Maternità sovversive in "Ragazza, donna, altro"
Sono passati sei anni dall’assegnazione del Booker Prize a Ragazza, donna, altro, l’opera che ha reso Bernardine Evaristo celebre in tutto il mondo. Di questo romanzo corale, pubblicato in Italia da SUR con la traduzione di Martina Testa, si è detto e scritto molto, soprattutto per la capacità della scrittrice di raccontare le storie delle dodici protagonistə (undici donne e una persona non binaria), britanniche e afrodiscendenti, in una prospettiva intersezionale, che considera fattori come razza, classe sociale, appartenenza alla comunità LGBTQ+, oltre alle questioni di genere.
Per me la lettura di Ragazza, donna, altro ha coinciso con il periodo successivo alla maternità e con i giorni in cui ho scoperto gli scritti di Andrea O’Reilly, professoressa presso la School of Women’s Studies presso la York University di Toronto e ideatrice del femminismo matricentrico. Questo mi ha portata a riflettere su quanto il libro di Evaristo sia anche un romanzo di madri.
Otto tra le protagoniste di Ragazza, donna, altro hanno figlə e ciascuna contravviene in vari modi a quella che O’Reilly nel suo Maternità femministe (pubblicato da Prospero editore nel 2024, con la traduzione e la curatela di Veronica Frigeni) definisce “maternità normativa”, ovvero l’istituto che porta a ritenere a livello sociale una “buona madre” solo la persona che rispetta una serie di requisiti (è bianca, eterosessuale, cisgender, di classe media, senza disabilità, sposata, non politicizzata etc).
Le personagge del romanzo di Evaristo sono nere, afrodiscendenti o appartenenti alla comunità caraibica. Sono lesbiche, donne single o ragazze madri, non sempre appartengono alla classe media. Hanno diversi livelli di istruzione, consapevolezza e ed emancipazione, che in alcuni casi mutano nel tempo. Alcune di loro sono femministe, altre no. La loro multiformità e le loro storie individuali – immaginarie ma realistiche – combinate alle teorie del femminismo matricentrico, possono far riflettere sui diversi modi di queerizzare (nel senso di sovvertire) la “maternità patriarcale”, come la definiva Adrienne Rich in Nato di donna, e praticare piuttosto una maternità emancipata, basata su agentività, autorità, autonomia, autenticità e attivismo.
L’extra-normatività materna in Ragazza, donna, altro si sposa con la forma extra-normativa del romanzo. Evaristo usa quella che ha definito “fusion fiction”: una disposizione del testo sulla pagina che rimanda alla poesia, una punteggiatura non ortodossa e la fusione delle storie delle donne l’una con l’altra, anche se legate da un filo comune. Un’irregolarità apparente che si trasforma, grazie alla sua scrittura, in una rivoluzione formale, rispecchiando proprio ciò che, per O’Reilly, anche la maternità emancipata è in grado di compiere, dal momento che essa è in grado di apportare cambiamenti reali e duraturi non solo alle vite delle madri e della prole, ma anche alla società in generale. Per questo ritengo che Ragazza, donna, altro sia un testo letterario particolarmente adatto a una lettura “matrifocale”, cioè concentrata sulla tematica materna e col punto di vista delle madri.
Prima di esaminare le storie delle diverse personagge, è necessario rispondere in via preliminare a due questioni: cosa si intende per femminismo matricentrico e in che misura questo possa essere inclusivo verso le varie soggettività.
O’Reilly teorizza un femminismo per e sulle madri, che sottolinea come queste siano oppresse dalla maternità normativa e dai suoi dettami (essenzializzazione, privatizzazione, individualizzazione, naturalizzazione, normalizzazione, idealizzazione, biologizzazione, espertizzazione, intensificazione e depoliticizzazione) in modo specifico e ulteriore rispetto all’oppressione che il patriarcato esercita sulle donne. Il femminismo matricentrico cerca quindi di rendere “la maternità una questione centrale del femminismo, posizionando le esigenze e le preoccupazioni delle madri come punto di partenza per una teoria e una politica sull’empowerment delle donne”. O’Reilly adotta inoltre un approccio intersezionale riconoscendo che “le madri razzializzate e di classe lavoratrice/povera sono oppresse dall’istituzione della maternità nelle sue costruzioni normative, oltre che in quelle patriarcali, in modi unici e specifici”.
Quanto alla seconda questione, la studiosa non ignora che parole come “madri” e “maternità” possano risultare escludenti per le persone transgender e non binarie. Pur sostenendo la necessità di un approccio inclusivo, sceglie di non sostituire la parola “madre” con “genitore” o “figura genitoriale”, perché questo tenderebbe a “nascondere, distorcere e negare il modo in cui il lavoro di cura sia marcatamente e inequivocabilmente legato al genere nelle società patriarcali” e ignorerebbe il fatto che i padri non sono oppressi dall’istituzione della maternità come le madri, nonché il fatto che “per molte madri e in particolari contesti, la maternità è un concetto culturalmente e politicamente determinato, che ha ancora significato ed effetto” (come nel caso delle donne razzializzate, per le quali parlare di genitorialità in generale diluirebbe l’importanza e l’intenzione politica specifica del lavoro materno e rinnegherebbe il significato dell’identità materna sui temi della giustizia riproduttiva). La soluzione, per O’Reilly, è quella di posizionare la parola “madre” come un verbo (to mother). In questo senso, la pratica materna non è più limitata alle donne cisgender, ma include “chiunque assuma il lavoro materno come parte centrale della propria vita”, contribuendo a una de-genderizzazione della maternità e all’inclusione delle altre soggettività.
LaTisha KaNisha Jones è forse tra le personagge che disattendono in misura maggiore i dettami della maternità normativa. Dopo che il padre abbandona lei, la madre e la sorella Jayla, LaTisha lascia la scuola e inizia a lavorare come cassiera in un supermercato. In pochi anni ha tre figli con tre uomini diversi (il primo a diciotto anni). Anche se la madre di LaTisha la manda via di casa per un breve periodo dopo la nascita del primo figlio, i rapporti si ricompongono velocemente e la famiglia attua di fatto una pratica di maternità condivisa:
“i bambini hanno tre madri
LaTisha è la più severa e fascista: compiti, obbedienza, buona educazione
mamma è la più dolce, e perdona le birichinate dei nipotini molto più di quanto facesse con lei
Jayla è la più matta, ormai non esce più di casa, non vuole saperne di vedere uno psicologo, è pallidissima per la carenza di vitamina D e sta sempre incollata al computer a fare diosacosa”
In virtù di questa gestione collettiva con la madre e la sorella, LaTisha continua a lavorare nel supermercato, riprende la scuola e inizia a studiare per conseguire una laurea online in economia aziendale alla Open University. Col tempo, la “Nuova LaTisha” è una trentenne con nuove consapevolezze, che chiude una relazione soddisfacente con il nuovo compagno, Kamal, perché
“(…) anche se a lui piacevano i figli di LaTisha, ne avrebbe voluto uno suo
e anche se a lei piaceva lui, era stufa di essere una macchina da figli
era ora di prendere strade diverse, concordarono, da persone mature, guardandosi in faccia
senza bugie, corna o cattiveria da parte di Kamal”
LaTisha non si definisce una femminista. Eppure, la sua maternità iniziata precocemente e in modo inatteso, col tempo persegue molti di quelli che O’Reilly identifica come fattori della maternità emancipata: agentività (agency), autorità, autonomia e autenticità. Per la studiosa, questo tipo di maternità è accessibile tanto alle madri privilegiate quanto a quelle emarginate, come LaTisha. “In realtà, credo che i fattori propri della maternità emancipata siano più evidenti nelle pratiche e nelle teorie materne di madri che sono povere, lesbiche, giovani, transgender o nere”, scrive O’Reilly. “Sospetto che le donne privilegiate, con più risorse e status nella maternità, siano spesso meno capaci, o propense, a percepire e opporsi alla loro condizione di oppressione”.
O’Reilly aggiunge: “Ciò che ho scoperto nei miei molti anni di insegnamento e ricerca è che le madri non normative – che siano definite e categorizzate come tali per età, razza, sessualità o biologia – non possono mai essere le “buone” madri della maternità normativa, e quindi devono affidarsi e sviluppare pratiche materne non-patriarcali per crescere la propria prole. Che si tratti di co-genitorialità, co-maternità, maternità comunitaria, othermothering, legami elettivi, famiglie estese o attivismo materno, tali pratiche sfidano e cambiano i vari modi in cui le esperienze vissute della maternità patriarcale rendono la maternità limitante od oppressiva per le donne. Le numerose pratiche materne non-normative elencate sopra rendono la maternità più gratificante, se non emancipante, per le donne, poiché queste madri non-normative raramente sono sole o isolate nella maternità, come accade nella maternità patriarcale, e il lavoro e la responsabilità della maternità non ricadono esclusivamente sulla madre biologica (come stabilito dalla maternità patriarcale)”.
Shirley è una donna che ha scelto con convinzione la carriera di insegnante presso la Peckham School, una scuola pubblica frequentata anche da alunne e alunni che vengono da un contesto sociale difficile (tra loro c’è anche LaTisha) e che lei spera di aiutare. Col passare degli anni, tuttavia, la passione per l’insegnamento si scontra con l’aumento di problematiche sociali e quindi:
“più alunni provenienti da famiglie che non arrivavano a fine mese
più disoccupazione, povertà, droga, violenza domestica
più ragazzi i cui genitori stavano «dentro», o avrebbero dovuto starci
più ragazzi che avevano bisogno dei pasti gratis a mensa
più ragazzi che erano sotto tutela o osservazione dei servizi sociali
più ragazzi che diventavano bestie selvatiche (e lei non era una domatrice di animali)”
Questa paragrafatura a elenco ci restituisce anche visivamente l’esasperazione di Shirley, che diventa sempre più frustrata nello svolgere il lavoro che ama. A questo si aggiunge la consapevolezza di muoversi in un’istituzione condizionata dal razzismo (dopo essere stata lodata per le sue qualità didattiche che fanno “onore alla sua razza” Shirley “si sentì addosso la pressione di dover essere non solo un’ottima insegnante ma anche la portavoce/di tutte le persone nere del mondo.”) e dal sessismo, che emerge lampante durante i consigli d’istituto, quando solo una collega più anziana, Penelope, riesce a prendere la parola tra gli uomini:
“(…) quando Shirley e le altre donne provano a intervenire le loro voci meno assertive faticano a farsi sentire, vengono sommerse dai maschi alfa prima ancora di poter concludere il ragionamento
perfino Kate, che in genere è bella loquace, viene zittita
Shirley odia il fatto che siano tutte pateticamente rassegnate a lasciar prendere le decisioni agli uomini, e a Penelope al posto loro”
Anche la stessa Penelope, quando Shirley prova a prendere la parola, la zittisce:
“ecco
allora
come
stavo
dicendo.”
Pure la madre di Shirley, Winsome, ha sperimentato discriminazione e razzismo dopo aver seguito la decisione del marito Clovis di trasferirsi da Londra nel sudovest dell’Inghilterra. Come racconta lei stessa alla nipote Rachel, molti anni dopo:
“che potevo dire a Clovis? a quei tempi una donna doveva obbedire al marito, Rachel
il divorzio era una vergogna e veniva concesso solo in caso di adulterio, se il matrimonio semplicemente non funzionava era una condanna a vita”
Dato che Clovis non riesce a trovare lavoro a Plymouth, la famiglia si sposta nelle isolette delle Scilly. Anche stavolta Winsome è contraria, ma non si oppone.
“se fosse stato vent’anni dopo, Rachel, l’avrei lasciato su due piedi
se fosse stato trent’anni dopo ci avrei convissuto prima di sposarlo, perché capisci, mi è venuto da pensare che non lo conoscevo veramente, quell’uomo che mi chiedeva di seguirlo come un cagnolino”
Quando pure questo tentativo va a vuoto, Clovis riporta la famiglia a Plymouth, dove inizia a lavorare come scaricatore di porto. La sera torna a casa brillo o ubriaco, dopo che Winsome ha messo a letto i loro tre figli, avuti nell’arco di tre anni. Nella cittadina la famiglia sperimenta solitudine e odio razziale con una serie di episodi dolorosi, finché Winsome decide di imporsi:
“il giorno dopo dissi a Clovis: tu puoi pure restare qui ma la madre dei tuoi figli torna a Londra
con loro.”
Winsome decide di usare la sua autorità di madre nei confronti del marito che fino a quel momento aveva deciso per lei e per la famiglia senza tenere in considerazione la sua opinione. Molti anni dopo, ormai cinquantenne, Winsome abbatte un altro imperativo della maternità normativa, che impone alla madre di mettere davanti a sé i bisogni delle proprie figlie e dei propri figli. Lo fa in modo terribile, avviando una relazione clandestina con il marito di sua figlia Shirley, Lennox.
“quella notte lei non riuscì a dormire
diede battaglia alla sua morale in nome dei suoi sentimenti
e indovinate chi vinse?
Winsome aveva quasi cinquant’anni
se lo meritava
si meritava lui”
Evaristo ci racconta questa scelta dal punto di vista di Winsome, senza giudicarla. Anzi, da come la madre vede e interpreta l’atteggiamento di Shirley, che scarica le sue frustrazioni sugli altri, chi legge è quasi portato a solidarizzare con la madre, nonostante il suo comportamento contravvenga le regole socialmente accettate.
Per O’Reilly non esiste un modo unico di opporsi ai dettami della maternità normativa e realizzarne una emancipata, ma la studiosa individua due possibili “strategie di resistenza”, che chiama rispettivamente “esplicita” e “sovversiva”.
“La prima è rappresentata, per esempio, da una madre lesbica, single, che cresce una figlia senza il coinvolgimento di un uomo, sfidando deliberatamente le concezioni dominanti della maternità. La seconda strategia è meno esplicita, con madri che, pur operando all’interno dell’istituto della maternità, mettono in discussione il patriarcato in modo sottile, e, spesso, non riconosciuto”.
Possiamo riconoscere la prima strategia incarnata nel personaggio di Amma, regista e autrice teatrale lesbica che vive relazioni non-monogame, e che cresce la figlia Yazz in uno squat occupato di Londra, dietro King’s Cross. Il padre di Yazz è Roland, un amico gay di Amma che desiderava diventare padre e ha accettato di fare da donatore. Dopo la nascita della figlia, Amma si trova a vivere sensazioni nuove:
“Yazz era il miracolo che non aveva mai pensato di desiderare, e avere una figlia davvero la completava, cosa che confessava di rado perché in qualche modo le sembrava un’idea antifemminista”
Amma, in quanto femminista, è cosciente del fatto che la maternità normativa impone alle madri di sentirsi “completate” dai figli e dalle figlie, e fa fatica ad ammettere di vivere questa sensazione inattesa, perché le sembra in qualche modo di tradire le teorie in cui crede, o di poter essere fraintesa. Riflettendo sulla narrazione positiva della maternità, O’Reilly sostiene che anche se “essere madre può essere assolutamente gioioso e splendido”, oggi “parlare dell’amore, della gioia e dei piaceri della maternità è molto pericoloso perché può essere subito cooptato”. Questo rischio, di cui le femministe sono consapevoli, ha determinato, secondo lei, una sorta di autocensura. “Penso che le madri”, scrive, “siano molto riluttanti e nervose nel parlare della gioia della maternità, dell’amore per questa esperienza, insieme alle sue difficoltà, perché una tale affermazione potrebbe apparire troppo essenzialista ed eccessivamente emotiva”.
Amma trova comunque il modo di vivere la maternità che più le si addice:
“Yazz sarebbe stato il suo esperimento controculturale
la allattava al seno ovunque le capitasse, fregandosene di chi trovava sconveniente la necessità per una madre di nutrire la figlia
la portava con sé dappertutto, se la legava dietro la schiena o sul petto con una fascia, la posava in un angolo della sala prove, o sul tavolo delle riunioni
se la portava dietro in tournée, in treno e in aereo dentro una culletta da viaggio che sembrava più un borsone, e una volta per poco non l’aveva infilata dentro lo scanner del controllo bagagli, supplicando poi che non la arrestassero
creò i ruoli di sette madrine e due padrini
per assicurarsi di avere una buona scorta di baby-sitter per quando la bambina non sarebbe più stata così obbediente e portatile”
Le scelte di Amma, in quanto femminista, si riflettono inoltre sull’approccio educativo alla figlia.
“Amma voleva che la figlia fosse libera, femminista e forte e qualche anno dopo la portò a dei corsi di sviluppo personale per bambini che le dessero la sicurezza e le capacità verbali per esprimersi al meglio in ogni ambiente
grosso errore
mamma, disse Yazz a quattordici anni, cercando di convincerla a mandarla al festival di Reading con gli amici, andrebbe a detrimento del mio sviluppo di adolescente se tu limitassi le mie attività in questa fase delicata del percorso che sto intraprendendo per diventare l’adulta autonoma di pensiero e pienamente realizzata che ti aspetti che io sia (…)
Amma stette in ansia tutto il weekend, mentre la sua bambina era via”
Un esempio di strategia di resistenza “sovversiva”, invece, è quello di Penelope (la collega di Shirley citata sopra). Dopo aver preso il diploma magistrale, Penelope sposa Giles, un ingegnere, e resta subito incinta di Adam. Dopo un anno arriva anche una figlia, Sarah, e questo ritarda l’inizio della carriera che Penelope sogna come insegnante.
“a Penelope non dispiaceva stare a casa coi bambini, almeno quando erano neonati, non riusciva a credere a quanto amore provasse per i figli
con il suo amore Giles le aveva riempito il buco che aveva nel cuore, ma l’amore che provava lei per i suoi figli era qualcosa di travolgente, sconfinato
le piaceva da morire esserne innamorata
e però
dopo tre anni con due lattanti che si abbuffavano dalle sue poppe gonfie, cominciò a sembrarle che la stessero prosciugando
cominciò a sembrarle tutto un po’ vampiresco, a essere onesta
(…)
si sentiva malissimo a sentirsi così, e non vedeva l’ora di cominciare a insegnare per controbilanciare il suo ruolo di madre amorevole che ormai le andava stretto, specie perché cominciava a sentirsi abbastanza esclusa dal quadro generale delle cose, dato che i giornali parlavano delle varie rivoluzioni culturali che scoppiavano in tutto il mondo, fra cui il movimento di liberazione della donna
e nel frattempo lei era immersa fino alle ginocchia nella cacca e nel vomito di poppante”
Penelope è una donna bianca, cisgender, eterosessuale, di classe media. Non si oppone come Amma in maniera esplicita alla maternità normativa. Tuttavia, il suo non sentirsi completamente soddisfatta, realizzata e appagata nella maternità – come prescritto dalla “maternità intensiva” che O’Reilly ritiene sia l’attuazione contemporanea della maternità normativa – la spinge a provare del senso di colpa (“si sentiva malissimo a sentirsi così”) e a cercare una via d’uscita. Per questo Penelope solleva la questione del lavoro col marito, che però si oppone alla sua scelta.
“lui rispose che era poco pratico dover stare agli ordini di due persone, il capo al lavoro e un marito a casa
stava scherzando? Dall’espressione che aveva, no”
Dopo aver letto di nascosto La mistica femminile dell’attivista e femminista Betty Friedan, Penelope prende coscienza che
“(…) quello che finora aveva ritenuto un suo problema personale era, in realtà, applicabile a molte donne, a masse intere di donne, costrette dai mariti a restare a casa quando sarebbero state più che disposte a impiegare utilmente il cervello come forza lavoro qualificata, donne come lei, che impazzivano di noia e di banalità”
Porta quindi avanti il tentativo di convincere Giles a farla tornare al lavoro, ma lui alla fine dell’ennesima lite spacca la vetrata della porta d’ingresso con un pugno e se ne va di casa. A quel punto Penelope trova una baby-sitter e comincia a insegnare alla Peckham School.
Sia Amma sia Penelope – pur se in modo diverso tra loro – sono madri femministe, nel senso che sono consapevoli delle questioni di genere e interpretano le proprie scelte di donne e di madri a livello politico, oltre che personale. Per O’Reilly, anche se maternità emancipata e maternità femminista coincidono in grande parte, la seconda si differenzia dalla prima “nella misura in cui la madre si identifica come femminista e pratica la maternità partendo da una prospettiva o coscienza femminista”. Se la visione dominante della maternità patriarcale è quella di una maternità come attività privata e apolitica, le madri femministe al contrario la considerano significativa da un punto di vista culturale e le attribuiscono una finalità politica, basata su due obiettivi strettamente interdipendenti: l’emancipazione delle madri e l’educazione antisessista, ovvero quella che punta a creare “una nuova generazione di figlie emancipate e di figli empatici”.
Quando scrive di agentività, autorità, autonomia, autenticità e attivismo, O’Reilly si riferisce al fatto “che le madri emancipate si rendano conto di doverle avere e si impegnino per ottenerle”: parla della lotta, non necessariamente del successo. È il caso di Bummi, cittadina nigeriana emigrata col marito Augustine nel Regno Unito, che si trova a crescere la figlia Carole da sola dopo la morte prematura del compagno. La maternità di una donna single è di per sé extra-normativa, ma Bummi riesce a renderla emancipata quando lei sceglie di farcela da sola.
“e si chiese: come faccio a migliorare la mia situazione, se voglio crescere mia figlia contando solo sulle mie entrate e senza un altro genitore accanto?
si chiese: non ho forse una laurea in matematica? e soprattutto, non ho forse l’intelligenza necessaria a prendere una laurea di prima classe in matematica senza neanche andare a letto col professore?
(…)
sarebbe diventata una persona che dava lavoro ad altri, invece di aspettare che qualcuno desse lavoro a lei”
Bummi si rimbocca le maniche finché non riesce ad aprire una sua impresa di pulizie. Anche se è una donna religiosa e molto legata alla propria identità, col tempo accetta che Carole vada a vivere con Freddy, un inglese bianco (scelta che inizialmente la addolora, perché per la figlia sognava il matrimonio con un nigeriano) e lei stessa intreccia nuove relazioni, di cui una omosessuale. Finisce per andare a vivere con Kofi, un ghanese che lavora per lei, in una casa con giardino a Herne Hill.
“Bummi si siede comoda sul lettino e sorseggia la limonata che Kofi ha appena fatto e le ha portato fuori
vorrebbe che sua mamma fosse viva per godersi la sua nuova vita
guardami adesso, mamma, guardami adesso”
A sinistra la nuova edizione di “Ragazza, donna, altro” di Bernardine Evaristo, pubblicata da SUR nel 2024 (p. 523, €19) . A destra “Maternità femministe” di Andrea O’Reilly, uscito per Prospero editore nel 2025 con la cura e la traduzione di Veronica Frigeni (p. 174, €16).
Grace e Hattie sono altre due protagoniste di Ragazza, donna, altro, e sono madre e figlia. La loro storia si lega a quella di Daisy, madre di Grace e personaggio secondario del romanzo, ma comunque interessante in una prospettiva matrifocale. Questo legame tra tre generazioni di donne (Daisy-Grace-Hattie) permette a Evaristo la possibilità di attraversare una storia familiare che dal 1895 arriva ai giorni nostri.
Daisy è una ragazza bianca e povera, che dorme per terra nel caseggiato popolare in cui vive con i fratelli e le sorelle. A sedici anni resta incinta di Wolde, un giovane fuochista abissino sbarcato per pochi giorni a South Shields. Quando partorisce una bambina mezzosangue, il padre la mette davanti a un’alternativa: o lasci la bambina davanti alla chiesa o te ne vai. Daisy compie la sua scelta:
“ma figurati se potevo mai abbandonarti, Gracie, innocente, pura, perfetta com’eri, come tutte le creature benedette di Dio
il mio compito era proteggerti e badare a te, e avrei ammazzato con le mie mani chiunque provava a separarci”
Daisy trova lavoro in una ditta di cappelli e divide una stanza con un’altra madre single. Porta Grace con sé dappertutto, se ne prende cura e le promette di portarla un giorno in campagna, sognando di vederla correre su un prato soffice. Quando Grace ha otto anni, a Daisy viene diagnosticata la tubercolosi e la donna viene trasferita in sanatorio, dove muore. Grace cresce in un orfanotrofio, dove le insegnano a cucire, a cucinare e a tenere ordinata la casa, e dove viene rimproverata dalla direttrice dell’istituto e accusata di avere “troppa personalità”. Dopo aver trovato lavoro come cameriera, incontra Joseph Rydendale, un reduce della Grande Guerra che sta cercando di risollevare la tenuta di famiglia, Greenfields, e che si innamora di lei. I due si sposano e Joseph vorrebbe avere un erede per la tenuta, ma Grace ha due aborti. Anche la felicità portata dalla nascita dell’amata figlia Lily viene meno quando la piccola viene trovata morta in culla.
“Joseph non diede tempo a Grace di riprendersi, cercava continuamente di farne un altro, doveva esserci un erede, diceva, era suo dovere tramandare la fattoria alla generazione successiva
apparteneva alla sua famiglia da quasi centoventi anni
ormai”
Nella coppia si apre una crepa, con Grace che si rende conto che il marito è attaccato a quella proprietà più ancora che a lei, e desidera soltanto
“(…) evadere da tutto, da lui, da sé stessa
da un corpo che metteva al mondo solo morte”
Grace resta di nuovo incinta e dopo nove mesi nasce Harriet: una bambina dalla “presenza furiosa e tormentosa”, il cui nome viene scelto dal padre, perché Grace si rifiuta di attribuirgliene uno, e non accetta di allattarla al seno. La bambina sopravvive grazie alle cure di una balia e poi di una tata. Passano mesi durante i quali Grace non riesce quasi a parlare o ad alzarsi dal letto. Non vuole nemmeno toccare la figlia e pensa più volte al suicidio. Poi qualcosa in lei lentamente cambia.
“Passò un anno Harriet cresceva forte e robusta
Passarono due anni Harriet cominciò a gattonare/camminare/arrampicarsi
Passarono due anni e mezzo Harriet parlava senza sosta”
In queste righe distanziate sta lo scorrere del tempo che porta Grace alla guarigione. Una mattina si sveglia e, per la prima volta da quando è nata la figlia, non si sente “piena di orrore”. In alcune tra le pagine per me più belle del romanzo, Evaristo scrive, con la voce di Grace che si rivolge alla propria madre Daisy, un lungo elenco di gioie che avrebbe voluto condividere con lei, arrivate grazie alla piccola “Hattie” (come ha deciso di ribattezzarla). Un elenco in cui c’è posto anche per un nuovo sentimento per il marito e per scelte non scontate sull’educazione della figlia:
“vorrei che avessi visto quanto Joseph è tornato ad amarmi dopo che mi sono ripresa, come abbiamo deciso insieme che non ci sarebbero stati altri figli e abbiamo cominciato a praticare il coito interrotto
(…)
vorrei che avessi visto che Hattie non ha avuto nessuno a rovinarle la personalità, mamma, e come dava ordini ai braccianti, e quanto ridevamo io e Joseph quando cercava di comandare a bacchetta anche noi”
Se la maternità di Daisy è stata segnata dal desiderio di accudire una figlia che non può veder crescere, e quella di Grace dal lutto e dalla sofferenza di un figlio o di una figlia che tarda ad arrivare, e poi dalla depressione dopo la nascita di Harriet, la maternità di Hattie torna quasi come un cerchio che si chiude all’inizio di questa storia familiare. Anche lei, come la nonna, resta incinta da giovanissima, a quattordici anni. Il padre è Bobby, “il ragazzo più ambito della scuola del paese, alto e con una chioma di capelli bianchi” che, dopo aver cercato e ottenuto un rapporto sessuale con lei, ricomincia a ignorarla come faceva prima.
Quando scopre della gravidanza, il padre Joseph è furioso; Grace invece sembra contenta, è lei a far partorire Hattie, che deve fingere una lunga malattia affinché la gravidanza resti segreta, e a farle vedere come allattare la bambina, che viene chiamata Barbara. “Darle il nome spetta a te”, dice Grace a Hattie. “Ora proviamo a tenerla”. Ma Joseph si mette di traverso.
“quel giorno papà entrò in camera di Hattie a vedere la nipote per la prima volta da quando Barbara era nata, mamma era in bagno a lavarsi,
disse che la bambina dovevano darla via
Hattie rispose che voleva tenerla, mentre lui gliela sfilava rapidamente dalle braccia con le sue mani forti
prima di uscire le ordinò: non dire una parola su tutta questa storia, Hattie, a nessuno, mai, ti devi scordare che è successo
con una figlia bastarda ti rovini la vita per sempre
gli uomini avranno due motivi per non sposarti”
Ancora una volta Joseph perpetra un grave abuso pur di non mettere in pericolo la discendenza e la tenuta di Greenfields. Barbara finisce lì dove Grace aveva rischiato di finire a suo tempo: sugli scalini davanti a una chiesa. “Ti devi scordare che è successo” aveva detto Joseph a Hattie. A novantatré anni, seduta a tavola durante il pranzo di Natale a Greenfields, circondata da due figli, sette nipoti, vari bisnipoti e trisnipoti, Hattie pensa ancora alla figlia che le è stata portata via. Non ha rivelato a nessuno il suo segreto, ma conserva in una scatola di scarpe la sua copertina.
L’asse intorno al quale si sviluppa la storia familiare di Daisy-Grace-Hattie è quello della giustizia riproduttiva, tema particolarmente legato alle madri indigene e nere. “La realtà delle sterilizzazioni forzate nel passato, così come i tassi più elevati di mortalità materna per le donne razzializzate, mostrano che spesso non possono nemmeno diventare madri;”, scrive O’Reilly, “inoltre, le storie di schiavitù per le donne nere, e delle scuole residenziali per le donne indigene, insieme al numero sproporzionato della loro progenie data in affidamento, rivelano come queste madri spesso non possano, o non siano autorizzate a, prendersi cura di chi hanno partorito”. In questo senso, prosegue O’Reilly, “diventare ed essere madre come donna nera o indigena è (…) un atto radicale di provocazione e resistenza, poiché sfida e interrompe la negazione culturale e il disprezzo verso il lavoro materno e l’amore materno delle donne razzializzate”.
Un’altra storia materna che attraversa più generazioni, anche se con personaggi secondari di cui sappiamo poco, è quella della famiglia di Waris, un’amica di Yazz di origine somala. Waris è musulmana, indossa sulla testa “veli intonati al colore dei suoi vestiti svolazzanti” e “spesso si ficca il cellulare dentro l’hijab per continuare la conversazione con le mani libere”. Evaristo riesce a dipingere in modo eccezionale lei e le altre personagge della famiglia in poche righe: la nonna di Waris ha vissuto a Mogadiscio fino a quando, nel 1991, tutti i parenti maschi della famiglia sono stati ammazzati e lei è fuggita nel Regno Unito con le figlie. Dopo l’undici settembre ha iniziato a non uscire quasi più di casa perché “è troppo pesante per lei girare per strada circondata da tutta quella ostilità, e non ha mai smesso di piangere su tutto quello che ha perso”. La madre di Waris, Xaanan, “è un tipo completamente diverso”: lavora in un centro di accoglienza per donne musulmane e insegna autodifesa alle donne che portano il velo. A Yazz, che dice all’amica di essere dispiaciuta per il suo dolore, Waris risponde che la sua sofferenza è “più che altro una questione mentale”.
“non è una questione mentale quando la gente ti aggredisce per strada
invece sì, in confronto al mezzo milione di somali che sono morti nella guerra civile, io sono nata qui e in questo paese ce la farò, non posso permettermi di non farmi il culo, lo so che sarà tosta quando arrivo sul mercato del lavoro ma sai una cosa, Yazz? io non sono una vittima, non trattarmi mai come una vittima, mia madre non mi ha cresciuta per farmi diventare una vittima.”
Nella sua introduzione ai saggi di O’Reilly, Veronica Frigeni scrive che con i propri studi ha potuto “cogliere come il femminismo matricentrico sia, anzitutto, una questione ontologica e incarnata, di madri femministe che esistono e resistono, e che partendo proprio dalla storia personale di ognuna, provano a scrivere, insieme, un nuovo modo di essere e fare femminismo”. Nonostante si tratti di storie di finzione, l’analisi matrifocale sulle personagge di Ragazza, donna, altro può contribuire a quel lavoro di trasmissione, condivisione e rispecchiamento utile a una “visione del mondo” sulla pratica materna femminista che, per usare le parole di Fiona Joy Green, “promette anche un’eredità di maternità femminista e lavoro materno per le altre”.
Citando un articolo di Green, O’Reilly nei suoi saggi sottolinea l’importanza della condivisione delle esperienze delle madri femministe, sviluppando quella che viene definita una “linea materna femminista”, cioè la “connessione e la trasmissione di esperienze, storie e conoscenze tra le madri, sia a livello intergenerazionale che intragenerazionale”. Evaristo nel suo romanzo riesce a mettere in luce entrambi questi livelli, portandoli a sostenere quella linea materna femminista che consente alle madri di rispecchiarsi.
“Il romanzo esiste solo grazie alle storie che si sviluppano dentro le sue pagine (…) Perciò, quando parliamo del romanzo, dobbiamo parlare delle storie che contiene; dobbiamo anche parlare del contesto del romanzo, perché solo così possiamo capire che significato ha per la nostra società”, scrive Evaristo nel saggio I patriarchi del romanzo e i loro complici, contenuto nella nuova edizione di Ragazza, donna, altro che Sur ha pubblicato nel 2024 con la traduzione di Martina Testa. Nello stesso saggio, la scrittrice sostiene l’idea che i romanzi debbano essere generati da, e parlare a, tante categorie demografiche differenti. “Questo saggio crede che ci siano molte storie della letteratura ugualmente importanti in base al valore che gli assegnano diversi gruppi sociali, i quali ne traggono, di fatto, riconoscimento o svalutazione (…) Chiediamo: dove siamo noi nelle pagine del romanzo? Dove sono le nostre possibilità narrative? Cosa significa non vedere le nostre vite abitare le pagine della letteratura?”.
Sono domande che valgono soprattutto per le minoranze, ma credo di non tradire il senso delle parole di Evaristo se considero che possano valere anche per le madri che, per usare l’espressione di Rich in Nato di donna, compiono scelte o vivono situazioni “fuorilegge” rispetto all’istituzione della maternità. Si potrebbe obiettare che si tratta di un aspetto che non è centrale nel romanzo, e forse non lo era rispetto all’intento dell’autrice. Penso che a questo rispondano le seguenti parole che Evaristo ha affidato a Irene Graziosi, in un’intervista del 2023 pubblicata su Lucy: “Credo che il punto sia scrivere i propri personaggi come fossero semplicemente esseri umani. L’identità di genere, l’orientamento sessuale, la classe sociale emergono dall’interno quando si svolge un buon lavoro. Serve molta integrità per farlo però, e credo anche che però la ragione per cui il libro ha risuonato così tanto e dappertutto – lo posso dire ora che sono in tour da parecchio – è che parla di esseri umani. È un romanzo che pone al centro la nostra umanità, il nostro viaggio attraverso la vita, il mondo. Racconta delle nostre fragilità, ambizioni, desideri, relazioni e ostacoli che incontriamo sul nostro cammino. E tutto questo è umano, no? Poi certo, oltre tutto questo ci sono gli elementi identitari… Però sai, spesso le persone mi hanno detto “hai scritto un libro che parla di razza” o “hai scritto un libro che parla di identità di genere”, e io rispondo sempre che no, io ho scritto un libro sulla famiglia e sulle relazioni. Penso che se uno scrive di personaggi sfaccettati, imperfetti, allora tutti ci si possono riconoscere”.
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