"Le indegne"
Un estratto dal nuovo romanzo della scrittrice argentina, pubblicato da Eris edizioni con la traduzione di Francesca Signorello
Qualcuna grida nel buio. Spero che sia Lourdes.
Le ho messo degli scarafaggi nel cuscino e poi ho cucito la federa di modo che stentino a uscire, che le zampettino sotto la testa oppure sopra la faccia (magari le si infilassero nelle orecchie per deporre le uova nei suoi timpani e sentisse le larve ferirle il cervello). Ho lasciato delle piccole aperture perché possano sgusciare fuori lentamente, con fatica, come fanno quando li prendo (li catturo) tra le mani. Certi mordono. Hanno scheletri flessibili, si appiattiscono per passare attraverso fessure minuscole, sopravvivono senza testa per diversi giorni, resistono a lungo sott’acqua, sono affascinanti. Mi piace stuzzicarli. Taglio loro le antenne. Le zampe. Li infilzo con degli aghi. Li schiaccio con un bicchiere di vetro per osservare attentamente quella struttura primitiva e brutale.
Li bollo.
Li brucio.
Li uccido.
***
Scrivo con questa piccola piuma appuntita che custodisco gelosamente nell’orlo della mia camicia da notte bianca, con l’inchiostro che nascondo nel pavimento, sotto le assi di legno.
Scrivo su questi fogli che nascondo tra la mia pelle e una fascia che ho confezionato per sostenerli, quando serve che li porti con me, vicino al cuore, sotto la tunica grigia, quella stessa tunica che prima di noi usarono gli uomini che vissero qui. Crediamo che fossero sacerdoti, monaci, religiosi. Uomini austeri che scelsero di vivere come nel Medioevo. Uomini che sono morti, anche se alcune dicono che sia ancora possibile intravederli di sfuggita nel buio. Gira voce che quando arrivarono dalle terre devastate, dal mondo collassato, né Lui né la Sorella Superiora trovarono cellulari o computer.
***
Un gruppo di elette è entrato nella Cappella dell’Ascensione. Erano tre Sante Minori che sono state condotte all’altare. Poggiavano le mani sulle spalle delle serve che guidavano i loro passi. Erano belle come può esserlo solo chi è sfiorato da Dio. L’aria si è impregnata di un aroma dolce e fresco. L’odore del misticismo.
Il sole ha illuminato le vetrate e la Cappella dell’Ascensione si è riempita di piccoli gioielli traslucidi che hanno composto un mosaico effimero.
Una nuvola ha oscurato il cielo e i colori trasparenti sono svaniti, eppure abbiamo fatto in tempo a scorgere, con assoluta chiarezza, un filo di sangue che scorreva sulla guancia di una Santa Minore fino a macchiarle la tunica bianca. Sapevamo tutte chi era stata a cucirle gli occhi in modo così maldestro prima della cerimonia. Mariel. Quell’incapace e inutile di Mariel, che ora si puliva i palmi delle mani sulla tunica grigia mentre ci guardava con aria afflitta e gli occhi lucidi. Chissà come si chiamava prima.
La Sorella Superiora se ne stava al buio, accanto all’altare. Vedevamo uno dei suoi stivaletti neri battere colpi impercettibili sul legno chiaro del pavimento. Stivaletti da guerra, come i pantaloni che indossa, scuri, da militare, da soldato. Non riuscivamo a distinguere se di fianco all’altro piede, che era completamente in ombra, le pendesse una frusta. Sapevamo che c’era anche Lui sull’altare, dietro il cancello di legno, quella struttura con tre pannelli che ci impedisce di vederlo. (Le uniche che hanno il privilegio di guardarlo sono le elette e Le Illuminate.) Lui ha parlato. Ci ha detto che per diventare Illuminate dobbiamo spogliarci della nostra origine, del Dio ingannevole, del figlio mendace, della madre negativa, delle idee insignificanti, del sudiciume della notte che scorre lento e impercettibile nel nostro sangue.
Ho guardato le vene dei miei polsi e ho sfiorato con un dito una linea azzurra.
Purificare.
Ci ha chiamate indegne, come tutte le volte, come fa quando ci riuniamo nella Cappella dell’Ascensione ogni tre o nove giorni (non sappiamo mai esattamente quando verremo convocate). Ha pronunciato di nuovo la parola indegne e un riverbero si è propagato per le pareti di pietra come se la sua voce avesse il potere di muovere la materia inerte.
Le Sante Minori hanno intonato l’Inno Primario, l’originale, uno dei più importanti, quello che attesta il loro contatto con il divino. Non capiamo cosa dicono, è un linguaggio che conoscono solo le elette. Lui ci ha spiegato ancora una volta che l’inno parla di come il nostro Dio, attraverso Le Illuminate, ci protegge dalla contaminazione, e proclama che senza fede, non c’è salvezza.
Dopo un silenzio teatrale le Sante Minori hanno ripreso a cantare. Dalle loro bocche ho visto fuoriuscire migliaia di petali bianchi che hanno riempito l’aria, petali di gigli che hanno luccicato fino a svanire nel nulla. Le loro voci sono capaci di intonare le note universali, di vibrare con la
luce delle stelle (per questo cuciono loro gli occhi, per evitare che si lascino distrarre dalle cose terrene, per aiutarle a captare i riverberi emessi dal nostro Dio). Appesi al collo portavano i Cristalli Sacri, simbolo e testimonianza della loro santità. I quarzi trasparenti della purezza. Indossavano tuniche di un bianco splendente, immacolato. Le abbiamo ascoltate in silenzio, con
sollievo ed estasi perché la musica a cappella ci distraeva dal frinire dei grilli, quel suono simile a
una furia che ti addormenta.
Hanno continuato a recitare l’Inno Primario finché tutte e tre non hanno preso a sanguinare contemporaneamente. Mariel ha soffocato un grido e si è strappata una ciocca di capelli. Abbiamo puntato tutte lo sguardo su di lei, soffermandoci sulla sua testa quasi calva. Al suo arrivo aveva la chioma integra e non mostrava segni di contaminazione, per questo non l’avevano mandata con le serve. Non capivamo perché si ostinasse a sfigurarsi. Io e qualche altra abbiamo sorriso compiaciute perché Mariel avrebbe ricevuto una punizione esemplare. Alcune si sono coperte il viso con le mani simulando una preghiera per nascondere il godimento.
Le Sante Minori hanno ripreso a cantare ma il nostro pensiero era altrove, a chi avrebbe avuto l’onore di pulire il sangue da terra, a chi avrebbe passato la notte a medicare e a ricucire i loro occhi e a chi avrebbe punito Mariel. Era da tanto che avevo in mente una punizione esemplare. Ho unito le mani in preghiera e supplicato che quel compito toccasse a me.
Una delle Sante Minori è svenuta e le serve l’hanno trascinata per le braccia fino alle panche delle elette. La Sorella Superiora si è fermata al centro dell’altare e ci ha fatto cenno di ritirarci. Lui era ancora dietro il cancello, o così credevamo, perché non riusciamo mai a vedere quando se ne va. Non sappiamo che aspetto abbia. Alcune dicono che sia così bello che faccia male guardarlo; altre, che abbia occhi con spirali discendenti, occhi da invasato. Ma queste sono tutte supposizioni perché noi indegne non l’abbiamo mai visto.
Ci siamo alzate in silenzio, reprimendo l’ira, dissimulando la rabbia, perché non capita tutti i giorni di poter ascoltare le Sante Minori cantare. Sono fragili e alcune di loro non tollerano il peso delle parole sacre che intonano (quelle parole che ci permettono di salvaguardare il legame con il nostro Dio), non resistono alla vista del bagliore sacro nel buio.
Mi è toccato pulire per terra e mi sono persa il momento in cui è stata decisa la punizione esemplare che verrà inflitta a Mariel. Si vocifera che dovrà svestirsi e che Lourdes le infilerà un ago in qualche parte del corpo. Mi sembra un’ottima lezione. Semplice ed elegante. Avrei tanto voluto che l’idea fosse venuta a me, ma Lourdes sa escogitare le punizioni migliori.
Preferiscono sempre le sue.
Pulire il sangue delle elette è stata l’offerta e il sacrificio che ha preteso da me la Sorella Superiora.
La cappella dell’Ascensione era in penombra, sebbene avessi acceso qualche candela per distinguere le macchie rosse sul pavimento. Le fiamme ondeggiavano proiettando forme luminose sulla pietra, disegni danzanti nelle tenebre.
Il sangue delle Sante Minori (come quello di tutte le elette) è il più puro, per questo le serve non possono pulirlo. L’ho sfiorato lentamente, cercando di sentire la leggerezza, la liberazione dai pensieri impropri, sotterranei, i residui di una terra d’origine che si diluisce e la gioia di appartenere alla nostra Sacra Sorellanza. Mi sono portata alla bocca il dito sporco di sangue e ho sentito sulla lingua un sapore di insetti alati e ululati notturni. Ho scoperto che una delle Sante Minori morirà. La notizia mi ha rallegrata perché quando muore un’eletta si organizzano i funerali più belli. Stavolta devo fare in modo che scelgano me.
Mentre pulivo, una delle Aure Piene è entrata come fluttuando ed è venuta a sedersi su una panca. Non mi ha vista inginocchiata per terra. Sapevo che non poteva sentirmi, però sono rimasta lo stesso ferma, immobile, perché non ne avevo mai vista una. L’ho riconosciuta dai segni sulle mani e sui piedi, dal quarzo trasparente che le pendeva sul petto (il quarzo delle elette) e dalla tunica bianca, traslucida. I capelli lunghi le coprivano le orecchie inservibili, i timpani perforati. I rumori non possono distrarle. Ce ne sono poche, mi hanno detto. Muoveva le mani come per tastare qualcosa nell’aria.
Le Aure Piene sono capaci di decifrare i presagi divini, i segnali nascosti che Lui ci manifesta nella Cappella dell’Ascensione. È per questo che hanno i tagli, perché comprendere i messaggi di Dio lascia tracce sui loro corpi (ferite sulla pelle fragile, piaghe destinate a non guarire) perché non dimentichino mai la sua presenza. La sua figura sembrava irradiare una luce capace di invocare gli angeli. Ho socchiuso gli occhi e sono riuscita a scorgere, nella penombra, l’aura che la coronava. Era un bagliore perfetto che costellava il suo capo di lance infuocate vibranti di volontà propria. Ho chiuso gli occhi, accecata, e ho sentito che lei viveva in un tempo immacolato in cui non esiste il dolore.
Poi ha cominciato a declamare. La sua voce risuonava come lo scoppio di un cristallo. Non sono riuscita a comprendere il linguaggio tormentoso, frammentato. La Sorella Superiora è entrata di corsa nella Cappella dell’Ascensione, i passi che riecheggiavano come colpi, e se l’è portata via trascinandola per un braccio. Le elette (le mutilate) vivono dietro alla Cappella dell’Ascensione, in camere a cui noialtre non possiamo accedere. Gli unici che possono entrarci sono Lui, la Sorella Superiora e le serve che le assistono. Qualcuna ha lasciato la porta aperta, e l’Aura Piena è scappata, eppure la Sorella Superiora è stata gentile con lei perché non si può svegliare un’Aura Piena che declama. Il filo che le lega alla nostra realtà può spezzarsi e lasciarle intrappolate nella Dimensione Intangibile, un luogo che si trova al di là dell’aria. È capitato solo a due elette che non abbiamo più rivisto.
Una serva sarà punita per avere dimenticato la porta aperta. La Sorella Superiora si occuperà di farla gridare.
La Sorella Superiora mi ha guardata con rabbia, ma ho chinato la testa come siamo tenute a fare in sua presenza, al suo cospetto. Non volevo incrociare quegli occhi dietro ai quali si nasconde una tempesta di ghiaccio.
Ho finito di pulire e mi sono avviata alla mia cella, prima però ho fatto un giro per i corridoi, seguendo un tragitto più lungo per vedere il portone nero intagliato. Non c’era nessuno e mi sono avvicinata per toccare il legno. Dall’altra parte c’è il Rifugio delle Illuminate. Non vivono con le elette perché sono il tesoro più prezioso della Sacra Sorellanza (per questo non le muti-
lano come fanno con le Sante Minori, le Diafane di Spirito e le Aure Piene). Il corridoio è lungo, lontano dalle celle in cui dormiamo noi indegne. È illuminato da candele che le serve rinnovano
tutte le sere. In fondo al corridoio punteggiato di celle vuote si trova il portone che possono attraversare solo Le Illuminate.
Sapevo che avevo poco tempo, che stavo rischiando, ma ho accarezzato le ali dell’angelo che regge la pisside, i petali dei gigli, le piume dell’usignolo. Mentre immaginavo il giorno in cui mi avrebbero consacrata Illuminata (non eletta, non voglio diventare eletta), il giorno in cui mi avrebbero donato il Cristallo Sacro e quel portone si sarebbe aperto per me, ho sentito un pianto simile a un miagolio e poi un grido sommesso, un grido simile a un ruggito, un ruggito simile a un lamento silenzioso di un animale in agguato. Mi sono allontanata dalla porta e sono scappata via di corsa.
***
Non posso raccontare a nessuna di avere visto un’Aura Piena. Se lo facessi, le indegne mi accuserebbero di azioni che non ho commesso per non essere state loro le beneficiarie del miracolo, perché io ho avuto la sfrontatezza di condividere il prodigio. La Sorella Superiora mi manderebbe nella Torre del Silenzio, vicino al Chiostro della Purificazione. La Torre del Silenzio (quel luogo che temiamo), una struttura di pietra, addossata alle mura (crediamo che i monaci la utilizzassero come posto di guardia), con piccole finestre senza vetri, è altissima e circolare, talmente alta che bisogna allungare il collo per vedere dove finisce, con i suoi ottantotto gradini di pietra fredda che compongono una scala a chiocciola.
Mi abbandonerebbero lì, senza né acqua né cibo, sola, alle intemperie, in mezzo al frinire dei grilli, quel suono che ti ipnotizza, etereo e spaventoso. Lontana dalla Casa della Sacra Sorellanza.
In compagnia di ossa che brillano nel buio.
***
Scrivo dalla mia cella senza finestre, alla luce di candele che si consumano troppo in fretta. Con un coltello che ho rubato dalla cucina, a poco a poco, scavo nella parete per aprire un piccolo spiraglio da cui possa entrare aria, luce.
Nascondo questi fogli tra le lenzuola, sotto le assi di legno del pavimento. Quando voglio risparmiare l’inchiostro che hanno lasciato i monaci, mi pungo con un ago per usare il mio sangue. Ecco perché ci sono macchie più scure, di un rosso minerale. Certe volte preparo l’inchiostro con il carbone o con le piante e i fiori che raccolgo, anche se è pericoloso. Com’è pure pericoloso scrivere queste parole, in quest’istante, in questo luogo, eppure lo faccio per ricordare a me stessa chi ero prima di mettere piede nella Casa della Sacra Sorellanza. Che cosa ho fatto, da dove venivo, come sono sopravvissuta? Non lo so, c’è qualcosa nella mia memoria che si è spezzato e mi impedisce di ricordare.
Ho bruciato tantissime pagine, quelle proibite che parlavano di lei, della donna che è sepolta nella zona delle ribelli, delle disobbedienti: Helena.
