Uscire dalla pentola bollente

In "Abbecedario di un Manipolatore" un vampiro succhia via lentamente la vita da una rana, in una rappresentazione delicata e consapevole delle relazioni tossiche. Intervista alla fumettista e illustratrice Kalina Muhova

Un abbecedario aiuta a partire dalle fondamenta, a nominare ciò che prima non esisteva, a riconoscere e riconoscersi, a prendere consapevolezza. Kalina Muhova, illustratrice e fumettista bulgara che da anni vive in Italia, ha scelto questa forma per un piccolo libro-gioiello pubblicato lo scorso giugno da Beauroma Books. In Abbecedario di un Manipolatore i protagonisti sono una rana e un vampiro che lentamente le succhia la vita. Alcune delle tavole del libro sono state esposte a Roma durante la Notte a colori, la mostra diffusa organizzata all’inizio di luglio da Bande de Femmes, il festival di fumetto e illustrazione della Libreria femminista Tuba. Muhova, che ha già realizzato fumetti sull’amore nelle sue varie forme, come Odio l’estate e la serie ScusaGraziePrego (entrambi pubblicati da Rumez), è stata ospite del festival in un dialogo con Carlotta De Sanctis e Alice Scornajenghi a proposito del suo Il bordello dei fantasmi, uscito da poco per Comicon edizioni. L’abbiamo incontrata per parlare di entrambe queste pubblicazioni, tra loro molto diverse eppure legate dal filo dell’introspezione, della consapevolezza interiore, delle aspettative e delle relazioni romantiche e sessuali.

Quando hai iniziato a disegnare e come si è trasformata questa tua passione in un lavoro?

Ho sempre disegnato. Da bambina mi nascondevo sotto il divano e dipingevo il muro di nascosto, per la felicità dei miei genitori, immagino. È il mio primo ricordo. All’inizio pensavo di voler diventare una stilista: con le mie amiche usavamo un quaderno comune per disegnare dei vestiti, e ogni settimana toccava a una persona diversa. Il disegno è sempre stata una parte molto stabile della mia vita, a un certo punto è stato molto naturale per me scegliere di fare il liceo artistico.

Lo hai frequentato in Bulgaria o in Italia?

In Bulgaria. Lì questa scuola è molto diversa rispetto all’Italia, è una via di mezzo tra liceo e accademia, perché è molto professionalizzante. Dopo il liceo non volevo rimanere a Sofia, perché lì la scena artistica è molto statica. Chi prosegue con l’accademia studia l’arte classica ottocentesca, e rischia di rimanere sempre allo stesso livello. Studia disegno dal vero tutto il tempo, il che va benissimo dal punto di vista tecnico, ma non basta. Quando sono arrivata all’accademia di Bologna i professori mi hanno chiesto: tu cosa vuoi raccontare? Erano domande che nessuno mi aveva posto fino a quel momento, e ho iniziato a chiedermelo anche io.

Cosa ti sei risposta?

Più che altro ho imparato ad ascoltare me stessa. Le cose dentro di me cambiano, e quindi anche quel che mi interessa. È più una tensione interna, una sfida a prendere contatto con me stessa e capire quali sono gli argomenti di cui voglio raccontare.

Quando hai scelto la forma del fumetto come tuo linguaggio espressivo principale?

All’inizio in realtà avevo scartato questa idea, perché non mi sentivo a mio agio con la lingua. Però a Bologna ho seguito il corso di illustrazione del professor Luigi Raffaeli, che mi ha aperto gli occhi. È stato lì che mi sono innamorata della forma del racconto per immagini. 

Cosa ti ha conquistata?

Il fatto che puoi metterci tanto di tuo. Rispetto all’arte moderna concettuale, dove il pensiero vince sulla materialità, nell’illustrazione e nel fumetto puoi usare qualsiasi tecnica tu voglia. Ti puoi divertire con la materia. A me piace questo processo di creazione, l’illustrazione ti permette di svolgerlo in funzione della storia. A quel punto quindi pensavo volermi dedicare all’illustrazione. Il fumetto è nato un po’ per caso.

In che senso?

Vivevo con i ragazzi di Brace, il mio collettivo di illustratori, che erano tutti super appassionati di fumetto. Insieme frequentavamo gli eventi organizzati da Bilbolbul, il Festival internazionale di fumetto di Bologna. A un certo punto ci è venuto spontaneo fare autoproduzione e pubblicare delle nostre storie. Lì ho provato a fare dei fumetti tutti miei, ed è stato divertente. Ma anche in quel caso erano molte storie senza parole, perché avevo paura di non essere all’altezza di scrivere in italiano.

Quando hai sentito che potevi riuscirci?

È successo dopo l’accademia, quando Canicola edizioni mi ha chiesto di realizzare un albo per bambini (Diana sottosopra, ndr). Erano due anni che lavoravo come illustratrice, e per la prima volta mi sono detta che potevo scrivere anche il testo: erano quaranta pagine, mi sono detta che sarei riuscita a inventare qualcosa. È stato il primo libro scritto e disegnato da me e mi è servito per dimostrare a me stessa che potevo farcela. Poi ho fatto altre cose piccole, Scusa, Grazie, Prego, dove alla fine il testo è composto dalla stessa parola che si ripete. Ma il fatto di portare a termine un progetto ti fa capire che non è così spaventoso. Questi libri mi hanno fatta sentire libera di autorizzarmi: se vuoi fare fumetto puoi farlo. Ora so che posso iniziare e finire un progetto senza paranoie, o meglio, con le paranoie giuste a far sì che sia qualcosa di bello. Lavoro ancora come illustratrice, ho un segno molto tecnico, e chi cerca un disegno realistico me lo richiede. Il fumetto invece è sempre stata una cosa sperimentale, lo faccio più per divertimento. 

Da dove nascono di solito le idee per i tuoi libri? Sono sempre esperienze di autoanalisi e introspezione o ci sono stati anche spunti esterni, come racconti di altre persone, cronaca, libri…?

Parte tutto da me, dalle cose su cui sto riflettendo in quel momento, che mi premono. Di solito pesco dalla mia esperienza e la applico a una storia esterna, ma sempre con qualcosa che si collega a me, altrimenti perdo interesse. Faccio molta fatica a pensare di inventare qualcosa completamente al di fuori di me, credo sia impossibile.

Ti poni la questione di fin dove vuoi raccontare di te?

No, mi metto in gioco completamente. Non ho mai sentito il bisogno di nascondere qualcosa, perché è tutto umano. Mi sembrerebbe di mentire, e non avrebbe senso: le persone si connettono perché mi conoscono, non perché hanno conosciuto una versione di me. Anche quando le cose che dico o faccio sono cringe, mi dico che sono normali. Tutti facciamo qualcosa di cui siamo imbarazzati, esplicitarlo ti fa sentire meno sola.

Nella prefazione di Abbecedario di un Manipolatore citi un aneddoto sulla capacità o meno delle rane di scappare se messe in una pentola d’acqua bollente. Il paragone è con ciò che succede nelle relazioni tossiche, infatti a un certo punto chiedi: “E tu, cara, ce l’hai l’istinto di sopravvivenza? Riuscirai a scappare?”. Pensi che nominare le cose possa aiutare chi sta cercando la forza di allontanarsi da queste situazioni?

Penso proprio di sì. Io ho iniziato a nominare le cose solo dopo essere uscita dalla relazione tossica di cui parlo. Ad aiutarmi è stato il podcast Lovebombing di Roberta Lippi, che racconta i meccanismi di manipolazione in diversi ambiti, non solo quelli delle relazioni affettive, ma anche in quello lavorativo, ad esempio. I manipolatori usano le stesse identiche parole. Le prime volte che ho sentito parlare le vittime di manipolazione mi sono venuti i brividi: erano le stesse identiche sensazioni che vivevo io, anche se in situazioni completamente differenti. Riconoscere questo meccanismo è sacrosanto, perché capisci che è vero, che esiste, che ci sei cascata e ci puoi fare qualcosa. Ma il primo passaggio è vederlo. Fino a quel momento hai la vaga, vaghissima sensazione che qualcosa non vada, e credi di essere tu a essere sbagliata a pensare certe cose o a comportarti in un certo modo. Riconoscere invece che il problema non sei tu, che è l’altra persona che sta andando oltre certi limiti, ti salva. Risveglia quell’istinto in grado di farti capire che puoi uscire da quella situazione.

Uscire dalla pentola bollente: intervista a Kalina Muhova

Alcune tavole da Abbecedario di un Manipolatore di Kalina Muhova, pubblicato da Beauroma Books (pp. 52, 15 euro). La prima edizione limitata di 280 copie è terminata il 20 luglio.

Mentre la vittima è raffigurata come una rana, il manipolatore è un vampiro con il cappello da mago. Questo mi sembra dia bene l’idea della doppiezza della figura: da una parte è in grado di attirare la vittima con regali, complimenti, false speranze (vedi alla voce Lovebombing) come farebbe un mago, dall’altra la chiude in un circuito di isolamento, dipendenza affettiva, violenza emotiva e non. Era questa ambivalenza che volevi rendere visivamente?

Sì. In realtà non ci ho pensato tanto. Le due cose che mi piace molto disegnare sono le rane e i vampiri. E mi sono detta: perché non faccio un libro con questi due personaggi? Il vampiro si presta molto bene per la capacità di succhiare letteralmente l’energia e la vita dall’altra persona. Il cappellino da mago sì, è perché fa gli incantesimi, come dicevi. Tante persone mi hanno chiesto perché ho disegnato il manipolatore così carino e simpatico. Io rispondo che tutti i manipolatori sono delle persone simpaticissime, se li conosci ti innamori. E quando sei nella fase iniziale di un rapporto tossico è tutto bellissimo. È proprio quello il punto: ti rubano il cuore e poi fanno di te qualsiasi cosa.

E la rana invece?

Perché è carina. Volevo solo disegnare delle rane, senza nessun motivo in più devo dire.

La metafora è arrivata dopo?

Sì. Dopo che ho finito l’abbecedario, e dovevo scrivere l’introduzione, mi è venuto in mente che il podcast di Lovebombing inizia sempre con questa metafora. Non avevo minimamente collegato le due cose. A quel punto ho pensato: è perfetto, tutto torna.

Passando all’altro tuo libro appena uscito per Comicon edizioni, Il bordello dei fantasmi, al festival Bande de Femmes dicevi che Franz, il fantasma di un coniglio rosa che cerca di aiutare la protagonista Nikki nel suo tentativo di trovare l’amore, è ispirato a un personaggio di The Sims che compariva per spingere il giocatore o la giocatrice a far socializzare i suoi avatar. Credi che dentro ognuno di noi ci sia una voce che ci spinge a cercare relazioni, a conoscere nuove persone, e magari a innamorarsi? Quanto pensi che questa voce sia influenzata dalle pressioni sociali?

Penso che sia un problema solo delle persone introverse. Le persone estroverse vengono in qualche modo “premiate” dalla società, perché agiscono in un modo che viene considerato “normale”. Da introversa mi sono sentita sempre molto sbagliata nel non riuscire a stare nei momenti di socialità e nel dover trascorrere molto tempo per conto mio. Adesso sono più consapevole dei miei bisogni, capisco che va benissimo anche essere asociali e starmene nella mia caverna a disegnare dieci ore e magari a un certo punto uscire, vedere qualcuno per un’ora e scappare di nuovo. Questo è il mio ritmo naturale. È super sano spingersi fuori a un certo punto, però te la devi sentire.

Nel fumetto dominano i toni del rosso e del rosa. Una scelta legata al genere — il porno — oppure a motivazioni visive o simboliche diverse?

È venuta così. Ogni combinazione è nata lì per lì sul tavolo, mentre la stavo realizzando. 

A Bande de Femmes Carlotta De Sanctis e Alice Scornajenghi raccontavano di aver visto nei fantasmi del fumetto le metafore degli incubi passati di Nikki. Tu hai detto che no, invece è solo una casa infestata.

Sì, a volte sono belle anche le cose banali. A me piace giocare con gli stereotipi. Uno dei miei scrittori preferiti è Terry Pratchett, che in questo è il maestro. Lui fa fiction prendendo in giro tutti gli stereotipi su maghi e vampiri, ribaltandoli. Però tutte le figure sono quelle, non sono metafore di qualcosa. 

Uscire dalla pentola bollente: intervista a Kalina Muhova

Alcune tavole da “Il bordello dei fantasmi”, pubblicato da Comicon edizioni ( pp. 160, euro 9,90) nella collana Fumettizozzi

Hai scelto di disegnare il corpo di Nikki in modo molto realistico. Ha il volto e il busto pieni di lentiggini, il piercing al naso e nella prima pagina la vediamo intenta a depilarsi prima di un appuntamento romantico. Come è nata la sua rappresentazione?

Nikki rappresenta me e le mie amiche tra i diciotto e diciannove anni, quando facevamo le nostre prime esperienze di dating, con l’ansia di essere perfette al primo appuntamento, del vestirsi e comportarsi in un certo modo. A livello visivo semplicemente mi piaceva disegnarla così, volevo che fosse molto bella. Purtroppo è un cliché, ma se i maschi possono disegnare delle ragazze belle perché io non posso? L’ho anche molto estremizzata, con un corpo abbondante come piace a me. Avevo paura di aver esagerato ad averla fatta così perfetta, ma poi mi sono detta: è un porno, potrebbe essere così, perché no?

La svolta per Nikki, che pensa di suicidarsi perché non riesce a trovare l’amore, arriva quando decide di prendersi una pausa dal dating, dopo una serie di brutte esperienze. Questo la porta a un finale in un certo senso liberatorio, anche se non per questo romantico. Credi che ridiscutere l’idea di romanticismo e di coppia possa essere la chiave per nuove consapevolezze?

Non l’ho vista così quando ho scritto il libro tre anni fa. Era un periodo in cui non stavo benissimo, quindi per me c’era un pensiero triste alla base: qualsiasi cosa tu faccia rimani sola. E se ci penso in effetti è così, si nasce soli e si muore soli. Puoi anche trovare l’amore, ma magari muore prima di te, o magari finisce. La cosa importante è prendersi cura di sé, volersi bene. Le altre persone aggiungono un valore incredibile alla vita, ma devi essere sempre cosciente di questa finitezza. Non riflettevo ancora molto sulla coppia all’epoca, ma di recente ho amato molto il podcast Il cuore scoperto, e mi sto interrogando su amore e desiderio. Mi fa piacere che tu veda questo nel finale, è molto più in linea con quello che penso adesso. 

So che hai lavorato a un libro-diario che parla del lutto dopo la perdita di tua madre (qui ci sono delle tavole molto belle e delicate sull’argomento rimaste fuori dalla storia). Puoi dirci quando uscirà?

Ad aprile dell’anno scorso, quando è morta mia madre, l’unica cosa che riuscivo a fare era raccontare quello che stavo vivendo. Sono contenta di aver messo molto su carta in quei mesi, perché adesso ho un’immagine cristallizzata del lutto e di come l’ho vissuto. Adesso lei mi manca ancora, penso sempre a lei e piango molto spesso, ma sono in grado di dedicarmi anche ad altro. Confesso di aver messo quel progetto da parte, al momento, perché ha bisogno di essere rilavorato e non me la sento ancora. Una volta ho letto che gli artisti scrivono dalla cicatrice, non dalla ferita. Io ho scritto dalla ferita, ma devo editarla dalla cicatrice. E sto ancora aspettando che si chiuda. 

C’è un tuo fumetto a cui sei particolarmente legata o di cui sei più orgogliosa? Perché?

Quello di cui sono più soddisfatta è Odio l’estate. Nonostante le tematiche siano toste, è il più genuino. Con la pubblicazione ho dimostrato a me stessa che posso iniziare e finire un libro da sola, senza bloccarmi. È stato super liberatorio. Non l’ho mai riletto, però mi ricordo la sensazione di com’era lavorarci. Ho pianto quasi tutte le pagine, ma era un pianto catartico, e queste sensazioni sono in qualche modo l’ombra di ciò che il lettore percepisce. Se una parte di questa catarsi si sente nel libro sono contenta. 

Ci sono invece fumetti di altr* artist* che consigli?

Consiglio di leggere Geneviève Castrée, un’autrice canadese che purtroppo non c’è più. I suoi libri sono estremamente forti, teneri, personali e raccomando in particolare Susceptible, che ripercorre la storia della sua famiglia e della sua adolescenza. Un’altra autrice che mi piace molto è Camille Jourdy. Amo in particolare Nel paese delle Veramiglie, pubblicato in italiano da Arka alcuni anni fa, mentre per Oblomov è uscito Juliette. Sono due autrici che scrivono come vorrei farlo io, sono due modelli per me.

Anna Ditta

Giornalista professionista, è nata in Sicilia e vive a Roma. È autrice dei libri «Belice» (Infinito edizioni, 2018) e, con Marco Passaro e Andrea Turchi, «Hotel Penicillina» (Infinito edizioni, 2020). Ha scritto articoli e approfondimenti per diversi giornali e riviste, tra cui Left, TPI, RomaToday. Suoi racconti e contributi culturali sono usciti su Cattedrale – Osservatorio sul racconto, Rivista Stanca e minima&moralia. Nel 2024 è stata tra i finalisti del concorso “8x8 – Si sente la voce”.

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