"Kairos" di Jenny Erpenbeck

"Kairos" di Jenny Erpenbeck

Kairos, il dio dell’attimo fortunato, aveva davvero colto Katharina quando prese al volo l’autobus su cui incontrò Hans? Questo l’interrogativo che squarcia il prologo dell’ultimo romanzo di Jenny Erpenbeck (edito da Sellerio e tradotto da Ada Vigliani), che è valso alla scrittrice tedesca l’International Booker Prize 2024. 

Da quel primo incontro nascerà una relazione sentimentale, tra una studentessa diciannovenne di scenografia e uno scrittore ultracinquantenne, sposato e con un figlio adolescente, che diventerà una storia di abuso, manipolazione e dipendenza. Al centro, oltre al rapporto totalizzante tra Katharina e Hans, incastonata tra il 1986 e il 1992, Erpenbeck segue una seconda storia: quella del declino della Repubblica Democratica Tedesca e della successiva caduta del muro di Berlino. Le vicende storiche non sono mero sfondo narrativo bensì una risonanza che si insinua nella dinamica relazionale tra i personaggi, plasmando idee e condizionando rapporti. Specialmente nella prima parte, la voce narrante ci guida in continue incursioni fra il dentro e il fuori, saltando dai pensieri dei protagonisti al dialogo, dall’intimità esplicita della casa e ai gesti noti a loro soltanto per le vie della capitale. Questa modulazione la ritroviamo altresì su scala più larga, nell’area inviolabile della DDR contrapposta a tutto ciò che esiste oltre il muro, forma estrema di alterità. 

La scelta di fissare fra gli amanti tanta differenza di età è un espediente ideale, non solo perché Katharina si affida ad Hans, in fatto di politica, musica, arte rafforzando una forma di dipendenza tra i due, ma anche in modo da ampliare l’arco storico. Si va a ritroso fino all’epoca nazista, periodo in cui lui fece parte della Hitler Jugend prima di abbracciare ideali socialisti, coprendo l’intera storia recente della Germania. Nel dipanarsi della loro relazione, Katharina diventa consapevole che nel suo paese “solo un sottilissimo strato di terra è sparso sulle ossa, sulle ceneri dei cremati” e che “un tedesco muoverà sempre i suoi passi su crani, occhi, bocche, gambe e braccia, ogni volta che avanza tocca questo fondo, con il quale dovrà misurarsi ogni strada, che lo si voglia o no”.  Che quello tra Katharina e Hans sia un amore assoluto si intuisce fin dal verso di Angelus Silesius nell’esergo: “nulla c’è tranne l’Io e il Tu”. Per la protagonista, la relazione è come un inizio alla vita “per la quale tutto il resto è stato solo propedeutico” mentre l’uomo dal principio sa che sono destinati a vivere sotto minaccia dell’addio e pone precise condizioni: “la nostra stella, dice lui, non deve entrare a contatto con l’atmosfera terrestre, altrimenti si disintegra subito.” La segretezza, dunque, come custode del desiderio. L’aspetto erotico prende largo spazio e viene usato da Hans per mantenere una tensione costante fra i due. Attraverso la fisicità si instaurerà il controllo via via più violento e pressante di lui sulla giovane amante.

Nel primo blocco narrativo la relazione prende il sopravvento, e Erpenbeck instaura brillantemente l’intreccio psicologico ed emozionale. C’è un’intimità domestica spesso accompagnata da dischi classici, e un’intesa più ampia, segretamente pubblica, che sconfina persino nei luoghi di villeggiatura della famiglia di Hans. Nonostante la passione magnetica, l’angoscia per una imminente rottura e la sopraffazione della loro felicità sono un monito perenne. Dall’intermezzo in poi, nella narrazione succede qualcosa di miracoloso: il privato diventa universale. Qui seguiamo la storia di Katharina e Hans che rotola verso un declino inesorabile, “come se fossero entrambi prigionieri in un labirinto senza luce, dove qualche volta s’incontrano e qualche volta no”, dopo la scoperta di un tradimento di lei, l’elemento politico prevarica la dimensione privata e diventa dominante. I confini dei personaggi sfumano lentamente mentre la Storia, lo stato, la dottrina socialista prevalgono: una riflessione sul bene comune, sulla speranza, sul tempo. Il passaggio è graduale ma inevitabile, come il tramonto della storia d’amore e dell’ideologia della DDR, e la maestria di Erpenbeck nel gestirlo è sorprendente. La speranza personale di Katharina, ormai del tutto intrappolata nel controllo ossessivo di Hans, si sgretola così come tramonta il sistema in cui vivono. L’apice della violenza di Hans si raggiunge con la sua perenne necessità di mettere l’amante di fronte al suo errore, registrando le sue riflessioni su cassette che le consegna e che lei si sente costretta ad ascoltare per espiare il suo senso di colpa. Rimangono quindi le rovine con cui confrontarsi, e la seconda parte del romanzo è proprio “un’accurata analisi delle macerie”: quelle della loro relazione, un riflesso preciso non solo del fallimento a cui sta andando incontro la DDR di quegli anni, come delle rovine di cui è composta la Germania del dopoguerra. 

Il pesante senso di inadeguatezza che la giovane donna prova, mentre si ripete che è stata lei a ridurre l’amato alla disperazione, viene esacerbato dal tormento di Hans, la cui pressione manipolatoria la costringe a condividere con lui il suo diario, in modo che possa dare forma agli avvenimenti tramite le sue annotazioni, con uno sguardo sempre rivolto al passato. Eppure, per lei, c’è ancora la speranza che l’indagine ossessiva porti a un nuovo inizio, nonostante ogni volta che si vedono “tutto continua a ribaltarsi, tutto si mescola, il riso e la disperazione, il desiderio, il disprezzo, l’amore, la compassione, l’odio, il dolore.” Il tradimento di Katharina viene vissuto come un impedimento alla felicità, al futuro: “lei si era rivelata indegna. Da ciò che aveva fatto non poteva svilupparsi un livello più elevato.” Questo è quello che accade anche a Berlino Est, “tutto il bello è morto e sepolto, e non c’è più alcun ponte fra ciò che era e ciò che sarà.” 

I diari e le cassette formano una testimonianza del reale, la ricostruzione fedele di ciò che è stato: una ricerca che è un tema ricorrente di queste pagine. Anche nel suo linguaggio stratificato, il romanzo fa i conti con un vasto senso del vero: attraverso la parola scritta, i pensieri, i dialoghi, coesiste un coro di realtà distinte, sovrapposte. In fondo “la verità va costruita a regola d’arte, per essere riconosciuta come tale”, dice uno scenografo a Katharina durante il suo periodo a Francoforte. 

In un’intervista Michael Hofmann, che ha tradotto il romanzo in inglese, descrive il libro come una moneta: testa è la storia privata, croce è la storia della DDR. Mentre si legge “Kairos” è come se la moneta fluttuasse costantemente sulla nostra testa, mostrandoci un po’ un lato e un po’ l’altro. Accade così anche per il successo e l’insuccesso di entrambi i volti della moneta, che ruotano costantemente nell’aria. E come suggerisce Erpenbeck: “la possibilità di ribaltamento è in fondo l’unica verità.”

Francesca Serotti

Francesca Serotti si laurea in Lingue e Letterature Straniere a Bologna. Dopo un periodo a Parigi e a Milano, dove inizia a fotografare, si trasferisce a Berlino per studiare alla Neue Schule für Fotografie. Le sue fotografie sono state esposte al Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia e all’International Photo Project (Fondo Malerba per la Fotografia). Nel 2018 rientra in Italia e fonda l’etichetta musicale “Lady Blunt Records”.

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