La maialatura - Un estratto da "Bella e Felice"
Di seguito un estratto di Bella e Felice di Valentina Ramacciotti, pubblicato da Eris Edizioni a maggio 2025. Il romanzo fa parte della collana di narrativa breve I Tardigradi – Nuova Biblioteca del Fantastico, che esplora narrazioni, immaginari e sperimentazioni del fantastico in tutte le sue trame. “Bella e Felice” è un omaggio al Frankenstein di Mary Shelley, declinato al femminile, dal sapore letterario e underground.
La vecchia camminava rapida. Bella la seguiva con fatica e si ritrovava distante metri e metri, allora l’altra le tirava un urlo e le imponeva il ritmo del passo dell’oca, «uno due, uno due!» Ogni tanto si fermava d’improvviso e toccava qualcosa che aveva appeso al collo, poi faceva le corna al cielo e incrociava le dita spostandole freneticamente avanti e indietro. «Non ridere!» le ha intimato a un certo punto, sentendosi forse spiata, ma Bella non stava affatto ridendo. «Cosa sono quei gesti?» le ha chiesto con ingenuità.
«Formule, scongiuri, preghiere…»
«Preghiere? A cosa servono?»
«Servono a chiedere a chi sta lassù un po’ di grazia, la fine di queste guerre o magari la spiegazione del perché continuiamo a farne…»
Dopo aver mangiato della carne essiccata e del distillato di pane, hanno proseguito più spedite e compatte.
Non appena la vecchia ha intravisto il tetto di fieno della sua fattoria, ha spalancato le gengive in un sorriso largo e carnoso: «Yeppa!» ha urlato e mollato a terra il pesante cesto per correre come una bambina verso un cane rognoso che le veniva incontro. Bella l’ha seguita ma il mastino ha cominciato a ringhiare e a schiumare dalla bocca smerla ta e rosa, la vecchia rideva e lo tirava a sé per il collare, facendo cenno a Bella di proseguire per il sentiero, dove un uomo enorme vestito da boyscout l’aspettava con espressione ghiotta e lo sguardo ottuso.
L’uomo obeso con la faccia da bambino, si è messo a fare degli strani gesti con la bocca, intanto un filo di bava gli colava sul collo, con una mano si tastava la patta dei pantaloni e rideva come uno scemo. Bella ha capito subito che non avrebbe avuto la vita facile che sperava di trovare in quella fattoria. Si è irrigidita e stava per fare dietrofront quando ha sentito la voce della vecchia arrivare da dietro. «Fila via, scemo! Vai a prendere il cesto e portalo in casa.»
E quello ha obbedito di corsa con la faccia da cane bastonato. «E tu seguimi!» ha continuato la vecchia. «Per di qua…»
Sono arrivate di fronte a una baracca di lamiera ondulata mangiata dalla ruggine. C’era una gran puzza di letame. La babushka ha trafficato con una catena e un lucchetto, poi ha riposto la chiave tre le altre appese al collo. «Accomodati bellezza» le ha spalancato la porta della porcilaia «questo è il tuo regno.»
Un sorriso sdentato, vagamente canzonatorio.
Bella esitava, quel posto fremeva di una violenza antica e le restituiva un’istantanea piuttosto squallida del suo futuro.
«Il mio cane è vecchio e stanco» ha fatto una carezza al meticcio che non smetteva di ringhiare e sbavare, ma adesso lo faceva solo a intermittenza, quando Bella per errore superava l’invisibile distanza di sicurezza.
«Qua nessuno ti darà fastidio… e ti guadagnerai il pane, come tutti» ha aperto un lembo del cappotto e nella luce piatta di quel pomeriggio la semiautomatica Beretta 92 – modello antiguerriglia – ha sbrilluccicato appena nella fondina di cuoio ascellare, la vecchia le ha rifilato uno sguardo complice e malizioso, poi l’ha chiusa dentro senza troppe istruzioni.
Bella si è svegliata presto, ha dormito male. Un sogno strano, fastidioso, di forbici aguzze e rumori strascicati, sballottata a destra e sinistra; ninnata dai grugniti dei pochi maiali, ha sentito fruscii di lame sul proprio corpo come fossero reali.
Al mattino si è sentita più leggera, nuda, un brivido sulla schiena. Si è accarezzata la nuca e ha capito che i capelli erano scomparsi, persi in una notte. Cose che capitano, ha supposto, lei non lo sa, sa così poco di questo mondo… o forse glieli hanno mangiati i maiali.
Bum bum! La vecchia ha bussato. Bella l’ha sentita cantare allegra dietro i tonfi metallici. «Buongiorno, bellezza!» Il ringhio del cane in sottofondo era una rata d’anticipo del suo panico quotidiano.
Un calcio ben assestato e si è aperta una ferita di luce accecante. Il gemito dei cardini ossidati riecheggiava nel coro dei maiali. La vecchia è entrata spavalda, un’ombra, una falena su di giri. Bella ha recuperato la vista, ha rintracciato l’origine di quel fracasso, ha messo a fuoco il rosa delle gengive nude in una risata oscena. Stentava a riconoscerla: la babushka aveva tolto il turbante e sfoggiava una chioma di lunghi capelli biondi, tali e quali a quelli di Bella, quando ancora li aveva in testa, appena la notte prima.
Bella la fissava e pensava che sì, quella era senza dubbio la vecchia megera che l’aveva tratta in salvo dall’avamposto militare, e quelli sulla testa dovevano essere proprio i suoi capelli, come se nella notte si fossero staccati per andare a decorare, in modo posticcio, la testa zozza della vecchia, che adesso sembrava una cosa strana, una specie di bambola antica e imbellettata, o una morta riesumata, come quelle che ha visto tirare fuori dalle fosse nelle terre di confine.
«Oh, non farla lunga, a te ricresceranno, io invece sono mezza calva…»
Bella si è sfiorata la testa, sentiva i ciuffi pungenti dei capelli tagliati male e di corsa nella notte, da forbici che non aveva affatto sognato.
«Egoista, sei un’egoista come tutti i giovani. Smetti di fare la vittima, in fondo mi devi la vita, non è vero? Cosa vuoi che siano quattro peli! Adesso vieni con me, ci aspetta un duro lavoro…»
La vecchia le ha insegnato a squartare un porco, ad aprirlo in due e a ricavarne carni e sangue, a macerarne le interiora, a insaccare e ricucire. Bella si è sentita una vera esperta con ago e filo, come se lo avesse visto fare, o qualcuno glielo avesse insegnato molto tempo prima, in un luogo dimenticato di cui però conservava un’impronta viva sulla pelle.
«La maialatura è un’arte famigliare antica, millenaria» ha detto la vecchia mentre guidava le mani di Bella che rivelavano una perizia innata e stupefacente. «Tu la possiedi, mia cara, tu sei la sacerdotessa, la maestra della cerimonia. Avanti!, bisogna approfittare della luna piena, altrimenti i salami non legano, e noi abbiamo ancora tanti maiali da macellare…»
Bella ha appeso cadaveri, tagliato ossa, lavato la carne con acqua bollente, tagliato teste e rimosso setole col raschietto, «Perché del maiale non si butta niente» le ripeteva la babushka con una cantilena ipnotica tra una sbuffata di fumo e l’altra.
«Sai? Un tempo questa era una vera festa e toccava proprio alle giovani spose raccogliere il sangue in grandi pentole, proprio come te, e la sera in campagna mangiavamo tutti sangue fritto… Yeppa!» ha gridato eccitata, «Hai onorato la tradizione, bella.» Le sue mani ruvide hanno accarezzato quelle della ragazza ancora insanguinate, se le è portate al volto e se n’è intinta le labbra come un trucco prezioso. «Mi farai arricchire…» sussurrava rauca e voluttuosa. «Non come quello scemo!» uno scatto del capo, un grugnito rabbioso e uno scaracchio a terra.
Il figlio è sbucato fuori dal pertugio da cui le spiava già da un po’, ha mostrato tutta la sua faccia larga e bavosa. Ha tirato dentro la lingua penzoloni e ha emesso due guaiti mesti. «Zitto, scemo. Vattene! Non è educato spiare due signore durante una cerimonia.» Il ragazzone se n’è andato con la coda tra le gambe.
