L'amore che divide: intervista a Pascale Kramer
Nel suo romanzo "Le indulgenze", la scrittrice svizzera racconta la relazione tra la diciottenne Clémence e lo zio Vincent: "Ho voluto ripercorrere l'evoluzione dei rapporti tra uomini e donne dalla mia infanzia fino alla grande svolta del #Metoo"
Pascale Kramer, nata nel 1961 a Ginevra e cresciuta a Losanna, vive a Parigi da più di trent’anni ed è a capo di un’agenzia pubblicitaria. Nel 2017 ha vinto per le sue opere il Premio svizzero di letteratura. Ne Le indulgenze, tradotto da Luciana Cisbani e pubblicato da Nutrimenti lo scorso novembre, entriamo in una famiglia di Losanna e seguiamo i perturbamenti psicologici e sessuali di Clémence che si innamora dello zio proprio l’estate in cui alla madre Judith viene diagnosticato un tumore incurabile. Il libro è dipinto nei toni dei grigi sfumati delle montagne elvetiche e costruito sulle reticenze e i non detti. Sorprende in particolar modo la mancanza di cataclismi familiari dopo la scoperta del rapporto incestuoso da parte del resto della famiglia, come se non si potesse ritenere un fratello o un figlio responsabile per le sue pulsioni sessuali e per l’atteggiamento adottato con una ragazza appena diciottenne. Sono queste indulgenze che non ci permettono di lasciare il romanzo e di continuare a chiederci il perché di questa calma apparente.
Per tutta la lettura ho desiderato lo scontro. Leggevo di Clémence, una ragazzina sulla soglia dell’adolescenza, nel periodo in cui ogni giorno ha una potenza selvaggia, quando la rabbia e la voglia di amore ci vengono addosso come i cavalloni d’estate. Nelle prime pagine, quando lei ha tredici anni, si intravede già la sua infatuazione per un uomo che ha trent’anni di più e suo consanguineo; si rimane impietriti davanti alla seduzione continua di quest’uomo, che gioca con ogni donna, incurante delle conseguenze. Vorremmo urlarle di fermarsi, di smettere di correre da colui che non si arrenderà mai alle convenzioni sociali e familiari rinunciando così ad un’ulteriore conquista. Clémence ha appena diciotto anni quando per la prima volta va a letto con lo zio, e alla fine di quegli sporadici incontri clandestini avvenuti in albergo o in macchina, avrei voluto che i genitori di lei, seguiti dalla nonna, una figura libera, elegante ma vittima anche lei del fascino del proprio figlio, chiedessero conto a Vincent delle sue azioni. Se non era una violenza, perché la ragazza era maggiorenne e consenziente, quella di Vincent era almeno una manipolazione, oltre che un abbandono al proprio desiderio sessuale senza tenere conto del legame di parentela. Avrei desiderato l’esplosione finale e non l’ho avuta, e forse è a causa di ciò che il libro è ancora più vero. La famiglia è il primo gruppo a cui si vuole appartenere a tutti i costi e per questo si seguono le sue regole senza metterle mai in discussione, sappiamo che i panni sporchi si lavano in casa e non in pubblica piazza. La paura, nei parenti di Clémence dell’opinione altrui, di perdere il prestigio sociale avuto fino a quel momento, è troppo grande perché qualcuno prenda da parte il fratello minore e gli intimi di stare lontano, per sempre. Oggi la morale è cambiata, le nuove generazioni vengono dalle battaglie del sessantotto e dal movimento #metoo, ma quante madri, e quanti padri, avrebbero denunciato il proprio fratello? È per questo che abbiamo bisogno di leggere romanzi come Le indulgenze, dove il turbamento anche se solo accennato ci obbliga a porci delle domande sulla nostra moralità e su quale sia la giusta reazione davanti a un fatto simile. È meglio scegliere la vergogna o lo scandalo?
Hai deciso di intitolare questo romanzo Le Indulgenze (Les Indulgences). Verso chi?
Mi è stato chiesto se queste indulgenze fossero verso la famiglia, per me è un no, queste sono chiaramente contro gli uomini.
In queste 130 pagine dipanate dal 1977 al 2016, vediamo i rapporti familiari incrinarsi sotto il peso di lutti, malattie e omissioni. Ciononostante, i suoi membri rimangono un’unità, anche grazie a queste indulgenze. Come hai avuto l’ispirazione per questa storia?
Con questo libro ho voluto ripercorrere l’evoluzione delle relazioni tra uomini e donne dalla mia infanzia fino alla grande svolta del #Metoo. L’ho fatto attraverso una storia particolare, quella della relazione di Clémence con lo zio Vincent, e delle sue ripercussioni nel corso degli anni, per come sono state percepite da diverse donne intorno a lei. È questa storia il vero filo conduttore, il tema del libro è in realtà come si sia evoluta la sensibilità romantica e morale.
“Le indulgenze” di Pascale Kramer è uscito per Nutrimenti a novembre 2024 con la traduzione di Luciana Cisbani e il sostegno della Fondazione svizzera per la cultura Pro Helvetia (208 pagine; €18,05). Con la stessa casa editrice la scrittrice ha pubblicato anche il romanzo “Una famiglia”.
Le donne in questo romanzo sono le vere protagoniste, eppure tutte tranne Sofia, l’ultima nata, rimangono nell’ombra dei loro uomini: mariti, padri o amanti. Come mai?
Era l’epoca! Avevo dieci anni quando le donne svizzere ottennero il diritto di voto. La maggior parte delle nostre madri non lavorava. Le ragazze della mia generazione, le prime a beneficiare della pillola, hanno iniziato la loro vita sessuale senza nemmeno conoscere il proprio corpo. Improvvisavamo, in gran parte conformandoci ai desideri degli uomini, non perché fossimo sotto controllo, ma solo perché non sapevamo altro e non potevamo certo accettare i consigli delle nostre madri.
Le quattro coppie di questo romanzo hanno una grandissima intesa sessuale che non si assopisce nemmeno nella malattia o nella vecchiaia e cementifica i loro matrimoni. Capita raramente in letteratura. Perché era importante per te descrivere questa chimica?
Penso che il desiderio sessuale vada e venga in una coppia. Può riaffiorare nonostante la malattia (in questo caso, nel libro, è solo per un momento durante la lunga malattia di Judith, quando non fa più sesso con il marito perché è diventato troppo doloroso). Può riaffiorare di tanto in tanto, anche nelle coppie che litigano molto. Lo trovo molto toccante, molto umano.
Il punto focale di questo romanzo è la relazione clandestina tra la nipote diciottenne e lo zio. Alla sua rivelazione da parte della cognata, i genitori della ragazza reagiscono stizziti nei suoi confronti per aver voluto portare il fatto allo scoperto e con la figlia sono molto duri, giudicanti e delusi. Perché questa indulgenza, da parte dell’intera famiglia, nei confronti dell’uomo adulto, dello zio?
Questa domanda sorge spesso, e di solito è molto legata all’età del lettore. Ancora una volta, dobbiamo mettere in prospettiva le epoche, un periodo molto particolare tra due morali: quella della generazione dei nostri genitori (nati negli anni Trenta), che pretendeva che si arrivasse vergini al matrimonio, e quella delle nostre figlie e del #Metoo, anch’essa molto normativa. Tra le due, c’è la nostra generazione post-Sessantotto, che ha voluto furiosamente essere libera e provare tutto, nel bene e nel male, ma lo ha fatto molto volentieri.
La storia di Clémence non è la mia, ma ho avuto storie simili. Storie che ho voluto, proprio come Clémence vuole questa relazione con lo zio. Può sembrare sovversivo oggi dire che una giovane donna di diciott’anni desidera lo zio sposato molto più anziano, ma è possibile. Questo è il cuore della domanda a cui il libro cerca di rispondere: dobbiamo rileggere le nostre relazioni con gli uomini alla luce della morale attuale? Non ho una risposta definitiva, ma mi rifiuto di negare le mie responsabilità. E sostengo che lo zio Vincent non avrebbe mai avuto una relazione con Clémence se lei non lo avesse fisicamente cercato in macchina a Lione. Lui la trova carina, ma non è interessato a lei. Ciò non toglie che non avrebbe mai dovuto rispondere alle avances di Clémence, visto che è così giovane e sua nipote. Ma d’altra parte, è un uomo di quella generazione, erede del maggio Sessantotto, in cui si pensava che tutte le esperienze amorose e sessuali fossero legittime e degne di essere vissute, che il sesso non fosse un problema. Io stessa ho vissuto quel periodo, ho fatto un sacco di cose stupide, ho avuto relazioni con uomini schifosi. I miei genitori non ne sapevano nulla, ma mia madre non mi parlò per un anno quando scoprì che prendevo la pillola. Mi ha persino detto: “Non sei più mia figlia!”.
Questa famiglia rimane sempre molto posata davanti a morte, malattie e persino davanti a quello che per noi lettori non è solo un incesto ma anche un abuso. Perché questa pacatezza?
Le cose si vivono giorno per giorno ed è incredibile quanto ci si adatti a tutto. Mio padre è morto per un tumore al cervello, che si è manifestato prima con una lunga depressione e poi con la paralisi, un po’ come Judith, la madre di Clémence, nel libro. Si va avanti a tentoni, e si incassa tutto. Per quanto riguarda la storia di Clémence, che non è un abuso come ho spiegato sopra, non fa molto scalpore perché i genitori di lei non vogliono che si sappia che la loro figlia, secondo la propria morale della generazione degli anni Trenta, è una sgualdrina.
Solo nelle ultime pagine la figlia di Vincent racconta allo zio che il padre, il seduttore, è stato accusato di molestie sessuali. Lo zio alla notizia reagisce stizzito, dicendo che in fondo sarebbe stato sufficiente che quelle donne dicessero basta. Come è cambiato secondo te il consenso sessuale in Svizzera e in Francia?
Vincent ha trascorso tutta la vita a flirtare con le donne per posta e poi per e-mail, e ciò non è più accettabile quando, a più di ottant’anni, fa delle avances alle tirocinanti. In questo caso, loro possono rifiutarsi di cedere. Ma allo stesso tempo possono dover rinunciare allo stage, o come Lenka, la donna che bada alla nonna per un breve periodo di tempo, all’epoca in cui Vincent la seduceva con lei, ai viaggi, agli incontri gratificanti con i compratori d’arte. È questo tipo di “mercato” che è intollerabile e che la generazione #Metoo ha fatto bene a denunciare. Che si sia consenzienti o meno, un uomo di potere non dovrebbe mai dire o insinuare: “Vuoi la parte? Allora vieni a letto con me”. È assolutamente spregevole.
Hai scritto il libro prima del processo Pélicot che ha interessato il pubblico europeo negli ultimi mesi. Adesso lo scriveresti in modo diverso?
No, perché questa incredibile vicenda non cambia l’obiettivo del libro: rivisitare la nostra sensibilità nei confronti degli uomini. L’affare Pélicot è una vicenda sconcertante e rivoltante, ma è un’altra storia.
La storia si colloca a Losanna, tuttavia di questa città e del suo panorama vediamo molto poco. È stata una scelta voluta, tenere l’ambientazione sullo sfondo senza descriverla in modo dettagliato?
Ho ambientato la storia a Losanna perché è lì che sono cresciuta; quindi, è basata anche sulla mia esperienza di quando ero giovane. Detto questo, non ho mai ambientato i miei libri in modo molto preciso, descrivo piuttosto gli stati d’animo, colori, i climi e le atmosfere.
Oltre a essere tesoriera volontaria dell’associazione di rifugiati afghani Nouvelle Page, hai adottato anche due rifugiati. Cosa ti ha spinta a farlo?
È una storia molto lunga. Il primo, Zabi, ha vissuto con me per un anno e poi abbiamo fondato l’associazione insieme. Il secondo, Alam, è stato anche lui con me per due anni e mezzo. Abbiamo creato un legame molto forte e questo mi ha spinta a proporre di adottarli. Erano già maggiorenni. Così ci siamo adottati a vicenda. A dicembre Alam mi ha reso nonna per la seconda volta. Non avevo mai immaginato di adottare, né avevo mai desiderato dei figli. È stato tutto totalmente imprevedibile. E meraviglioso!
Infine, consigli letterari per chi vuole conoscere più scrittrici e scrittori svizzer*?
Per chi legge il francese, proporrei Reconnaissance di Cahterine Safonoff, pubblicato nel 2021 dalle edizioni Zoé e anche La Corde de mi di Anne-Lise Grobéty. Purtroppo entrambe queste scrittrici non sono state ancora tradotte in italiano. Per quanto riguarda due autori uomini ho appena scoperto due piccoli testi di Blaise Cendrars, J’ai tué e J’ai saigné, (Ho ucciso-ho sanguinato, tradotto da Francesco Pilastro e edito da Marietti 1820) che sono assolutamente superbi. Altrimenti, direi Dans la ville provisoire di Bruno Pellegrino, pubblicato qualche anno fa ma non disponibile per il pubblico italiano.
