Brooklyn, amore e rivoluzione: intervista a Xochitl Gonzalez

Il suo libro d'esordio è diventato un bestseller del New York Times. Oggi Gonzalez lavora come giornalista e opinionista. "Nel romanzo racconto anche il colonialismo benevolo degli Stati Uniti. La mia amatorialità come autrice mi ha reso impavida".

Olga muore sognando, il titolo del romanzo d’esordio di Xochitl Gonzalez, è una citazione tratta da una poesia di Pedro Pietri (1944-2004) intitolata Puerto Rican Obituary e dedicata al sogno infranto dei portoricani emigrati negli Stati Uniti. La strofa da cui è tratta, in particolare, recita così:

Juan

died dreaming about a new car

Miguel

died dreaming about new anti-poverty programs

Milagros

died dreaming about a trip to Puerto Rico

Olga

died dreaming about real jewelry

Manuel

died dreaming about the irish sweepstakes

Il romanzo, uscito negli USA nel 2022, è entrato nella lista dei bestseller del New York Times ed è da poco uscito in Italia per Fazi con la traduzione di Giuseppina Oneto. Anche Xochitl Gonzalez, come la Olga protagonista della storia, è nata a Brooklyn in una famiglia di origini portoricane. Come lei, è stata lasciata alle cure della nonna dalla madre, impegnata nell’attivismo politico. Inoltre, Olga lavora come wedding planner per famiglie benestanti di Manhattan e dintorni, impiego che Xochitl Gonzalez ha effettivamente svolto per una decina d’anni. Nonostante questi elementi di vicinanza, il romanzo non è una storia autobiografica, anche se l’autrice riconosce di aver attinto alle sue esperienze di vita sotto diversi aspetti.

Oggi Gonzalez scrive per The Atlantic e grazie alla sua rubrica, che tratta di differenze di classe e della gentrificazione di Brooklyn, è stata finalista al premio Pulitzer. WeltLit. l’ha incontrata a Roma all’inizio di dicembre.

Olga muore sognando tiene insieme più livelli: è un romanzo a sfondo sociale, al tempo stesso ripercorre la storia coloniale di Porto Rico (tu stessa lo hai definito un romanzo sulla rivoluzione) ma è anche una commedia sull’amore, sia romantico che familiare. Quando hai capito che tutti questi elementi potevano stare insieme?

«Ho iniziato a scrivere questo libro quando avevo quarantuno anni e penso che sia molto plasmato dalla mia visione del mondo. A quel punto avevo una serie di esperienze alle spalle per cui la politica era diventata la chiave di lettura delle mie vicissitudini. Un esempio è la questione dei tovaglioli, con cui si apre il libro: Olga intende rubare i tovaglioli di lusso inutilizzati al matrimonio di una cliente, per portarli a quello della cugina che non potrebbe permettersi una stoffa di pari qualità. Se fossi stata più giovane, in quel dettaglio avrei visto solo dei tovaglioli, ma dopo un certo lasso di tempo ho iniziato a chiedermi perché determinate persone potevano permettersi quel tipo di tessuti, mentre ad altre famiglie ne toccavano di pessimi. Quando comprendi il modo in cui questa dinamica penetra nella società, anche a un livello meno percettibile, questo diventa parte della tua visione del mondo. Ma c’è anche un’altra ragione».

Quale?

«Ho iniziato il mio Master of Fine Arts quando avevo già scritto buona parte del libro, l’ho finito nel mio primo semestre. Studiare scrittura mi ha aiutato a renderlo migliore, ma penso che se avessi frequentato prima un corso non l’avrei scritto così. Credo che la mia amatorialità, in un certo modo, mi abbia reso impavida. Alcuni miei insegnanti di scrittura, quando ho raccontato loro del romanzo, hanno commentato che lo trovavano un libro strano. E in effetti è così. Ma tutto questo acquista un senso quando leggi il romanzo. Non penso che avrei potuto pianificarlo, anche se avessi voluto».

Come ti sei avvicinata alla scrittura?

«È successo dopo la morte di mia nonna, che è la persona con cui sono cresciuta. Era l’ultima dei miei nonni a essere in vita ed era una persona spaventata da tutto, molto pessimista. Quando è morta le sue paure sono scomparse con lei. Anzi, ho iniziato a sentirla al mio fianco in modo incoraggiante, e a credere di riuscire in ciò che non avevo mai avuto il coraggio di fare. Penso di essere fortunata a essere arrivata alla scrittura relativamente tardi. A volte pensiamo che se non abbiamo iniziato a farlo a venti o trent’anni non possiamo riuscirci. Personalmente ritengo che con la scrittura non funzioni affatto così: se avessi iniziato a scrivere prima non avrei avuto tutte queste esperienze da portare sulla pagina. Più conosciamo le persone e più possiamo penetrare nella natura umana con la scrittura, e questo è molto entusiasmante».

Brooklyn, amore e rivoluzione: intervista a Xochitl Gonzalez

Olga muore sognando è uscito per Fazi a novembre 2024 con la traduzione di Giuseppina Oneto. (p. 432; €19)

Hai una tua routine di scrittura?

«Non lavoro ai miei romanzi ogni giorno ma, quando lo faccio, sparisco per tipo due o tre settimane, o anche per due mesi. E in quel periodo scrivo anche per dieci o dodici ore al giorno. Penso che sia un po’ come recitare, devo entrare veramente nella mente di un personaggio e non posso uscirne fuori. È logorante, ma per me essere nella mente dei personaggi è la cosa più importante e non credo sia possibile riuscirci mentre vivo la mia vita». 

Il tuo romanzo è in terza persona con un punto di vista che cambia tra diversi personaggi. Le scene sono intervallate dalle lettere scritte da Blanca, la madre di Olga e di Prieto, che li ha abbandonati da adolescenti per portare avanti le sue battaglie politiche e rivoluzionarie per l’indipendenza di Porto Rico. Sono testi che risalgono anche a molti anni prima rispetto al filo temporale della narrazione. Perché li hai inseriti in questo modo?

«All’inizio ho scritto dell’avventura di una notte tra Olga e Matteo e poi ho immaginato che lei sarebbe stata molto spaventata la mattina successiva. Ho pensato che era necessario che il lettore venisse a conoscenza della storia di Olga più velocemente rispetto a Matteo, e il modo migliore per farlo era introdurre la storia della sua famiglia. Le lettere a quel punto sono diventate un dispositivo naturale, perché attraverso di esse la madre cerca di istruire a distanza i figli, scrivendo cose che lei ha già detto loro e usando gli stessi codici». 

Come descriveresti il rapporto di Olga e Prieto con la madre?

«Blanca si preoccupa di loro e vuole conoscere le loro vite, ma in realtà vuole comandare sui suoi figli, non comunicare con loro. Quando Olga si fidanza, la madre le scrive molte lettere per dissuaderla. E magari ha le sue valide ragioni per farlo. Poi però Olga resta single per circa vent’anni e viene da chiedersi per quale motivazione. In realtà, la voce della madre, la stessa di quelle lettere, ormai è dentro di lei. Forse lo è anche troppo, a distanza di molti anni. Le sue missive col tempo assumono questo ruolo: sono una voce interna sempre presente nella mente di Olga e di Prieto». 

Questa alternanza da al libro una struttura particolare.

«Sì, per me ha una struttura a spirale. Il primo arco narrativo si chiude alla fine della prima lettera, e poi il giro si ripete, e tematicamente diventa ogni volta più grande». 

Gran parte del romanzo è dedicata agli aspetti psicologici dei personaggi, che hanno subìto traumi come abbandono e abusi o hanno paura di non essere accettati per ciò che sono. Come hai lavorato su questi aspetti? 

«C’è un saggio meraviglioso di Elizabeth Bowen che si intitola Notes on Writing a Novel e che mi ha aiutata a scrivere questo romanzo. Lei riflette molto sui personaggi: sono loro a essere alla base della trama, e questa deve sembrare l’evoluzione inevitabile della loro storia. Ho trascorso molto tempo a pensare ai miei personaggi e a come avrebbero reagito e interagito tra loro. Credo che il personaggio di Prieto esemplifichi bene questo aspetto. La ragione per cui ho deciso che a un certo punto avrebbe contratto l’HIV è perché mi sono detta che una persona nella sua situazione avrebbe voluto, con una piccola parte di sé, uscirne fuori ed essere libero. Ho provato a pensare a come questo lo avrebbe fatto agire ed è così che ho capito che avrebbe dovuto tenere un comportamento a rischio».

A livello linguistico mi ha colpito l’uso dello spagnolo. Non tutti i personaggi del romanzo, benché di origine latina, vi si rapportano allo stesso modo. Alcuni lo hanno persino dimenticato.

«C’è una ragione per cui noi dimentichiamo lo spagnolo, e ha molto a che fare con l’assimilazione culturale, la paura delle famiglie di essere nuovamente discriminate, quindi il non-conoscere è anch’esso parte della nostra storia. Ho provato a inserire alcuni personaggi che conoscono lo spagnolo e altri no. Ad esempio, Olga non conosce lo spagnolo, ma sua cugina Mabel sì, e penso che questo sia in qualche modo legato al fatto che Olga ha realizzato il sogno americano. Mabel ha una vita più “piccola”, però conserva la sua lingua. Prieto, invece, lo spagnolo lo ha imparato da solo, si è assicurato di conoscerlo per restare legato alla sua comunità».

A un certo punto del libro affronti quello che definisci “colonialismo benevolo”, tramite il personaggio di Richard “Dick” Eikenborn, imprenditore di successo e amante di Olga.

«Molte persone mi hanno chiesto perché avessi voluto il punto di vista di Dick nel libro. Ho sempre sentito che Dick era un simbolo degli Stati Uniti. Sembra benevolo, ma può fare molto male. Credo che questo sia una metafora di come opera il potere e penso che la storia recente degli Stati Uniti dimostra che andiamo sempre più in questa direzione. Una persona si sente offesa e gli altri non se ne accorgono: è proprio così che funziona il potere nelle “stanze piccole”». 

La tua scrittura non-fiction ha un’influenza sul tuo lavoro come scrittrice di romanzi?

«Ho iniziato a scrivere la mia rubrica per The Atlantic quando questo libro era finito. Ma penso che per il secondo romanzo (uscito negli USA con il titolo Anita de Monte Laughs Last, in Italia sarà pubblicato da Fazi, nda) mi abbia aiutata. Se lavoro a un articolo sul tema del corpo, dell’immagine e del peso, poi conosco le mie sensazioni a un livello profondo, così non ho bisogno del personaggio per scoprire i miei sentimenti. Questo mi aiuta a essere meno polemica e a stare più vicina alla storia, anche se la trama riguarda gli stessi punti. Il mio terzo libro ruota intorno a un quartiere e una comunità che si sono perse. Ho scritto di questo tema talmente tanto che ora volevo raccontare il tempo antecedente, per mostrare davvero cosa abbiamo perduto». 

Cosa pensi dell’elezione di Donald Trump?

«Sono preoccupata per le donne, per la comunità latina, ma lo sono ancora di più per la stampa. Come giornalista ritengo che siamo la prima linea della difesa per tenere la luce accesa su ciò che potrebbe accadere. La mia paura al momento è che da qualche parte ci sia un segnale e non se ne parli. Penso che appena avremo un’altra elezione potremo controbilanciare il potere, ma la mia angoscia è per ciò che potrebbe accadere prima. Per molti anni gli Stati Uniti sono stati il watchdog dell’informazione per altri Paesi, ora spero che gli altri facciano lo stesso con noi, a essere onesta». 

Quali sono le letture che ti ispirano?

«C’è un libro di una scrittrice catalana, Irene Solà, che si intitola Io canto e la montagna balla. È davvero molto bello, la sua lingua mi ha fatto sentire così viva. Un altro libro recente è Open Throat di Henry Hoke e anche in questo caso è stato entusiasmante leggerlo. Viviamo in tempi così caotici che penso ci servano dei libri che ci consentano di estraniarci e che, al tempo stesso, ci facciano sentire vivi».

Anna Ditta

Giornalista professionista, è nata in Sicilia e vive a Roma. È autrice dei libri «Belice» (Infinito edizioni, 2018) e, con Marco Passaro e Andrea Turchi, «Hotel Penicillina» (Infinito edizioni, 2020). Ha scritto articoli e approfondimenti per diversi giornali e riviste, tra cui Left, TPI, RomaToday. Suoi racconti e contributi culturali sono usciti su Cattedrale – Osservatorio sul racconto, Rivista Stanca e minima&moralia. Nel 2024 è stata tra i finalisti del concorso “8x8 – Si sente la voce”.

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