti terribili attraversati nell’infanzia.

In Non dico addio c’è il dolore dei sopravvissuti al trauma, la loro difficoltà nel raccontare, la doppia vita che alcuni di loro conducono per mantenere separato l’orrore dal resto e andare avanti, nonostante tutto. C’è anche la ricerca di una verità che probabilmente non arriverà mai, ci sono i ricordi che riemergono prepotenti quando calano le difese. C’è il desiderio di qualcosa di definitivo — un corpo, un certificato, una bara — da stringere tra le mani per far esplodere il dolore e poter, forse, dirsi davvero addio. Per riuscire a narrare tutto questo, Han Kang sceglie la leggerezza, attraverso i due pappagalli che sono l’unica compagnia di In-seon sull’isola:

«Ricordo le zampette di Ama sulla mia spalla destra, ruvide tra le maglie del pullover. Il piumaggio caldo e soffice sul petto di Ami, appollaiato sul mio indice come fosse un trespolo. Strana, la sensazione di toccare un essere vivente: ti rimane impressa sulla pelle, anche se non ti sei bruciata né tagliata. Nessun’altra creatura con cui fossi venuta a contatto fino a quel momento mi aveva mai trasmesso una simile impressione di leggerezza».

Non dico addio è un romanzo di neve, di ombre, di sogni, di acquari e di altra neve. Un alleggerimento materico, che si può sentire sulla pelle grazie alla prosa poetica di Han Kang e che serve a prepararci e condurci nel punto più doloroso, senza annichilirci. 

«Fino a quali profondità scenderò ancora? penso. 

Questo silenzio è il fondale marino del mio sogno?

Il fondo di quel mare che mi saliva fino alle ginocchia?

Il fondo delle tombe spazzate via nella pianura?».

Per Han Kang, raccontare traumi collettivi non è una novità. In Atti umani lo spunto era stato il massacro di Gwangju, città nel sudovest della penisola coreana, dove nel maggio 1980 la giunta militare intervenne contro i civili che manifestavano per la democrazia. Con Non dico addio, la scrittrice porta a galla una ferita del passato ancora più remoto, ma tutt’altro che sanata. Solo nel 2006 l’allora presidente sudcoreano Roh Moo-hyun ha chiesto ufficialmente scusa alla popolazione di Jeju per il massacro, e molti dei corpi delle vittime, che all’epoca furono gettati in fosse comuni, non sono stati ancora identificati.

Nella nota alla fine al testo, Han Kang scrive che il tema del libro per lei è “l’amore estremo”. Lo è quello della madre di In-seon, che riesce a sopravvivere al trauma in nome di chi ama; ma anche quello di Gyeong-ha, che per aiutare l’amica si reca sull’isola e condivide le sue sofferenze, a rischio della propria vita. E persino quello di In-seon, che porta avanti da sola nella falegnameria il suo personale tentativo di mettere insieme i pezzi. Ma forse l’amore più estremo è quello di chi sceglie di raccontare, nonostante questo comporti la necessità di esplorare il fondo di quel mare, e di trovare la forza per riuscirci, senza lasciarsi inghiottire. Tutte e tre le protagoniste del romanzo, e anche l’autrice stessa, dunque, amano in modo estremo.

Anna Ditta

Giornalista professionista, è nata in Sicilia e vive a Roma. È autrice dei libri «Belice» (Infinito edizioni, 2018) e, con Marco Passaro e Andrea Turchi, «Hotel Penicillina» (Infinito edizioni, 2020). Ha scritto articoli e approfondimenti per diversi giornali e riviste, tra cui Left, TPI, RomaToday. Suoi racconti e contributi culturali sono usciti su Cattedrale – Osservatorio sul racconto, Rivista Stanca e minima&moralia. Nel 2024 è stata tra i finalisti del concorso “8x8 – Si sente la voce”.

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