"Kuno. Un figlio degenere" di Renate Rasp

"Kuno" di Renate Rasp

Scritto nel 1967, Kuno. Un figlio degenere di Renate Rasp ritorna nelle librerie italiane dal 1° aprile, grazie al lavoro di riscoperta di scrittrici scomparse dal mondo letterario della casa editrice veneta Storie Effimere, diretta da Silvia Amalia Di Cocco, che è anche la traduttrice di questo romanzo.

Sono poco più di cento pagine, la lingua è semplice e, di conseguenza, fluida, adatta al narratore che, all’inizio, è un bambino di dieci anni e che seguiremo fino ai diciotto, e, soltanto al termine, in uno piccolo sprazzo della sua vita adulta da cinquantenne. Ciononostante, non è una storia che si legge con facilità, è una vicenda straniante e che inquieta quella in cui entriamo, dove la sospensione dell’incredulità del lettore ha un ruolo fondamentale.

Kuno è un bambino curioso a cui piace andare a scuola. Vive insieme alla madre e allo zio Felix, il patrigno. Sia lui che la donna ne sono totalmente succubi e gareggiano l’uno contro l’altra per il suo amore. Il bambino, per esempio, gioisce per la propria scarsa propensione musicale, la stessa dell’uomo, in opposizione alla passione per il pianoforte della madre. Solo in seguito, ogni tanto, i due si alleano contro le sue angherie, cercando dei modi per imbonirlo e dei sotterfugi per far sì che, una volta scoperti, egli non vada in collera con loro.

È un giorno di primavera quando Kuno viene portato in giardino dallo zio-patrigno e gli viene mostrato il posto più bello e adeguato per coltivare una pianta. Il giardinaggio d’altronde è l’attività preferita dell’uomo, l’unico tema che gli interessa veramente, tanto da comprare persino dei manoscritti pregiati a riguardo. Sarà lì, in quel punto del prato dove l’ombra degli altri alberi e arbusti non arriva mai, nemmeno in inverno, che crescerà Kuno. È questo il piano educativo del patrigno, che Kuno diventi una pianta, un grande privilegio che potrà guadagnarsi esclusivamente con un impegno estremo e senza vacillare. Un possibile fallimento sarebbe frutto soltanto dalla sua incompetenza, pigrizia e ingratitudine; sarebbe dunque sua la colpa, di Kuno.

“Ci dedicavamo all’occupazione preferita dello zio: cos’altro si può piantare in giardino? Una sorta di gioco che ci teneva impegnati nei momenti in cui i nostri caratteri sembravano in perfetta sintonia.”

Inizia così un progetto famigliare, dove, per il bene di Kuno, verrà sacrificata anche la stanza preferita della madre e il suo pianoforte, un oggetto che la differenzia dalle altre madri borghesi. Kuno dovrà stare in quella stanza, al sole, rimanere in piedi per ore, prima su una gamba e poi sull’altra e seguire una dieta rigidissima. Infine, sarà costretto a rinunciare alla scuola, ai compagni e ai libri che amava.

Come lettori accompagniamo impotenti le privazioni sempre maggiori del bambino e il suo impegno ossessivo nel mantenerle per avere successo, per essere finalmente amato dal patrigno, fare di tutto per avere una carezza, che non arriverà mai. Una sensazione di disagio continua a salire pagina dopo pagina.

Il nostro osservare in silenzio non ci rende complici? Non diventiamo aguzzini nella manipolazione profonda che lo zio perpetra sul figliastro e sulla moglie?

La speranza di un possibile cambiamento appare quando un emissario del paese, il signor Benjamin, si presenta alla porta di casa. I vicini sono preoccupati e inoltre a scuola l’assenza di Kuno non è passata inosservata, il bambino è scomparso da un giorno all’altro, non lo si vede né sente più. Qualcuno si è accorto di un fumo acre che esce dal camino, si sospetta un orrendo delitto. Il ragazzo fino a quel momento era stato disteso a letto, con le ginocchia chiuse in fili di ferro che, a ogni movimento, gli tagliavano la pelle e con gli occhi chiusi da numerosi strati di nastro adesivo rilegato in un mondo di buio e attesa. Per confutare le accuse Kuno viene liberato dalla sua prigionia e cecità e fatto sedere al tavolo davanti al signor Benjamin. Il patrigno ripete senza posa che non è successo nulla di strano a casa loro, il ragazzo ha solo smesso di voler andare a scuola. E il signor Benjamin, dopo aver lasciato degli opuscoli su diversi sbocchi professionali, se ne va, rassicurato da ciò che ha visto. Kuno può tornare al suo addestramento vegetale.

Kuno dunque verrà piantato, in un vaso acquistato apposta per lui, di rame, e si ergerà nel giardino giorno dopo giorno, in seguito a mesi in cui aveva rubato i chicchi di avena da masticare e succhiare di nascosto per sopire una fame costante e aver scorto i genitori dalla finestra, mentre mangiavano carne, patate, torte e infine persino mentre compivano i loro amplessi.

“Sembrava che lo zio la colpisse col proprio corpo, come se volesse dimostrare qualcosa, e mia madre mugolava sotto di lui, stringendolo con le braccia; lui le giaceva tra le gambe, e mentre muovevo il mio corpo al ritmo di quel groviglio là sul letto sentivo crescere dentro di me la paura, e tuttavia era così, eravamo in tre a gemere e gridare, e io non so se loro gridassero sempre più forte solo per far credere che non mi sentivano”.

Ma una pianta in primavera si sa, deve venire potata. E quando il sangue comincia a scorrere, Kuno cade, non ce la fa più a essere un albero.

“E allora mi lascerò ancora convincere di non essermi mai premuto i moncherini contro lo stomaco per il dolore, di non essermi piegato di lato o in avanti alla ricerca di sollievo. Non ho gridato, né sbattuto la fronte contro il muro senza un lamento, non mi sono accucciato, rialzandomi di scatto, per rimanere immobile non appena udivo dei passi. Non troverò mai il coraggio di dire a mia madre che mi ferii la testa contro il muro mentre lei prendeva ancora una volta i bicchierini di liquore dalla credenza. I suoi occhi si dilatano in un’espressione impaurita non appena nomino quella data, dicendo che l’aria era mite e sapeva di primavera”.

Di storie in cui persone si tramutano in piante ce ne sono molte, basta pensare a Dafne e Narciso. Queste metamorfosi erano però opere divine, concesse a fanciulle in pericolo o giovani amanti dell’infausto destino. Non sappiamo se Dafne abbia sofferto nel momento in cui la sua fuga si fermava e le sue membra viravano in corteccia. Il dolore di Kuno invece ci colpisce e ci inquieta a dismisura perché lui stesso è entusiasta del progetto maniacale del patrigno, vuole davvero compiacere lui e la madre, sa che dal suo successo dipende la loro futura felicità; eppure, sembra presagire che il suo è un tentativo destinato a fallire.

“Sapevo, però, che senza radici non avrei potuto reggermi un solo istante nel vaso. I miei piedi sarebbero marciti, e una mattina mi avrebbero trovato accanto al mio vaso: accasciato, spezzato”.

Tutte le informazioni necessarie per capire il ruolo del protagonista nella famiglia stanno nel titolo: Kuno. Un figlio degenere. Degenere significa “Che si è allontanato dalla natura o dalle virtù tipiche del suo genere, della sua stirpe” e la colpa del ragazzo è stata questa, allontanarsi dalla natura che era stata scelta per lui, quella vegetale, per ritrovarsi, menomato, in un corpo troppo umano.

Renata Rasp nacque a Berlino il 3 gennaio 1935 e dopo aver conseguito il diploma di scuola superiore studiò recitazione. In seguito, seguì le lezioni di pittura all’Accademia di Belle Arti di Berlino e Monaco di Baviera. Iniziò a scrivere dopo i trent’anni. Kuno, pubblicato nel 1967, fu il suo esordio e la critica lo acclamò come una delle più importanti opere dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tuttavia, anche se tradotto in diverse lingue, in italiano per Mondadori, non riuscì a conquistare il pubblico, che non ne comprese l’immaginario disturbante e provocante.

I giudizi sulla scrittura dell’autrice, sia in prosa che in versi, furono messi in secondo piano dalla sua bellezza e dall’essere figlia d’arte (il padre era l’attore Fritz Rasp, reso famoso dal ruolo in Metropolis). Rasp comunque decise di giocare proprio con il voyerismo del pubblico quando, a un reading di poesie alla Fiera del Libro di Francoforte, si mostrò a seno nudo. Dopo aver pubblicato due raccolte poetiche, un altro romanzo e l’opera peculiare Chinchilla (presentata in Italia nel 1976 dalla casa editrice Il Formichiere con il titolo Guida all’esercizio pratico della prostituzione) Renata Rasp si trasferì in Cornovaglia. Si sposò e si spostò a Gräfelfing, vicino a Monaco di Baviera, dove morì, quasi dimenticata dal mondo letterario. La nostra gratitudine va dunque a Storie Effimere e alla traduttrice per averci fatto riscoprire una donna che non solo colpisce per la sua biografia dirompente ma soprattutto per la sua prosa precisa e diretta, tagliente nella sua raffinatezza e che, anche se ci fa digrignare i denti e voler distogliere lo sguardo, non si riesce a mettere da parte e scordare le sue storie.

Ben Eccher

Giurista di giorno, lettrice di sera, gattara sempre. Ha oltrepassato la linea di confine dei trenta e anche quella del Brennero. Da dodici anni abita in Austria: per i tirolesi è l’italiana e per gli italiani la tirolese, vive dunque il dilemma di Balto: non è cane e non è lupo, sa solo quello che non è. In perenne crisi di identità, alla domanda: ma tu in che lingua sei te stessa risponde che non lo sa, in tutte e due, anzi, forse è veramente lei quando legge e indossa le parole degli altri.

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