La poesia a piedi scalzi

Intervista ad Alba Donati, poetessa, critica letteraria e fondatrice della Libreria sopra la Penna.

Alba Donati ha fatto quello che pochi fanno: ha dato forma a un’intuizione. Ne La libreria sulla collina (Einaudi, 2022) racconta di come ha lasciato una vita “giusta” per inseguire una visione bambina e testarda, aprendo una minuscola libreria nel suo paese d’origine, che conta appena centosettanta abitanti. C’è un’aria sottile e precisa che attraversa la Libreria sopra la Penna di Lucignana, tra i monti della Garfagnana: non è solo il profumo dei libri o del tè alla rosa, ma la sensazione che qualcosa, lì dentro, stia accadendo sul serio. Il suo progetto cammina in perfetto equilibrio tra le radici profonde e lo slancio verso l’altrove. Donati non idealizza il ritorno alla propria terra, né cede alla nostalgia. La sua è una presenza quotidiana, attiva, critica. Tra le mani tiene insieme l’erba e il verso, la brina del mattino e le ossa della lingua. Parlarle significa entrare in un mondo in cui le idee crescono come piante selvatiche, a margine dell’asfalto, dove fioriscono le cose che nessuno guarda. È da lì che comincia questa conversazione.

Com’è la vita quassù?

Uno dei vantaggi acquisiti nel cambio di vita è poter ascoltare il ticchettio dell’acqua sul tetto quando piove. In città se sei a letto devi alzarti e aprire le tende per capire com’è il tempo. Qui invece lo sai col corpo.

Come ti è venuta in mente l’idea di aprire La libreria sulla collina?

È stata una decisione totalmente inaspettata: avevo un lavoro stabile, una casa a Firenze, una figlia che all’epoca aveva diciotto anni. Le cose – almeno per me, ma credo valga per molte persone – non nascono mai come progetti pensati a tavolino. Non è che uno si siede e dice: “adesso faccio questo”. È qualcosa che lavora dentro, lentamente: un’idea si somma a un’altra, e poi a un’altra ancora. Nel libro dico: “Le cose covano, lievitano, ingombrano la nostra fantasia mentre dormiamo. Le cose hanno gambe proprie, fanno un cammino parallelo in una zona di noi che non sappiamo nemmeno lontanamente dove sia e a un certo punto bussano: eccoci, siamo le tue idee pronte per essere ascoltate. L’idea della libreria giaceva di certo acquattata tra le pieghe di quella zona cupa e gioiosa chiamata infanzia.”

E la tua di infanzia com’è stata?

Mia zia Fenysia faceva la governante da persone molto acculturate. Le regalavano libri e lei li portava a me: leggevo qualsiasi cosa, che fosse La piccola Dorrit di Dickens o un libro di Michele Prisco, che scriveva dei tomi noiosissimi. Qualunque mondo fosse, io ci entravo. Avevo capito che coi libri si apre una porta, come il cunicolo in cui si infila Alice nel Paese delle meraviglie. All’epoca si leggevano soprattutto i fotoromanzi. Anch’io li leggevo, eh: Franco Gasparri era un mito! La mia infanzia è stata così: la bambina che ero leggeva tanto, cosa che in un paese come Lucignana, negli anni Settanta, non era affatto scontata, e purtroppo non lo è nemmeno oggi. Il paese era, è piccolo. Io facevo quel che potevo: lo osservavo. Disegnavo il monte di fronte a casa come fosse il Kilimangiaro; ricordo la brina sull’erba la mattina, quei cristalli, una cosa da impazzire. E poi adoravo le formiche, la fatica che facevano per vivere. 

Leggendo il tuo ultimo libro ho avuto la sensazione che gli elementi della natura fossero personaggi della storia, non un semplice sfondo. È magico quando, attraverso i dettagli, un luogo minuscolo si espande: le parole ne sanciscono l’esistenza, allargandone lo spazio. Com’è stato per te consegnare al pubblico una geografia così intima?

Questa è una cosa che ho sempre pensato anch’io, che mi piaceva molto contaminare il piccolo con il grande, fare confusione tra le due cose. Ad esempio chiamare il Festival letterario della libreria “Piccolo così” e poi invitare Patti Smith.
Il discorso che hai fatto potrei averlo fatto io, e il punto è proprio questo: se io questa realtà l’avessi costruita in un altro contesto, a Firenze ad esempio, lontana da questo luogo minuscolo, sarebbe stata una fra tante. E cioè niente di che. Ma qua è l’unica.

E qua, dove siamo sedute adesso mentre parliamo, prima cosa c’era?

Malerbe, ma la mia mamma veniva e piantava insalate, cavoli… E poi c’erano i pozzi dove si faceva il bucato: la scala di pietra è ancora la stessa, l’abbiamo solo rimessa a posto. Fin dall’inizio io volevo costruire qualcosa che sembrasse ci fosse sempre stato, per questo è venuta l’idea del cottage, perché qualsiasi altra cosa sarebbe stata una forzatura. Ci ho pensato una notte a Firenze. Flâneuse da sdraiata: io dal letto giro sempre il mondo in cerca di cose. Quella volta scoprii che il crowdfunding si poteva fare comodamente anche da lì, così cercai la foto di un cottage e la pubblicai. Scrissi: “Sono nata in un paese dove non c’è neanche una libreria nel raggio di venti chilometri. Mi piacerebbe che i bambini potessero respirare la normalità di avere i libri intorno, la possibilità di conoscere e viaggiare nelle storie.” La mattina mi sveglio e trovo settecento euro di sconosciuti. Ne parlai subito con alcune persone del paese: erano entusiaste.

La poesia a piedi scalzi

Qua a Lucignana non ci sono altre attività?

C’è un alimentari che apre solo la mattina e un piccolo circolo che apre la sera. A volte. Però qua sono rimasti i giovani e i bambini, che stanno benissimo: vanno in giro da soli, che è la cosa che loro vogliono fare. Se vieni nelle sere d’estate impazzisci dal casino che fanno. Si riprendono gli spazi. Anche perché i vecchi, ormai, sono quasi tutti partiti. Ne saranno rimasti una decina. È diventato un paese giovane, ed è curioso che tanta gente non se ne sia andata scegliendo le città. Io penso che sia perché le città non coltivano il benessere della comunità. Ad esempio se hai bisogno qua c’è sempre qualcuno, mentre il paradosso è che in città sei circondato da persone, eppure sei molto più solo.

Nel 2022 un incendio ha colpito la libreria. La comunità come ha reagito?

Alle nove del mattino successivo, le volontarie del paese sono entrate in casa mia, mi hanno abbracciata con le lacrime agli occhi e hanno detto: “Allora, a che ora ci vediamo per pulire?”. Un’ora dopo eravamo in tantissimi, armati di scope, guanti e spruzzini, a sistemare. In quell’occasione è arrivato il secondo crowdfunding, un’ondata di generosità che non mi sarei mai aspettata. Mentre il giorno seguente, da Lucca, è arrivata una ragazza che portava con sé alcune casse di libri appartenuti alla madre, un’intellettuale americana. Li aveva in macchina per regalarli ad altri, ma al bar facendo colazione ha letto di noi sul giornale. Si è messa alla guida ed è venuta qua. Me li ha donati e ha chiesto: “Ti vedo triste, cosa ti serve per essere più felice?”. Ho detto che mi sarebbero serviti diecimila euro; lei mi ha guardato, seria, e ha risposto: “Oggi pomeriggio li avrai”. È stato uno dei miracoli nati intorno a quest’avventura.

Un posto remoto, ma non solitario.

Solitudine? Magari la solitudine. Di recente leggevo che la solitudine era lo stato che Szymborska desiderava di più al mondo, perché è la scelta di stare con sé stessi, di riflettere, di leggere, di scrivere. Poi c’è l’isolamento, che è un’altra cosa: è l’abbandono da parte degli altri. Allora ti senti sola. Isolamento e solitudine sono due parole che possono ingannare e sembrare simili, ma hanno radici ben diverse. Io sono felice quando riesco a stare un po’ da sola, perché non riesco a scrivere continuamente: ho bisogno di creare le condizioni adatte. Ci sono persone che scrivono nel caos, ma io no. Ho bisogno di avere una settimana davanti dove so che non devo fare niente. Non sono una persona che vive in solitudine, ma una che la cerca. 

A proposito di parole: poeta o poetessa?

Io dico poetessa. Per me il suffisso -essa non è affatto offensivo o sminuente. Lo considero parte del patrimonio linguistico italiano: poetessa, traduttrice, scrittrice… Sono parole che restituiscono una specificità preziosa. Come non direi mai il presidente: io dico la presidente. È una questione di articoli, ma anche di visibilità, di riconoscimento e di rispetto per la differenza. La lingua ha un potere simbolico immenso, ed è giusto che le parole vengano scelte con consapevolezza. Perché nominarsi è un atto di esistenza. E chi non ha parola, non ha posto.

Tu nasci come poetessa?

Io nasco come lettrice di poesia. Un tempo si diceva critica letteraria, ma oggi è un mestiere in declino, perché ormai sono tutti esperti sui social: critici, recensori, tuttologi. Non serve più una carta d’ingresso. Si legge un libro, se ne parla su Instagram, e il gioco è fatto. Sto notando che la figura del critico letterario, quello vero, che studia e che contestualizza, sta tramontando. Persino le case editrici più grandi, nel lanciare un libro, chiamano l’influencer. Una volta si chiamava il professore dell’Università di Roma, ad esempio: forse era un po’ più noioso, ma il suo compito era quello di collocare l’opera in questione all’interno di un flusso letterario, con un prima e con un dopo, con una genealogia. Adesso si tende a leggere il libro e a dire di cosa parla, non c’è più il contesto per cui quella scrittrice può essere, sulla linea di Elsa Morante oppure su quella di Natalia Ginzburg. E mi sorprende, perché al contrario io credo che la letteratura sia esattamente questo: l’arte di mettere in relazione, di allargare le righe delle pagine e attraversarle. Le storie non stanno nelle parole, ma dove esse ci conducono, nei loro echi. La vera lettura non è l’atto, ma l’esperienza che ci trasporta, che crea legami invisibili. Oggi si tende a dire “di cosa parla il libro”, ma si è smarrito il pensiero critico.
Questa cosa l’ho detta adesso per la prima volta.

Alice Maya Guerrini

Alice Maya Guerrini è una pubblicitaria fiorentina e una famelica lettrice. Laureata in Lettere e Filosofia tra Pisa e Bologna, ha completato il suo percorso accademico con un master in Giornalismo Culturale. Attualmente lavora per il Corriere della Sera e La Lettura, collaborando anche con realtà indipendenti come la Biblioteca Femminista Fiesolana 2b e Lay0ut Magazine. È scrittrice di racconti e amante del mondo onirico.

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