Sei un mona ad andare in montagna per Ognissanti», sua nonna glielo aveva detto davanti al caffellatte, quando stava per partire. «Stai a casa a mangiar castagne con noi o meglio ancora a far filò con la morosa invece che a ghiacciarti il bagigio nel bosco insieme alle marmotte. Non è mica da bravi cristiani disturbare quelle povere anime disperse», continuò mentre sbatteva il cucchiaino contro le pareti della tazzina.
«Valá nona, ancora te credi ai fantasmi?» e ridendo era uscito, mentre quella intanto si faceva il segno della croce masticando orazioni.
Cosa ne sapeva lei della voglia che gli prendeva allo stomaco di camminare su in alto, quando alle sette e mezza di ogni giorno pedalava verso la stazione dei treni per arrivare a Vicenza e rinchiudersi in quella banca, dove il capo ufficio contava anche le volte in cui lui e i suoi colleghi correvano al cesso. Una giornata così, con le foglie dei castagni per terra che scricchiolano e il sole che ti scalda la schiena, non la poteva mica passare in casa. Al cimitero, comunque, ci sarebbe andato con la famiglia il giorno dopo, a sentirsi le punte delle orecchie formicolare e a rischiare di addormentarsi in piedi cullato dalla voce sommessa di Don Augusto.
Il parcheggio era semi vuoto, c’era solo una Panda verde, forse un cacciatore o un forestale in servizio. Cominciò a salire per la mulattiera, il passo quasi allegro, felice dell’aria frizzante e la luce che filtrava dai rami di pini non ancora spogli. Assaporava la quiete, quel sentiero il fine settimana si riempiva di famiglie e turisti, venivano anche dall’Austria per visitare le vette dove avevano combattuto i loro avi. Era ormai trascorsa un’ora da quando si era lasciato alle spalle i resti delle trincee e quando era passato vicino al cimitero militare, gli era sembrato che le fiammelle dei lumini accesi lo salutassero, un chiarore danzante su ogni lapide di quei soldati sconosciuti. D´un tratto lo sorprese il calivo, quei gruppi di nuvole umide basse, ferme sempre a metà montagna, che lo avvolse nelle sue sfumature grigio bianche cancellando le gallerie e le rovine delle postazioni che fino a pochi istanti prima era riuscito a vedere chiaramente davanti a sé. Ma mentre cercava di capire dove continuasse il sentiero, gli tornò in mente la cartografia della montagna dove erano segnate anche le battaglie che aveva studiato a scuola. Doveva trovarsi nel Vallone della morte. Tornò a camminare, concentrato sui suoi piedi e i pochi metri nitidi; intanto pregustava il calore del rifugio e la polenta con i funghi che gli avrebbe servito la nuova cameriera bionda.
La temperatura si era abbassata e le dita delle mani gli si erano di colpo irrigidite, poi a un tratto sentì un sospiro, lo stesso di quando cercava di farsi coraggio, lì, davanti a lui.
«Chi è là?» urlò, vergognandosi del gracidio spaurito che gli era uscito.
Non rispose nessuno. Fece uno, due passi e al terzo, quando ancora aveva la scarpa alzata, qualcosa gli strattonò la giacca.
«Basta adesso, no xe ora de far monade!».
E poi lo sentì, prima piano e poi sempre più forte, un rombo lontano, tuoni che si susseguivano incessanti, come massi che cascano dall’alto o forse era altro, sembravano le esplosioni del cannone nei filmati visti a scuola.
Roba da matti, non era possibile, si era fatto impressionare da sua nonna come un bocia. Decise di andare avanti, era tutta una messa in scena, una paura atavica che tornava ora che non vedeva nulla.
Un colpo di vento da nord gli sfiorò il viso e fu allora che lo vide uscire da un banco di nebbia scuro. Un uomo alto, capelli biondi corti, zigomi che parevano intagliati nel legno come i crocefissi a Fierozzo, sugli occhi un modello di occhiali antiquato che – ne era certo -aveva già visto da qualche parte, indosso una divisa verde muschio. Sul petto, sotto alle mostrine, una macchia nera.
Pietrificato continuò a fissarlo, sicuro che fosse solo un’allucinazione, aveva mangiato troppo poco a colazione, ma si accorse che l’uomo muoveva le labbra terree. Pure stando attento, concentrato su ogni singolo rumore, non riusciva a sentire cosa stesse dicendo, fino a che, intorno a lui come se fossero state portate dal vapore, udì la stessa parola ripetuta: “attacco, attacco”.
Aveva rischiato di spaccarsi una caviglia tre volte mentre scapicollava giù per la mulattiera fino in macchina. Era tornato a casa ma non c’era nessuno. La madre era al lavoro, la nonna in chiesa o al bar con un’amica. Avrebbe aspettato. Ancora con i vestiti da montagna si diresse in soggiorno verso il mobile in legno di ciliegio che aveva fatto il nonno prima che chiudesse la falegnameria, e prese la grappa che tenevano lì per gli ospiti. Bevve direttamente dalla bottiglia, ma un sorso soltanto, mancava solo che per lo scanto diventasse pure alcolizzato. La nonna lo trovò con la bottiglia ancora in mano. Lo sguardo era lo stesso che per tutta l’infanzia preannunciava i colpi in testa con il cucchiaio di legno, per aver mangiato metà dell’impasto crudo per i grostoli o lo strudel.
«Ti devo raccontare una cosa», le disse. Sua nonna stette ad ascoltarlo in silenzio, intanto si era tolta il cappotto e lo scialle e poi si era seduta guardandolo seria.
«Ripeti un po’ come era questo qua».
Alla fine della descrizione rimase zitta con gli occhi persi lontano e la mano con la fede che tamburellava su una guancia. D´un tratto si alzò e sparì in corridoio. Tornò pochi minuti dopo con sottobraccio il vecchio album di famiglia rilegato in pelle, cose così ormai non ne facevano più.
Si sedette di nuovo davanti a lui e lo aprì sicura, girando le pagine veloce fino a quando non arrivò a quello che cercava.
«Che disi, erelo questo?».
Chino sul tavolo per avvicinare gli occhi il più possibile, osservò quella istantanea color seppia, le classiche fotografie fatte per i genitori e le morose prima di partire in guerra, dove tutti guardavano un punto fisso e non sorridevano mai.
«Sì».
«Era il tuo bisnonno. Partì quando tuo nonno era ancora nella pancia, lo tenne in braccio solo una volta. Ne morirono così tanti là sopra che non sapevano neanche di chi fossero tutti quei corpi e allora li seppellivano sulla vetta, vegliati dai pini distrutti dalle granate. Inviarono solo un telegramma e nessun corpo da poter seppellire».
«Si va all’attacco sior tenente?».
«Non ancora Stocco, non ancora».
Guardò il ragazzo tornare alla baracca incastrata in un angolo della trincea. Glieli mandavano sempre più giovani, arrivavano da Bassano con uno zaino e una mitraglia al posto della cartella e del calamaio. Seduto al tavolo degli ufficiali, diverso dagli altri solo per la tettoia di alluminio bucata sopra la testa, si rigirò tra le mani la fotografia che gli era arrivata il giorno prima con il dispaccio dalla valle. Giovanni, il suo primogenito che aveva tenuto in braccio un solo giorno, l’unico di licenza in due anni di guerra, lo guardava serio in un cappotto troppo grande per lui. Chissà dove era andata a trovarlo quel pastrano la Marilena; anche se non lo scriveva mai nelle lettere lo sapeva dai suoi soldati, che giù, a Vicenza e a Padova, la lana e il cotone non c’erano più, requisiti per l´esercito. Da mangiare poi manco a parlarne, glielo avrebbe dovuto scrivere, a Marilena, che se ne tornasse in campagna dai suoi, lì almeno alcuni avevano ancora le bestie, e un pezzo di polenta e latte per il bocia si sarebbe trovato.
Il cielo era grigio, solo un tono più chiaro della pietra tutt’intorno a lui, cunicoli scavati con picconi e dinamite in quella montagna sul confine con l’Impero, corridoi che si riempivano di neve in inverno e di fango in autunno. I cannoni nel frattempo sparavano senza tregua, sembrava che giù in Valsugana le munizioni non dovessero finire mai e quando smetteva l’obice iniziavano i lacrimogeni e poi infine arrivavano i soldati che a ben guardare, erano uguali ai suoi. Chi non moriva per una fucilata perdeva le dita o crepava di polmonite. Forse sarebbe stato meglio andarsene subito, con un buco di baionetta nel petto o la testa fatta saltare via da una granata. E stava a lui mandare quegli uomini all’attacco, a morire, uno dopo l’altro su quella montagna maledetta circondati da austriaci e tedeschi.
«Tenente, ordini dal Comando».
«La ringrazio caporale, vada a bere qualcosa di caldo, fa fresco oggi».
Aprì la busta con la baionetta, poco dopo si tolse gli occhiali di acciaio sfregandosi gli occhi stanchi. La fine forse sarebbe arrivata presto, se non per il Re o il Kaiser, almeno per lui.
L’ordine era chiaro: attacco a oltranza.
