Maggie Nelson e la bocca come abisso di dolore
Intervista ad Alessandra Castellazzi, traduttrice di "Pathemata. O, la storia della mia bocca" di Maggie Nelson
Cosa succede quando il dolore si impossessa del luogo da cui nascono le parole? Questo sembra chiedersi Maggie Nelson in Pathemata. O, la storia della mia bocca (Nottetempo, 2025), che si accosta al suo precedente Bluets a completamento di un dittico multiforme e difficilmente classificabile. Punto di partenza è un documento in cui la scrittrice appunta la cronologia del dolore che attanaglia la sua bocca, da cui si diramano, come dei sintomi, incursioni spietate negli abissi del sé. Le sue vicissitudini cliniche, di cui tiene maniacale traccia, riflettono un’esplorazione personale che indaga sul lutto, sul patimento, sulla passione, sulla maternità.
La sua scrittura, come nell’opera precedente, è frammentaria, impalpabile, eppure morde, lasciando il segno dei denti. Un movimento costante tra sogno e realtà. I piani si mescolano, i confini tra letterale e simbolico vengono masticati fino a svanire. A contare sono le parole che si scelgono per raccontarsi, “i rischi che corri nell’esternare la tua mente”. La traduzione sapiente e precisa di Alessandra Castellazzi rende tutti i pericoli a cui la lingua è andata incontro.
Com’è stato confrontarsi con la scrittura di Maggie Nelson in Pathemata? Cosa ti ha colpito del testo e quale approccio hai scelto per affrontarne la traduzione?
Ho avuto la fortuna di tradurre diversi libri di Maggie Nelson, spaziando dall’approccio saggistico di Sulla libertà a quello più personale e autobiografico di The Red Parts, fino al lirismo di Bluets. Questo testo quindi mi ha permesso di tornare a una scrittura che già conoscevo. In Pathemata però ho trovato una qualità differente, più rarefatta, quasi oracolare. Le frasi sono incredibilmente cesellate e precise anche nei passaggi che Nelson ha mantenuto volutamente oscuri. È questo l’aspetto che mi ha colpito di più: l’ambiguità unita all’esattezza. Ed è questo a cui ho prestato particolare attenzione nella traduzione.
Quali sono state le maggiori difficoltà — linguistiche, stilistiche o emotive — incontrate traducendo questo libro?
A livello emotivo Pathemata è un libro molto denso, sia perché racconta una sofferenza fisica decennale, sia perché la intreccia ad altri dolori personali, consci e inconsci, a ulteriori mancanze o lutti. Nelson è una scrittrice che attinge a piene mani dalla propria vita, e questi dolori e lutti li aveva già raccontati altrove. Era importante quindi conoscere le loro varie ramificazioni per cogliere i sottintesi, ma al tempo stesso evitare di spiegare, cioè formulare le frasi in modo che suggerissero qualcosa di più, rendendo marcato un riferimento sfumato. Ho fatto anche molta attenzione al ritmo, a quel tono che ho chiamato “oracolare”.
Pathemata è il secondo pannello di un dittico iniziato con Bluets, che avevi descritto come “un libro filosofico, poetico, enigmatico”. Penso che queste parole risuonino molto anche con Pathemata. Che connessione pensi ci sia fra i due libri?
Pathemata per molti versi è il naturale proseguimento di Bluets, un discorso ripreso dopo oltre quindici anni che si riallaccia a quel primo tentativo di raccontare la propria vita da un punto di vista ultra-specifico. In quel caso l’amore per un colore, in questo il dolore fisico. Ci sono personaggi che ritornano, la forma frammentaria che ritorna. Ma trovo che Pathemata sia meno “filosofico” in senso stretto: le proposizioni di Bluets erano ispirate a quelle di Wittgenstein. Qui la filosofia sta nel sogno, nel margine tra vita e dimensione onirica.
Hai avuto un confronto diretto con la scrittrice sulla traduzione? Si è instaurato un dialogo con lei?
Ho conosciuto Nelson un paio di anni fa, quando è venuta in Italia per presentare Bluets. Ma non ho avuto un confronto diretto con lei durante la traduzione. In generale tendo a non fare troppe domande agli autori o alle autrici, se non quando proprio sento che mi mancano dei riferimenti o mi sta sfuggendo qualcosa. Mi piace instaurare un dialogo, ma non strettamente legato ai problemi traduttivi. Le difficoltà che poneva Pathemata erano per lo più stilistiche, di ritmo, di eco e in questo dovevo sbrigarmela da sola.
“L’interiorità frattale” di cui parla Nelson si rispecchia nella sua scrittura. Questa struttura ha avuto un impatto particolare sul tuo lavoro di traduzione?
Non direi. Ogni narrazione ha caratteristiche diverse e il bello di tradurre è muoversi tra queste diversità. Capirle, assorbirle e poi renderle in un’altra lingua. Bisogna essere un po’ camaleonti, ed è proprio uno degli aspetti che preferisco.
Nella nota di traduzione di Bluets scrivi di aver cercato di non essere “invadente”, evitando di “spiegare” il libro, soprattutto per rispettare la polisemia del blu. È un atteggiamento che hai mantenuto anche in Pathemata?
Sì! Come dicevo prima l’enigma è molto presente. Il libro fonde sogno e realtà, stati consci e inconsci del dolore. Spiazza, disorienta, ed era importante conservare questo effetto.
“Pathemata. O, la storia della mia bocca” è uscito per Nottetempo (Aprile, 2025). Traduzione di Alessandra Castellazzi (pp. 96, € 14,00)
Pathemata è la cronologia degli anni di dolore che Nelson prova alla mandibola. La bocca, e di conseguenza la lingua, occupano un ruolo chiave tanto nel corpo quanto nella creazione letteraria. Come descriveresti il linguaggio di questo libro?
È un linguaggio al tempo stesso preciso e allusivo. Emerge dal tanto spazio bianco della pagina in frammenti, apre una porta su un altro regno di significato, di esperienza. Sta a chi legge districarsi, trovare la chiave interpretativa.
Nella tua intervista a Nelson lei si riferisce alla sfera pubblica a cui è costretto chi scrive quando presenta il suo lavoro. E nota il contrasto con il fatto che “la maggior parte degli scrittori e delle scrittrici creano il proprio lavoro in uno spazio straordinariamente poco sociale, per non dire antisociale”. Immagino che anche la traduzione avvenga in una dimensione “poco sociale”. Come vivi la traiettoria pubblica del tuo lavoro?
La traduzione è decisamente poco sociale, sì. A me piace parlare dei libri che traduco anche in corso d’opera: leggo dei pezzi ad alta voce, conduco “sondaggi” tra varie persone per capire quale termine userebbero loro per descrivere un tal oggetto o una certa sensazione. All’occorrenza ne parlo con l’autore o l’autrice. Poi c’è la fase di revisione, che è preziosissima, perché ti permette di confrontarti con un’altra persona che entra nel testo alla tua stessa profondità.
Il bello comincia quando il libro esce e senti i riscontri dei lettori, di chi lo aspettava o di chi lo scopre in quel momento. Sono anche aperta alle critiche: mi interessa quando la percezione si allarga a diversi punti di vista.
Le persone che popolano il libro – l’amica C, il marito H, il figlio – sembrano evanescenti eppure potentemente concreti nel loro legame con l’io narrante. Ce n’è una che ti ha particolarmente colpito?
C mi ha commosso moltissimo. In Bluets la incontriamo in un momento di enorme fragilità, quando ha appena avuto un incidente terribile. Qui lo sguardo si allarga, scopriamo chi era prima dell’incidente che le cambia la vita, com’è nata l’amicizia tra lei e Nelson, come si è sviluppata negli anni. E poi ne vediamo l’epilogo.
Citando Freud, Nelson ci ricorda che “non è il sogno che conta, ma il racconto del sogno – le parole che scegli”. Tradurre, come scrivere, è un atto che si basa sulla scelta linguistica e interpretativa. Ti è capitato che, nel corso della traduzione, il testo stesso ti rivelasse significati o risonanze che inizialmente non avevi colto?
Sempre. Tra la prima e l’ultima lettura il testo cambia, si riempie di echi interni ed esterni. Rivela persino difficoltà che all’inizio non avevi notato, o viceversa può succedere che dei passaggi che sembravano complicati od oscuri si sciolgono con una naturalezza inaspettata.
Nella scrittura è fondamentale il processo di riscrittura. Vale lo stesso per la traduzione?
Per me sì! Tendo a fare due o tre passaggi di scrittura e riscrittura di una traduzione non solo per distaccarmi per sonorità e flusso dalla lingua di partenza, ma confidando anche in una immersione graduale, quasi fisica, che mi aiuta a entrare sempre più nei meccanismi di scrittura dell’autore o dell’autrice, e quindi a prendere delle decisioni.
Ci consigli un libro che hai letto di recente di cui hai apprezzato la traduzione?
Pura felicità di Katherine Mansfield. Sara De Simone ha curato la selezione dei racconti dell’autrice, ritraducendoli insieme a Nadia Fusini. Hanno una freschezza, una vitalità incredibile. È stato il mio primo incontro con questa autrice, non vedo l’ora di continuare.
