"La Cecilia" di Michela Panichi

"La Cecilia" di Michela Panichi

In astrologia, ogni segno zodiacale è associato a una parte del corpo. Lo Scorpione è legato all’apparato riproduttore, sia femminile che maschile. Custodi del piacere, antri della vita.

Ma Cecilia, seppur nata a novembre, non si riconosce nella simbologia di questo animale. Il suo nome, una scelta del padre, è lo stesso di un anfibio del Sud America, che compare sull’enciclopedia del fratello minore. La Caeciliidae non è né femmina né maschio, è un verme grigio e insignificante, “…ed è brutto”, aggiunge Luca, rivolgendosi alla sorella, “come te.”

Cecilia scopre l’origine del suo nome a Sant’Angelo, sull’isola d’Ischia, dove si trasferisce ogni anno con la madre e il fratello per la bella stagione. L’estate dei suoi tredici anni, quasi quattordici, sembra identica a quelle passate. Tuttavia, a Cecilia non sfuggono alcuni dettagli che, come le chiazze di un quadro impressionista, se osservate tutte insieme, raffigurano l’inquietudine della crescita, del cambiamento. 

Perciò Michela Panichi, l’autrice di questo esordio edito da Nottetempo, prima di dipingere, ridisegna tutti gli spazi. Dopo aver aspettato invano il padre alla stazione dei pullman, Cecilia torna a casa, dove la madre sta riorganizzando le camere: è tempo che la figlia ne abbia una tutta sua. Una decisione presa a sua insaputa, che getta Cecilia in uno stato di sconforto. “Quello spostamento sanciva la fine della coabitazione con mio fratello. Fino a quel momento il corpo di Luca e il mio si erano fronteggiati in due letti paralleli, su pareti opposte.”

Oltre alla stanza, Cecilia e Luca condividono una fisicità molto simile: arti asciutti, capelli corti. “Quelle curve”, che lei nota sui corpi delle altre adolescenti, “stentavano ad attecchire su di me”. Luca, però, ha ancora dieci anni. Ed è un maschio. Cecilia, invece, si sta addentrando nella pubertà e il suo corpo, che lo voglia o no, sta per cambiare. 

La Cecilia è sì un romanzo di formazione, ma soprattutto di esclusione. La protagonista si dimena in quella terra-di-nessuno assolata. Come un’esule, non appartiene più al mondo dei bambini, ma nemmeno a quello degli adulti, «Quello degli ormoni e dell’appartenenza fisica, interna al corpo». È proprio guardando ai corpi dei genitori che Cecilia plasma i suoi criteri di giudizio. Invidia quello di suo padre, o “comodo” e “fatto per agire”, come finora è stato anche il suo. Di contro, la differenza fisica ed emotiva da quello della madre, permette a quest’ultima di spandersi fino a travolgerla. Il corpo di Barbara, invece, statuario e perciò tendente a una composta ma rigida verticalità, mette sempre Cecilia davanti alla vera forma a cui è destinata: “A tredici anni odiavo il mio corpo. E in estate il problema della sua esistenza mi appariva più concreto e terribile che mai.” Complice della madre, forse, il luogo delle vacanze. “Sant’Angelo era una condanna a restare sempre visibili. […] Mi sembrava concepita per spiare gli altri.” In merito alla visibilità, una delle parole più presenti del romanzo è l’aggettivo «evidente», indispensabile per descrivere il rapporto tra madre e figlia, un tempo legate da un cordone ombelicale. Non ha importanza quanto cerchi di nascondersi: finché si muove tra i vicoli di Sant’Angelo, Cecilia non sfugge mai allo sguardo materno, talmente affilato da pungerla dentro, dove la ragazza non vuole guardarsi. Come ha scritto Alba De Cespedes in Quaderno proibito, “Tra donne ci si conosce troppo bene.” 

E anche Barbara, a un certo punto, si rivolge così alla figlia, “Ti conosco”, con una dolcezza che Cecilia percepisce in realtà come un veleno.

Cecilia tenta costantemente di sottrarsi allo sguardo materno, ma senza successo. Fino a quando, un giorno, non scorge una ragazza sul pontile. Non ha idea di chi sia, eppure sa che sta andando ai Maronti. Decisa a ritrovarla, Cecilia si spinge fin laggiù con indosso il costume del fratello. Alba, la ragazza misteriosa, è lì, sembra aspettarla. Ma non è da sola, è con i suoi amici, maschi e femmine. All’ombra dei Maronti, dove il sole non tramonta e arriva subito la notte, i giovani si radunano, si mescolano, si attraversano. Lontana dalle inquietudini familiari, Cecilia non può liberarsi del suo corpo, ma del suo nome sì. Ecco che, quando il gruppo di Alba le chiede di presentarsi, lei non esita a rispondere: «Luca.»

A tredici anni siamo state tutte Cecilia, incomprese e incomprensibili. E se al giorno d’oggi la body positivity, la self-consciousness, le sessualità e le altre istanze femministe si propagano in Internet anche grazie a slogan vuoti ma colorati, negli anni Novanta, tempo del romanzo e della crescita di Cecilia, esisteva un solo sguardo predominante: quello maschile, capace di piegare a sé ogni cosa, a cominciare dal sesso. La prima volta che Cecilia affronta l’argomento è con Sergio, un amico più grande, più “esperto”, uno di quelli che lei invidia così tanto, ma che non prende sul serio i suoi dubbi, liquidandola con uno sterile “Sei ancora troppo piccola per capire”. 

Il problema non sta nell’età di Cecilia, ma in ciò che lei incarna. Il sesso non è qualcosa che le femmine possono maneggiare, adattare al proprio piacere. Quando sono loro a fare “il primo passo”, si stanno appropriando di una virtù maschile. Come Alba, che a differenza di Cecilia non ripugna il suo corpo, anzi, lo asseconda, lo esalta sulla base di quanto viene ritratto nelle riviste che ruba al fratello maggiore. “Non si accontentava di quelle figurine solitarie e scoperte: voleva le fotografie di coppia in cui era rappresentato l’amplesso. Voleva la bestialità dei maschi.”

Una ferocia che, nel corso della narrazione, si fa sempre più nitida. Nelle vesti di Luca, anche Cecilia partecipa del disprezzo che i ragazzi dei Maronti riservano ad Alba, non per la sua prematura sfacciataggine, ma per essere stati rifiutati. “”Alba è…” Domenico si fermò perché le altre ragazze lo stavano guardando. Sapevamo entrambi che la parola era zoccola. Anch’io ormai la definivo così.”

Inoltre, Cecilia torna spesso da Sergio per capire “come si comportano i maschi”, spaventata e, al contempo, attratta dall’incastro dei corpi. Lo assilla fino a quando lui non si spazientisce e si avventa su di lei. “Mi teneva forte, e per quanto mi dibattessi non riuscivo a muovermi di un centimetro. Mi costrinse a sederci sullo scalino e mi diede sulla bocca un bacio rapido, salato.” Nei gesti di Sergio risuona la violenza che altre protagoniste hanno subito per il solo fatto di voler sapere, capire cos’è il sesso. Modesta, dall’Arte della gioia di Goliarda Sapienza, non è che una bambina quando scopre i meccanismi della seduzione. Ciò che fa rabbrividire il lettore è la facilità con cui due uomini, prima Tuzzu e poi suo padre, approfittino di lei. Lo stesso accade a Lenù, la voce narrante dell’Amica geniale di Elena Ferrante, quando viene raggiunta da Donato Sarratore, il padre del ragazzo di cui è innamorata, in piena notte, proprio sulla spiaggia dei Maronti, scelto ancora una volta come luogo dell’indicibile.

La forza dell’esordio di Panichi risiede nella ripresa di alcune delle nostre autrici più importanti, che per prime hanno agitato le torbide acque della femminilità, intessendone una narrazione difficile ma viva, come solo il passaggio dall’infanzia all’adolescenza può essere. Da quando è approdata a Ischia, le notti di Cecilia sono tormentate  da incubi. “I pesci, moltiplicandosi, avevano invaso la casa, e ruggine e alghe tappezzavano le pareti. E già dal corridoio sentivo il rumore viscido e molliccio del verme-pesce che avanzava.” Nel Dizionario dei simboli di Cirlot (Adelphi, 2006), il pesce viene descritto come “entità psichica, un ‘movimento penetrante’, dotato di potere ascensionale nell’inconscio”. 

Crescere, insomma, è un dolore a cui non possiamo sottrarci. Ma è pur vero che, prima o poi, quando saremo ormai grandi, potremo guardarci indietro per constatare se tutto quel male sia valsa la pena oppure no. È ciò che fa Cecilia, d’altronde. Non sappiamo quanti anni sorregga il passato remoto del romanzo, né se possiamo parlare effettivamente di anni – la scrittura, si sa, è l’Eden delle verità quanto delle bugie. Ma con la sua ultima, faticata, preziosa dichiarazione, possiamo solo augurarci che la ferita del tempo si cicatrizzi, e che impari presto a sopravvivere alla vita bugiarda degli adulti.

Jo Blivion

Jo Blivion è nata l’8 novembre 2002 in un paesino del Sud Italia, incastonato tra il Vesuvio e il Mediterraneo. Si è laureata in Lettere classiche all’Università di Napoli e ha frequentato il master della Scuola del Tascabile. Ha pubblicato il suo racconto più recente, “Cataratta”, sulla rivista di racconti Topsy Kretts. Collabora con Letterate Magazine.

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