Libro senza nome: la stanza tutta per sé della letteratura armena
Per Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé era – insieme a una penna – tutto quanto serviva alle donne per potersi dedicare alla scrittura e arrivare ad abitare la parte di letteratura mondiale che gli spettava. A Shushanik Kurghinian e Zabel Yesayan l’Armenia del primo Novecento ha sbarrato le porte di quella stanza. Shushan Avagyan, anche lei armena, nel 2006 con Libro senza nome, riporta le due connazionali nello spazio che le persecuzioni avevano precluso loro.
Libro senza nome, edito da Utopia con la traduzione di Minas Lourian, è un libro complicato. Avagyan sceglie come protagonista una dattilografa che racconta a un’amica al bar il suo progetto di riscoperta di scrittrici armene dimenticate. Lo stile, che rispecchia la struttura, è una trapunta di frammenti:
“Al caffè non c’è nessuno che abbia letto Kurghinian.
Era il sedici marzo, e il giorno dopo una di noi doveva partire per Toronto, l’altra per Los Angeles.
(…)
Leggere coi guanti non è piacevole; impediscono il contatto con la pagina.
In un prossimo futuro si costruiranno città con grattacieli di vetro e la gente parlerà più lingue.
Dice che è necessario leggere quattro libri contemporaneamente, e dà l’arrivederci”.
A questo punto del racconto, Avagyan aggiunge la finzione di un possibile incontro tra Kurghinian e Yesayan, che è solo nella sua testa, o addirittura in quella finzionale della dattilografa. Il lettore è chiamato a comprendere dialoghi, incontri e scritture intrecciate:
“Prima della campanella, nelle aule, gli studenti fanno rumore.
(Ma tu non rispondi quando ti chiamo.)
I convogli della metro rumoreggiano sottoterra. Accompagnano studenti vestiti di tutto punto che si arrampicano sulle fondamenta dei futuri edifici.
(Non sei a casa quando busso alla porta.)”
Non è immediato, e forse non è realizzabile fino in fondo, riuscire a distinguere i pensieri della dattilografa, la conversazione con l’amica, le poesie di Kurghinian, i racconti di Yesayan e i discorsi (reali o ipotetici) fra le due.
Libro senza nome, quindi, si presenta come un mosaico, i confini delle cui tessere spesso sono così affini – sintonizzati su una stessa immaginaria linea che le accomuna – da essere evanescenti. La scrittura di un’autrice compenetra quella dell’altra, e dalle parole di tre donne si finisce per avere un’unica lingua letteraria – che può essere lo specchio della letteratura femminile armena che abbiamo trascurato.
Se l’intento di Avagyan fosse stato esclusivamente recuperare le scritture di due autrici meno fortunate di lei, di sicuro la struttura del suo romanzo sarebbe stata lineare, comprensibile, così da permettere l’avvicinamento di quanti più lettori possibile. Avagyan, invece, da donna armena, vuole forzare la forma del romanzo, sconfinare nel saggio e dilatare talmente tanto il discorso letterario e narrativo da innescare un cortocircuito da dentro. La dirompenza dell’impianto formale di Libro senza nome non è priva di valore politico: mostra la frammentarietà di una letteratura che, censurata, ostacolata, impedita e perseguitata, è tramandabile e ricostruibile soltanto a brandelli.
Si potrebbe spiegare l’operazione di Avagyan con le riflessioni di Carla Benedetti a proposito dell’ultima produzione di Pier Paolo Pasolini.
“L’ultimo Pasolini insomma non crede più che possa esservi «della poesia nella letteratura», vale a dire che si possa essere poeti stando nel recinto dell’estetico, accontentandosi di quell’ambigua autonomia formale di cui continua a farsi bello quel gioco convenzionale che è ormai diventata la letteratura. Quel recinto infatti «assimila» ogni alterità, trasformandola in «corpo proprio», anch’esso convenzionale – insomma in un’alterità finta. Se la poesia, intesa come arte della parola capace di farsi portatrice di punti di vista «altri» sul mondo, ha ancora qualche chance, è solo uscendo fuori da quel recinto, facendosi strumento dell’azione”
Anche per l’autore di Petrolio la scrittura era un atto politico, un gesto corporeo, uno strumento con cui forzare i limiti formali del romanzo, dilatarli dall’interno, farli esplodere e – in quell’esplosione – porre le condizioni della propria esistenza. Forzare i limiti di una forma significa, tanto per Pasolini quanto per Avagyan, rivendicare la propria esistenza nella letteratura. Libro senza nome deve farlo con ancora più intensità ed efficacia perché deve porre le basi per la visibilità di tre donne, tre scrittrici – due delle quali perseguitate – nella letteratura di un popolo vittima di un genocidio e poco considerata dal resto del mondo.
Quando i limiti del campo letterario sono troppo stretti – asfissianti nel caso di Kurghinian e Yesayan – perché si esista occorre insistere su quei confini, enfatizzarli al fine di denunciarli, deriderli, comunicarli e – quindi – davvero infrangerli. Quello che sembra non letterario – come Petrolio che è abbozzato o Libro senza nome, decomposto – è in realtà quanto di più letterario può esistere in contrasto a tutto ciò che intende delimitare la scrittura letteraria. Scrive Benedetti: “Pasolini non rinuncia affatto al gioco della scrittura. Anzi, con una mossa straordinariamente dinamica, comincia a interrogarsi sul gioco stesso e ad attaccarne le regole. Innanzitutto, invece di nascondere il cerchio autoreferenziale, Pasolini lo enfatizza. […] Ha enfatizzato in maniera tragica l’impasse, sottolineando il cerchio. Perché, appunto, è solo sprofondandovi dentro che egli potrà dilatarlo dall’interno”.
Per far esistere qualcosa che non esiste (o che non esiste più) è necessario immergersi nelle contraddizioni che hanno condotto a quell’assenza. Per questo Shushan Avagyan dà concretezza alla scrittura letteraria di Shushanik Kurghinian e Zabel Yesayan in un libro-non-libro, un libro anonimo – di tutte – senza storie distinguibili fra loro. Un libro che è il progetto di un libro – proprio come Petrolio – e che invece di compiersi, di arrivare a essere finito, sembra rimanere nella dimensione dell’intuizione. Perché solo così persegue lo scopo di affermare e rivendicare l’esistenza delle scrittrici Shushanik Kurghinian e Zabel Yesayan e dare spazio alla letteratura femminile nella letteratura armena, e alla letteratura armena in quella del mondo.
“Libro senza nome” di Shushan Avagyan è stato tradotto dall’armeno orientale da Minas Lourian e pubblicato da Utopia editore (€18.00, pp. 160)
Libro senza nome è un “libro di cartoline”, come lo definisce l’autrice nell’epilogo. Ma anche un libro di aforismi, intenzioni, idee, prove di lavoro. È un libro che chi legge non deve cercare di semplificare. In quell’incomprensibilità va ricercata la denuncia e la provocazione: la letteratura armena non è potuta esistere, ne restano accenni confusi, frammenti e progetti. Avagyan restituisce al mittente quello che la storia e la letteratura mondiale hanno forzato la letteratura armena a essere. E nell’incontro potenziale di queste tre scrittrici accomunate dalla terra d’origine si ha la vera poesia di Libro senza nome.
È come se la letteratura armena avesse bisogno di farsi metaletteratura per essere ancora più decisa e decisiva nella sua esistenza. L’autrice utilizza le pagine del libro come appunti di lavoro, inserisce porzioni di testo cancellate, disegni, schemi, riflessioni sulla disposizione dei capitoli o critiche allo stile.
“Una delle autrici ha proposto di collocare qui il primo capitolo e mezzo.
L’altra l’ha ingiuriata, sostenendo che quella parte andrebbe anzi espunta, perché compromette l’impostazione strutturale del libro nella sua complessità.
La terza ha sorriso in silenzio.
La quarta, invece, che è da sempre la più accesa sostenitrice delle idee sperimentali, ha detto di «barrarla».
Qui interviene la dattilografa-scrittrice-traduttrice, sostenendo che, in letteratura, esperimenti di questo genere sono già stati fatti, tra l’altro spesso con buoni risultati.
Ma, di nuovo, non abbiamo trovato un’intesa.
Cara Berj,
ti ringrazio per il tuo lavoro di tutrice che da anni ti porta a controllare le sue lettere e le sue bozze sottraendo tempo prezioso ai tuoi impegni familiari e passando rigidi inverni col cappotto e il cappello seduta nella sala di lettura per accogliere e assistere noi grafomani che senza più badare al sonno e alle pause torniamo da te come figli smarriti i tuoi occhi azzurri che scrutano il mio volto le mani ruvide con cui tocchi i suoi manoscritti quando scuoti la polvere che riposa da anni la voce stanca con cui mi racconti della tua gioventù persa tra aspettative e delusioni la tua postura da sfinge[…]”
Libro senza nome ha la necessità di portare alla luce la sua fase preparatoria e fermarsi al livello di quell’abbozzo per dimostrare – a gran voce – che sta raccontando la storia e l’arte di due scrittrici che hanno usato le parole per le idee. La forma preparatoria a un romanzo che non si avrà mai serve ad Avagyan per illustrare il valore ideale e creativo delle parole: proprio perché ci mostra il progetto di creazione del Libro senza nome ci è più semplice comprendere che anche le parole di Shushanik Kurghinian e Zabel Yesayan volevano e dovevano poter creare. Se non credete che la letteratura armena di queste due autrici è stata un gioco serio – sembra dire ai lettori – allora vi mostro le regole del gioco a cui stavano giocando. Ha tolto i vestiti arrivando fino allo scheletro, e in questo modo – come a lezione di anatomia – mostrando cosa c’è sotto alla letteratura è riuscita a difendere e tramandare l’arte e le idee delle due autrici che ha messo in dialogo.
L’altro aspetto rilevante è il racconto dei sogni o, almeno, così pare. La forma spesso aneddotica, i personaggi evanescenti, le immagini sconnesse e riprese a pagine di distanza inseriscono il lettore in un immaginario più onirico che narrativo. Basterebbe il titolo del capitolo 20 a spiegarlo: “Essersenzarachele, o non nutrirmi di sogni” – di cui quello che segue è un estratto.
“Ogni libro ha una sua conclusione, ma questo è diverso dagli altri; non ha né titolo né fine…
Domenica, cara mia, pensavo che tra noi fosse tutto finito…
L’essersenzarachele.
Dicevo cose sconnesse; guidando per strade che non conoscevo; l’ultima giornata di primavera, e… L’essersenzarachele.
Un lunedì senza speranza, soffocata dalle onde della disperazione.
‘Fine’, mi dicevo.
Ma alle 2 di notte il telefono mi ha svegliata.
Era un sogno.
O qualcosa che somigliava a un sogno.”
È interessante accostare, in questo senso, il libro di Shushan Avagyan all’ultimo di William Burroughs. Si intitola My Education. A Book of Dreams, e attraverso la registrazione dei suoi sogni l’autore racconta la propria autobiografia. Attingendo alla sua attività onirica Burroughs ricostruisce la sua coscienza umana e artistica, viaggiando dentro la sua creatività. Alla stessa maniera, come fossero sogni, gli episodi, i dialoghi e le descrizioni di Libro senza nome, giustapponendo i frammenti, ricreano la coscienza storica e letteraria del popolo armeno, delle donne fuggite dall’Armenia e della letteratura nazionale. Burroughs per mezzo dei sogni ricostruisce se stesso, così Avagyan accostando cartoline e stralci – che assomigliano ai sogni – ricostruisce la letteratura armena.
I racconti di Avagyan hanno una dimensione onirica perché sono talmente radicati nel profondo della memoria da sembrare più una fantasia che la realtà. Nonostante l’autrice si riferisca a due scrittrici realmente esistite, rifugge dal cedere a un libro cronachistico, d’archivio o con l’ossessione per i fatti attendibili attendibile: piuttosto “poeticizza” le loro vite servendosi di dispositivi formali tesi alla letterarietà. Non perché la ricerca storica non sia necessaria, ma perché il solo modo per ricordare due scrittrici è circondarle della letteratura per cui avrebbero dovuto essere ricordate. Celebrare le loro vite è possibile, secondo Avagyan, trasformandole in letteratura. E Libro senza nome ci riesce.
Era della stessa opinione Lalla Romano, voce del Novecento italiano che come suo primo romanzo pubblica ne I Gettoni di Vittorini Le metamorfosi, un libro che è una raccolta di sogni. Per presentarlo, nonostante non riscosse molto successo, Romano spiegava che tutta la letteratura andrebbe fatta con i sogni, perché sono il vero mezzo con cui accedere alla memoria: “Cosa vuol dire per me memoria: vuol dire sogno. Come il sogno della realtà, la cosiddetta realtà delle nostre esperienze, essa configura delle immagini che si connettono in qualche modo in un mito. Questa è la vera lettura della realtà e del sogno che per me sono la stessa cosa.”
Le cartoline di Shushan Avagyan, ricordando i sogni degli autori che li hanno considerati strumento di autocoscienza e lettura del mondo, rendono Libro senza nome un atto di consacrazione letteraria e di monito verso le persecuzioni e gli altri motivi che hanno sommerso la letteratura femminile armena finora.
