Immagine: Una mappa birmana del mondo realizzata da William Griggs (1832-1911). Originale dalla New York Public Library

La letteratura del mondo non esiste

Quando ho creato il progetto di WeltLit. e iniziato a pubblicare i primi contenuti, ormai un anno fa, non conoscevo ancora la creatura che avevo tra le mani. Qualche mese prima ero diventata mamma, venivo da un’esperienza giornalistica di lunga durata che era stata per me importante e formativa, ma che da un determinato momento avevo iniziato a sentire come estranea e si era da poco conclusa. In un certo senso, questo anno in cui ho curato il progetto da sola, senza sapere bene come muovermi, è stato un po’ come seguire la crescita del mio bambino: si diventa madre per amore e con amore, ma si impara a esserlo per tentativi.

Con WeltLit. mi sono mossa così, d’istinto, pensando al tipo di articoli che mi sarebbe piaciuto leggere online: curiosità letterarie, spunti di approfondimento con una piccola bibliografia per chi avesse voglia di saperne di più, analisi di racconti che sentivo la voglia di condividere. Una possibilità di scambio e confronto che, dall’inizio della maternità, mi era mancata. Leggevo in solitudine, seduta sul divano o sul letto mentre il piccolo dormiva in braccio, e avevo poche occasioni per uscire e partecipare a gruppi di lettura, o andare al bar e fare due chiacchiere con un’amica. In solitaria leggevo anche i manuali del corso di laurea in Lettere, un percorso che avevo deciso di intraprendere a trent’anni, sette anni dopo aver concluso un primo percorso universitario. Sfogliavo i libri di storia della letteratura e intanto mi domandavo, come per fortuna si chiedono sempre più persone: sì, ma le donne? Dove sono le donne e le loro scritture, dove sono tutte le altre individualità fuori-canone? Domande che hanno nutrito e contribuito alla nascita di questa rivista e che credo sia giusto continuare a porsi.

Se penso che oggi WeltLit. mi ha consentito di entrare in contatto con altre persone che condividono i miei stessi interessi, che incontro periodicamente, anche se per lo più dietro uno schermo, e che hanno accettato la sfida di fondare una rivista, so per certo che quel tentativo di uscire dalla solitudine per me è già stato un successo. 

Ho deciso di chiamare il progetto WeltLit., ispirata dal concetto di “letteratura del mondo” coniato da J.W. Goethe, che rimanda a un comune elemento umano  — con temi e caratteristiche condivise — alla base delle opere letterarie. Ho scelto questo nome anche se la letteratura del mondo in realtà non esiste. 

Per spiegare cosa intendo, prendo in prestito le parole di Chiara Piaggio e Igiaba Scego nell’introduzione di Africana. Viaggio nella storia letteraria del continente (Feltrinelli, 2024), che definiscono la letteratura africana una “invenzione di chi la guarda dall’esterno e la considera un corpus unico di lingue, tecniche, temi, stili. In realtà così facendo si tradisce, semplificando, la storia di un continente geograficamente vasto e storicamente complesso”. La letteratura africana, scrivono, “di fatto è un insieme di punti di vista ognuno con le sue contraddizioni, le sue geografie, i suoi percorsi. Chi scrive sa di non rappresentare una sedicente ‘anima’ o ‘cultura’ africana, ma al massimo la propria gente o forse solo se stesso”.

La letteratura africana, di fatto, non è altro che letteratura (ma, come sottolineano le curatrici del volume, “Questo non significa che non possano essere tracciati itinerari comuni o rispecchiamenti”). Un concetto analogo è espresso dal primo degli autori incluso nell’antologia, il senegalese Boubacar Boris Diop: “È almeno un quarto di secolo che cerco, inutilmente, di definire i contorni del campo letterario di cui faccio parte e so per esperienza che, malgrado l’apparente omogeneità, può sempre tendere tranelli e tracciare spirali iperboliche che rendono vano ogni tentativo di definizione”. Io credo che la stessa riflessione possa applicarsi a qualsiasi limitazione o raggruppamento geografico in ambito letterario. Come la letteratura africana, la “letteratura del mondo”, potremmo dire, non è altro che letteratura. 

E allora perché WeltLit? Perché una nuova rivista che parla, semplicemente, di letteratura? La motivazione è politica e sta nella direzione dello sguardo. Abbiamo deciso di riassumerla con due parole: femminista e intersezionale. Sappiamo che la storia della letteratura, come ogni altro ambito del sapere umano, è condizionata da un passato e un presente che ha risentito della prospettiva eurocentrica, occidentale, patriarcale, così come da questioni e discriminazioni legate alla classe sociale e ad altri fattori. Nutriamo il desiderio – ambizioso, ma pressante – di svincolarci per quanto possibile da queste visioni. Sappiamo, per l’esemplare lavoro di altre realtà nate prima di questa, quanto ci sia da scoprire e riscoprire nella letteratura femminile. Ma esistono anche tutta un’altra serie di scritture che sono rimaste (talvolta ancora rimangono) ai margini.

Pensiamo alle scrittrici e agli scrittori che hanno trovato resistenza e diffidenza perché appartenenti alla comunità LGBTQIA+, a particolari gruppi etnici o religiosi, perché razzializzat* o perché persone con disabilità. O magari perché appartengono a più di una di queste comunità. WeltLit. si propone di ampliare lo sguardo in ambito culturale e letterario, includendo e valorizzando tutto ciò che pensiamo possa arricchire la visione della vita e il percorso di ogni essere umano. 

Si potrebbe obiettare che una rivista femminista che non si occupa solo di letteratura femminile, ma applica il femminismo in modo trasversale alla letteratura, rischia di indebolire il suo nucleo valoriale, di far sbiadire le distinzioni. Noi pensiamo che non sia così, purché la nostra resti una ricerca aperta, in grado di continuare a interrogarsi e a porre questioni (anche) dal punto di vista di genere, in dialogo con altre realtà che hanno un approccio più “verticale”. Riconosciamo i meriti e l’importanza che hanno avuto e continuano ad avere i progetti sulla letteratura delle donne, che per noi sono fondamentali, ma vorremmo che la prospettiva di genere e l’approccio intersezionale contaminasse ogni cosa, incluse le scritture degli uomini o sugli uomini. Per questo scriveremo di autrici, di autori e di autor*, speriamo di ospitare un articolo o una serie di articoli sul racconto della disabilità in letteratura, ma anche di pubblicare in traduzione opere in lingua straniera appena scoperte o riscoperte in Italia. Su WeltLit. potreste trovare anche un articolo su come la letteratura ha affrontato e provato a raccontare uno dei temi più sotterranei e pulsanti della società in cui viviamo, quello della sofferenza animale, o l’intervista a una scrittrice e attivista palestinese che prova a raccontare le vite prima e dopo gli ultimi sviluppi della Guerra in Medio Oriente. Vorremmo che in questa rivista i lettor* possano trovare tutto questo e magari anche altro, idee e spunti che adesso non riusciamo neanche a immaginare.

Personalmente non ritengo che le opere letterarie debbano essere a tutti i costi impegnate, ma credo nell’impegno quotidiano di chi scrive e di chi legge. Della comunità creata da questo scambio potente, in grado di cambiare non il mondo in sé, ma il nostro modo di abitarlo. Per questo vorrei dedicare un passaggio a chi rende possibile tale scambio, aprendo, con le parole, le porte del tempo e dello spazio. Mi riferisco a chi lavora con la traduzione.

Nella raccolta del premio Nobel per la letteratura Olga Tokarczuk intitolata Il tenero narratore e altri saggi, uscita a settembre per Bompiani, c’è un bellissimo articolo dedicato alla traduzione e intitolato “I lavori di Ermes, ovvero come i traduttori salvano il mondo ogni giorno”. In questo testo la scrittrice polacca rievoca la figura della divinità greca come “dio della sintesi, della capacità di associare questioni fra loro distanti”, un “compagno di viaggio” che “ci conduce attraverso luoghi impervi, ci insegna a leggere le mappe, ci fa varcare le frontiere” e che “mette in comunicazione le persone tramite le lingue, e anche al di sopra delle lingue, e trasferisce l’esperienza dell’uomo da una cultura all’altra”.

La letteratura del mondo non esiste

“Africana. Viaggio nella storia letteraria del Continente” è un’antologia pubblicata dall’editore Feltrinelli, a cura di Chiara Piaggio e Igiaba Scego (pag.238, €22).

“Il tenero narratore e altri saggi” di Olga Tokarczuk è pubblicato da Bompiani con la traduzione di Silvano De Fanti (pag. 272, €19).

Tokarczuk racconta che, dopo aver espresso a un’amica francese – anche lei scrittrice – quanto piacere provasse nel leggere Montaigne, ha assistito alla reazione stupita della collega, che le ha domandato se lo leggesse in francese. “In polacco, le risposi, dando per scontata la mediazione del traduttore fra me e l’autore”. A quel punto l’amica le ha svelato quanto sia faticoso per un francese approcciarsi al linguaggio arcaico di Montaigne, e così Tokarczuk si è trovata a vivere un paradosso: “grazie alla mediazione del traduttore io posso avere accesso, come per magia, all’opera di uno scrittore cinquecentesco con più facilità della mia amica, che lo può leggere in lingua originale! Le parole sono invecchiate, e il traduttore le ringiovanisce; sui vecchi germogli ne crescono di nuovi”. Amo particolarmente l’accostamento della traduzione all’innesto di nuove gemme. WeltLit. darà ampio spazio a traduttrici e traduttori, perché è grata dell’esistenza di questo innesto salvifico.

Infine, vorrei ringraziare una per una Ben Eccher, Nuri Fatolazadeh, Alice Maya Guerrini, Francesca Serotti e Cosima Ticali per aver accolto con entusiasmo la mia proposta, per la cura che hanno messo nella scrittura e nell’editing, per le loro idee e i confronti vividi e fertili che nascono durante le nostre riunioni e chiacchierate. Insieme abbiamo osato sognare che WeltLit. non si fermi alla rivista, ma diventi un progetto sostenibile, capace di reggersi sulle sue gambe. Non è ancora il momento di parlarne, ma che loro abbiano accettato la sfida mi riempie di carica per ciò che succederà nei prossimi mesi. 

La letteratura del mondo non esiste. In fondo, è sempre e solo letteratura. Qualsiasi attribuzione è un’etichetta di cui siamo noi a decretare il valore, solo ogni tanto a ragione. Come i generi letterari, che a volte percepiamo come codici riconoscibili e utili, altre volte come gabbie. La letteratura del mondo, quindi, non esiste. La rivista WeltLit., invece, da oggi sì. È nata per amore, è una creatura piccola e nuova, prendetela come tale. Noi impareremo a forza di tentativi.

Anna Ditta

Giornalista professionista, è nata in Sicilia e vive a Roma. È autrice dei libri «Belice» (Infinito edizioni, 2018) e, con Marco Passaro e Andrea Turchi, «Hotel Penicillina» (Infinito edizioni, 2020). Ha scritto articoli e approfondimenti per diversi giornali e riviste, tra cui Left, TPI, RomaToday. Suoi racconti e contributi culturali sono usciti su Cattedrale – Osservatorio sul racconto, Rivista Stanca e minima&moralia. Nel 2024 è stata tra i finalisti del concorso “8x8 – Si sente la voce”.

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