Immagine: Autoritratto di “La famiglia Gaggiotti Richards”, di Emma Gaggiotti. Dettaglio.

Mappare le artiste: alla scoperta di Roma Pittrice

Partiamo da un parroco che cammina per le strade del suo quartiere, a Roma, in un anno imprecisato del Seicento. Entra nelle case, elargisce benedizioni pasquali, poi si siede al tavolo e in un grosso quaderno appunta i nomi delle persone che vi abitano, i sacramenti ricevuti, le professioni, le proprietà, gli indirizzi di residenza. Il parroco in questione sta redigendo i cosiddetti stati delle anime, ovvero una sorta di antico registro catastale utilizzato per calcolare l’ammontare della decima, una tassa annuale che ogni famiglia era tenuta a versare alla parrocchia.

È così che veniamo a scoprire che in via del Corso, via Paolina (oggi via del Babuino), via Margutta, ovvero nell’antico quartiere degli artisti, vissero numerose pittrici, miniatrici, e “incisore” (inteso come plurale femminile) di cui non sappiamo quasi nulla. Ce lo racconta una mappa della città eterna, redatta prima del 1870, che apre la mostra Roma Pittrice, in esposizione a Palazzo Braschi fino al 4 maggio 2025, a cura di Ilaria Miarelli Mariani (Direzione Musei Civici Sovrintendenza Capitolina) e Raffaella Morselli (Sapienza, Università di Roma) con la collaborazione di Ilaria Arcangeli (dottoranda di ricerca presso l’Università di Chieti Gabriele D’Annunzio).

Il titolo della mostra ne dichiara l’intento: indagare il ruolo che la città ha avuto nella formazione e nella realizzazione professionale delle donne nello scenario artistico romano, tra Cinque e Ottocento. Affascinante è ciò che racconta Plinio nella Naturalis Historia, vale a dire che fu una donna di nome Corinzia a dare inizio alla pittura, tracciando sul muro il profilo dell’innamorato che si allontanava.

Si ha la sensazione di immergersi in un’Antologia di Spoon River figurativa – così è stato per me – in cui le centotrenta opere esposte raccontano le esistenze dimenticate di cinquantasei artiste, proprio come nei suoi epitaffi poetici E.L. Masters aveva descritto gli abitanti di un paesino immaginario nel Missouri (Spoon River, appunto). Sono gli stessi personaggi cantati da Fabrizio de André nel celeberrimo album Non al denaro, non all’amore né al cielo, tutti uomini. Forse è per questo che a me viene in mente l’unico momento in cui, descrivendo il cimitero del paese nel brano La collina, il cantautore genovese racconta delle donne: “Dove sono Ella e Kate morte entrambe per errore, una di aborto, l’altra d’amore” o anche “Maggie uccisa in un bordello dalle carezze di un animale e Edith consumata da uno strano male” e ancora “Lizzie che inseguì la vita lontano, e dall’Inghilterra fu riportata in questo palmo di terra […]”.

A sua volta, la mostra racconta un microcosmo tutto al femminile di personalità misteriose che, parafrasando Ilaria Arcangeli, hanno vissuto in qualche modo ai margini, fuori dal recinto del convento e del matrimonio, e che hanno saputo fare del loro talento artistico una professione vera e propria, in molti casi dando vita a sfolgoranti carriere, in altri trascorrendo la propria esistenza nel monastero, oppure nella bottega di famiglia accanto ai propri padri, fratelli, mariti – i soli autorizzati a firmare i contratti e a possedere delle proprietà. Esistenze che riemergono dall’oblio dei secoli grazie ad una firma autografa rivelata dal restauro di un dipinto, soluzione di un enigma rimasto oscuro a lungo.

È il caso di Giustiniana Guidotti, di cui non sappiamo nulla, presente in mostra con un’Allegoria della Pittura e della Musica, unica sua opera conosciuta che però rivela un talento grande come quello di Artemisia Gentileschi, la pittrice italiana in assoluto più conosciuta nella storia dell’arte. Oppure Anna Stanchi, pittrice fiorista a lungo confusa con suo fratello Giovanni. Possiamo ammirare i suoi dipinti accanto a quelli di Laura Bernasconi, la più importante allieva di Mario de’ Fiori e autrice di strepitose composizioni floreali, spesso attribuite al suo maestro. O ancora Maddalena Corvini, miniaturista che ebbe tra i suoi committenti papa Urbano VIII ma il cui catalogo deve essere ancora ricostruito. Per molto tempo, Girolama ed Elisabetta Parasole furono irrintracciabili poiché Giovanni Baglione, biografo e critico d’arte seicentesco, aveva confuso le due cognate intagliatrici e “incisore” in un’unica, immaginaria, Isabella Parasole. Di Girolama possiamo apprezzare una interessante xilografia con la Tortura della ruota, su disegno di Giovanni Guerra, nella quale si riconoscono le sue iniziali. Infine Maria Luigia Raggi, prima pittrice paesaggista dell’arte italiana, forzata a vivere in convento sin dall’età di nove anni, fu a lungo scambiata per un inesistente Maestro dei Capricci di Prato.

È però Emma Gaggiotti, pittrice romana ottocentesca, patriota, ammiratissima alla corte inglese della regina Vittoria e a quella tedesca di Guglielmo I di Prussia, ma quasi sconosciuta nel suo paese, a dare il volto a Roma Pittrice, in locandina e sulla copertina del catalogo, attraverso l’ovale perfetto del suo autoritratto. Rivelazione e simbolo della mostra stessa, in La famiglia Gaggiotti Richards, l’artista si rappresenta insieme ai suoi familiari, girata di tre quarti, davanti a un cavalletto e con la tavolozza in mano. La sua sembra una presa di posizione; attraverso gli strumenti del suo mestiere, è lei che provvede al ménage. Un destino che, in qualche modo, richiama quello di Maria Felice Tibaldi, moglie del pittore Pierre Subleyras. Tibaldi manteneva la sua famiglia già all’età di quattordici anni, con i proventi della sua professione di miniatrice. Fu la prima artista vivente ad entrare, con una sua opera, nella Pinacoteca dei Musei Capitolini; una Cena in casa di casa del fariseo che a suo tempo fu pagata mille scudi. Una fortuna.

Nonostante il successo e il riconoscimento, seppur parziale, tributato a queste artiste dai contemporanei, la maggior parte delle opere presenti in mostra non è mai stata esposta al pubblico. Ad oggi, tali produzioni sono spesso relegate nei depositi di musei prestigiosi, nazionali e internazionali, oppure provenienti da collezioni private che le hanno messe all’asta. Per tutte queste ragioni, diversi dipinti hanno avuto bisogno di un restauro. Si è quindi scelto, specialmente nelle sale dedicate al XVIII e XIX secolo, di presentare i quadri in particolari teche di vetro che rendono visibile anche il retro, omaggiando in questo modo l’architetta italiana Lina Bo Bardi, inventrice di questo sistema nella progettazione del Museo d’arte di San Paolo del Brasile, negli anni Cinquanta del Novecento.

Il percorso si snoda partendo dalle basi, cioè da Lavinia Fontana, autrice della prima opera pubblica mai realizzata da una donna, la Visione di San Giacinto nella chiesa di Santa Sabina, sull’Aventino, a Roma. Bolognese di nascita, romana di adozione, la più nota pittrice cinquecentesca segna un punto importante nell’emancipazione femminile in ambito artistico in quanto autrice anche dell’inventio, ovvero l’iconografia del santo, sfatando per sempre il mito che le donne non fossero capaci di creare opere originali ma solo di imitare, più o meno diligentemente, ciò che era stato ideato da altri.

Fontana fu ritrattista ufficiale della famiglia di papa Paolo V motivo per il quale, al piano superiore della Galleria Borghese a Roma, possiamo ammirare, finalmente tra i grandi, la sua seducente Minerva in atto di abbigliarsi, recuperata all’oblio del deposito solo in anni recenti. Nella sala a lei dedicata vediamo una serie di suoi ritratti raffiguranti illustri sconosciuti, ma soprattutto il suo celebre Autoritratto alla spinetta su rame presente, nella versione a olio, in tutte le più rilevanti pubblicazioni sull’arte al femminile. Nel dipinto, Fontana appare una giovane donna consapevole di sé stessa e del suo talento, che guarda lo spettatore dritto negli occhi mentre suona. Sullo sfondo, gli strumenti del dipingere, simbolo di identità e, al tempo stesso, professione. Di rara preziosità, il Ritratto di giovane aristocratica eseguito ad olio su lapislazzuli, immaginiamo, destinato a convincere qualche gentiluomo del tempo a prendere in moglie la fanciulla in questione.

Mappare le artiste: alla scoperta di Roma Pittrice

A sinistra “Autoritratto alla spinetta”, a destra “Minerva in atto di abbigliarsi”, entrambe opere di Lavinia Fontana (Bologna, 24 agosto 1552 – Roma, 11 agosto 1614).

Al contrario, Roma non portò molta fortuna ad Artemisia Gentileschi, figlia del caravaggista Orazio. Lo spartiacque della sua vita fu lo stupro che subì la pittrice, diciannovenne, da parte del pittore di prospettive Agostino Tassi, collega e amico del padre. Durante il processo, Gentileschi venne torturata da chi voleva assicurarsi che stesse dicendo la verità. Per tutta la sua esistenza, nonostante una carriera brillante che la condusse a Firenze, Napoli e persino in Inghilterra, la pittrice rimase ossessionata dal tema di Giuditta e Oloferne, la terribile vendetta di una donna su un uomo, che Artemisia dipinse sempre con toni drammatici e cruenti, partendo dal Caravaggismo del padre. In mostra troviamo una sua rivisitazione di un dipinto di Orazio, in cui Giuditta e l’ancella si guardano intorno furtive dopo aver compiuto l’omicidio, con in grembo la gigantesca testa del cadavere. Caravaggesca è anche l’Aurora, dove Gentileschi affronta il Nudo, tema di studio proibito alle donne, alla quale esse ovviavano attraverso l’osservazione della statuaria antica ma soprattutto, indagando il proprio corpo. Ciò è evidente nella Cleopatra, in cui sembra che Artemisia abbia utilizzato sé stessa come modello. 

Altro capolavoro imperdibile, nella sala dei fiori, è l’album in carta pecora, rilegato in pergamena, con miniature di fiori, piante e insetti che ci ricordano gli erbari medievali. I soggetti sono raffigurati con tratti finissimi e velature di azzurrite, malachite, lapislazzuli, vermiglio, giallo di piombo e biacca, colori preziosi e molto costosi. L’autrice è Giovanna Garzoni, pittrice naturalista vicina all’ambiente dell’Accademia dei Lincei, la prima accademia scientifica italiana. Vista la sua intrinseca fragilità, l’album non viene quasi mai esposto al pubblico; poterlo ammirare in questa sede rappresenta un’occasione eccezionale per riscoprire il gusto per piante rare e insetti esotici, arrivati in Europa grazie alle peregrinazioni di missionari e intrepidi viaggiatori dal nuovo mondo e dagli angoli più remoti del pianeta. Le donne venivano ritenute particolarmente adatte alle illustrazioni scientifiche, che cominciano a diventare popolari proprio nel Seicento, in quanto si riteneva fossero dotate di femminil patientia, ovvero diligenza, meticolosità e accuratezza mimetica, caratteristiche essenziali per questo genere di illustrazioni.

Amica di Artemisia Gentileschi, calligrafa, miniaturista e naturalista, attiva a Venezia, Torino, Firenze, Napoli e Roma, Garzoni è sepolta nella chiesa dei SS. Luca e Martina, accanto alla quale abitava. All’interno dell’edificio, in controfacciata, si trova il suo monumento funebre – un fatto raro per un’artista donna – finanziato dall’Accademia di San Luca, forse in virtù del fatto che la miniaturista aveva lasciato tutti i suoi beni in eredità all’istituzione, tra cui due splendidi album rilegati in pergamena, uno dei quali è quello in mostra. Nella sala si trova anche un suo autoritratto, proveniente dalla Segreteria Generale della Repubblica al Palazzo del Quirinale, in cui Garzoni rappresenta sé stessa non come una giovane donna piena di talenti, ma direttamente nei panni del dio delle arti, Apollo.

L’artista che, tra tutte, ebbe i riconoscimenti maggiori fu la svizzera Angelika Kauffmann, definita dai contemporanei la “Raffaello del nostro tempo”. Fu la prima pittrice a essere considerata un proprio pari dai colleghi uomini e a cimentarsi con la pittura di storia, altro soggetto vietato alle donne. Fu inoltre la prima donna a essere inclusa, con un busto di marmo, tra i Virtuosi del Pantheon accanto ad artisti illustri. Nel Settecento, il suo atelier rappresentava una tappa obbligata per i viaggiatori del Grand Tour. In mostra, Kauffmann con diversi ritratti inclusa La Speranza, probabile autoritratto con il quale fu ammessa all’Accademia di San Luca.

Concludendo, per decenni – se non per secoli – la critica d’arte (italiana soprattutto) ha relegato le artiste del passato a un fenomeno minore, legato tutt’al più alla curiosità intellettuale. Le uniche eccezioni che possiamo ravvisare sono state Artemisia Gentileschi e Angelika Kauffmann. Da qualche anno, le istituzioni cercano di ovviare al colpevole e perdurante silenzio organizzando eventi in tutta Italia dedicati a questo argomento. È da vedere in quest’ottica la mostra romana su Plautilla Bricci, “pittrice e architettrice” tenutasi alla Galleria Corsini nel 2022.

Per me è stata un’esperienza preziosa visitare la mostra accompagnata da Ilaria Arcangeli, brillante trentenne che ha curato, in particolare, le sezioni di Roma Pittrice relative all’arte femminile del XVI e XVII secolo, ed è in grado di citare a memoria pagine precise dei documenti negli archivi dell’Accademia di San Luca. Proprio sulle artiste di quell’epoca, nel lontano 2007, avevo scritto la mia tesi di laurea e per un attimo ho avuto l’impressione, ascoltando Arcangeli parlare, che dall’epoca in cui ho concluso il mio percorso universitario qualcosa sia cambiato e che le istituzioni stiano iniziando a fare qualche passo avanti nell’aprirsi a donne giovani e preparate.

“Gran cosa è che tutte quelle virtù et in tutti quelli esercizi ne’ quali, in qualche tempo, hanno voluto le donne intromettersi con qualche studio siano sempre riuscite eccellentissime e più che famose, come con una infinità di esempi agevolmente può dimostrarsi a chi forse non lo credesse. […] Ne si sono vergognate, quasi per torci il vanto della superiorità, di mettersi con le tenere e bianchissime mani nelle cose meccaniche e fra la ruvidezza de’ marmi e l’asprezza del ferro.” Con queste parole Giorgio Vasari descrisse le donne artiste nelle sue Vite prospettando, tra l’altro, cose di cui non sappiamo nulla e che non vediamo l’ora di scoprire.

Leggi anche: Il talento di Berthe Morisot: ritratto della prima pittrice impressionista

Caterina Panetta

Caterina Panetta è laureata in Storia dell'arte, vive e lavora a Roma e scrive di arte e storia su varie riviste. 

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