“La mia vita come la vostra”: Jan Grue racconta la disabilità tra memoir e letteratura
Intervista allo scrittore vincitore del Premio della Critica norvegese
Cosa sarebbe successo se avessimo scelto un altro lavoro, proseguito una certa relazione, abitato in luoghi differenti? Sono le domande che almeno una volta ci siamo postǝ tuttǝ – spesso, più di una volta. Cosa sarebbe successo se Jan Grue fosse morto a causa della miopatia neuromuscolare congenita diagnosticatagli da bambino? O se non fosse nato con questa mutazione genetica? Sono le domande-guida che attraversano La mia vita come la vostra, edito da Iperborea nella traduzione di Eva Valvo. Vincitore del Premio della Critica norvegese, è un memoir che si muove tra introspezione e critica sociale, mettendo in discussione le narrazioni dominanti sulla disabilità: «Scrivendo, tento di liberarmi dal linguaggio degli altri, dallo sguardo degli altri», sottolinea l’autore.
Come l’angelo del Cielo sopra Berlino, che osserva ma non può intervenire, Grue esce dalla vita che gli era stata prospettata, nell’ottica di un decorso progressivo, ed entra pienamente in quella che vive: «Ho avuto un percorso simile a quello di tanti altri. Abito nella città dove sono cresciuto, sono un accademico, figlio di accademici. Vivo una vita come la loro. Sono sposato e ho un figlio con Ida, una donna che scrive. Mio figlio ha i miei occhi, che sono quelli di mia madre, e alcuni tratti del suo viso ricordano le foto di mio padre da bambino. Questi sono i fili che tengono insieme la mia vita, questo è il mio tessuto».
Un entrare e uscire da sé, salire e scendere tra prospettive e profondità per cogliere ciò che sarebbe potuto accadere e ciò che è accaduto. Dal kronos, l’ordine del tempo, al kairos, l’attimo presente.
Un qui e ora offuscato da un continuo stato di allerta: quando e come le sue condizioni fisiche peggioreranno? L’autore non peggiorerà. Ormai adulto, gli sarà diagnosticata un’altra malattia. Cambia quindi la diagnosi, non la disabilità che gli permette di raggiungere determinati obiettivi ma non altri, di fare determinate esperienze ma non altre, beneficiare delle conquiste ottenute, elaborare le perdite: una vita come la nostra.
Del resto, come ci ricorda Grue: «Siamo argonauti, cosmonauti, avventurieri, esploratori. Siamo in viaggio».
Memoir, saggio, riflessione letteraria e sociale: il libro sfugge alla classificazione. Quando hai iniziato a scriverlo, avevi già pensato a questa forma ibrida?
No, decisamente no. Ho iniziato a scrivere il libro in momenti e modi diversi, senza rendermi conto che quei vari testi facevano parte dello stesso progetto. Alcune delle parti più antiche erano semplici ricordi d’infanzia, altre erano appunti su libri che avevano avuto importanza per me, altre ancora erano frammenti di cui non sapevo che fare. Poi ho cominciato quello che pensavo sarebbe stato un saggio piuttosto convenzionale sulla disabilità, ma a un certo punto ho letto Gli Argonauti, l’opera rivoluzionaria di autoteoria di Maggie Nelson, e qualcosa è cambiato nella mia testa: ho capito che tipo di libro stava cercando di nascere.
La tua scrittura oscilla tra registri molto diversi: in certi passaggi è lirica e introspettiva, in altri assume toni analitici, quasi clinici. Come hai lavorato su questo equilibrio stilistico?
Se sono riuscito a bilanciarli, ne sono felice – ma ovviamente non lo so. È una domanda a cui può rispondere solo il lettore. Credo di poter dire che il libro riflette il modo in cui funziona la mia mente, compresi i passaggi tra un pensiero di tipo accademico e qualcos’altro. La mia principale preoccupazione era che nel libro non ci fosse nulla di superfluo. Nessuna parola di troppo. Il linguaggio accademico può essere molto verboso – ma le intuizioni che cerca di esprimere possono essere molto semplici. Penso che possa esserci qualcosa di lirico nella teoria, e perfino, sebbene in modo freddo, nel linguaggio medico o clinico. Forse, quindi, non si tratta tanto di equilibrio quanto di cercare quelle che Lawrence Weschler ha chiamato convergenze.
Scrivere questo testo ha cambiato il modo in cui pensi o vivi la tua stessa storia, soprattutto dopo essere diventato padre?
Oh sì. Ma siccome mi ci sono voluti quasi dieci anni per completare il libro, è difficile – e forse inutile – distinguere la scrittura dalla vita. Chi non cambia nel corso di un decennio? E sebbene la paternità non cambi tutti, ha certamente cambiato me. Non sono nemmeno sicuro di aver compreso fino in fondo come mi abbia cambiato – se mai, sento di essere più me stesso che mai, pur avendo meno certezze su cosa significhi. La persona che ero a vent’anni non era meno autentica o reale di quella che sono ora – era semplicemente chi ero allora. La vita è un processo continuo di divenire. O almeno, può esserlo.
La mia vita come la vostra è un titolo che sembra respingere l’etichetta dell’eccezione. È stato difficile sottrarsi alla narrazione della disabilità come destino singolare o eroico?
Qui si presenta un interessante problema di traduzione. In norvegese, la seconda e la terza persona plurale si rendono entrambe con deres, quindi il titolo può essere letto come un appello diretto al lettore (come in inglese, e immagino anche in italiano?) – ma è anche un riferimento ai miei coetanei e al mio contesto sociale. Sono cresciuto con i privilegi della classe media, compresa l’aspettativa che avrei conseguito una laurea, e la sicurezza economica per farlo. La classe sociale e le circostanze in cui si nasce, per me, sono tra i principali contrappesi alle narrazioni “eroiche” – e a quelle sentimentaliste – sulla disabilità. Cosa significhi per me usare una sedia a rotelle non può essere separato dalla mia vita di professore universitario con cattedra – o, per dirne un’altra, dal fatto di essere un uomo sposato. È solo che la sedia a rotelle è un oggetto carico di significati simbolici – ha la capacità di oscurare tutto il resto. Se il titolo suona un po’ insistente, è anche perché io insisto nel tentare di rendere visibile “tutto il resto”. E naturalmente esistono molti altri segni altrettanto carichi di significati simbolici, dal colore della pelle a ciò che consideriamo indicativo dell’identità di genere. Le categorie sono semplici, ma la vita è complessa.
Nel libro, si percepisce una tensione costante tra visibilità e invisibilità. Quanto conta oggi chi racconta la disabilità? E qual è, secondo te, il ruolo della letteratura, del cinema e dei media nel contrastare le narrazioni stereotipate e i pregiudizi che ne derivano?
Esiste un’incredibile varietà di esperienze legate alla disabilità nel mondo, e siamo solo all’inizio della loro espressione. Sono stato molto fortunato a entrare in contatto con il movimento americano per i diritti delle persone con disabilità in una fase precoce della mia vita: si tratta di un movimento politico di importanza cruciale, ma anche strettamente legato all’espressione culturale. Uno dei suoi slogan storici è Nothing About Us Without Us – Niente su di noi senza di noi – e questo vale tanto per la politica quanto per la cultura; quest’ultima ha una tradizione secolare nell’uso della disabilità come simbolo riduttivo, come metafora di qualcos’altro, anziché come parte integrante dell’esperienza umana. Oggi quel movimento per i diritti è sottoposto a enormi pressioni – sono appena tornato in Europa dopo un anno negli Stati Uniti – e una delle battaglie che sta conducendo è proprio contro l’antica idea della disabilità come tragedia irrimediabile. Il racconto è importante di per sé, ma anche perché può influenzare la politica – mostrando che molte forme di oppressione ed esclusione sono state costruite dalla società, e possono dunque essere smantellate.
La mia vita come la vostra di Jan Grue, traduzione di Eva Valvo, Iperborea (pp. 240, 18€)
«Ci ho messo un sacco di tempo a capire che anche la passività è un atteggiamento socialmente visibile. Dovevo prima capire che avere meno mobilità degli altri non mi imponeva per forza di essere passivo», scrivi. La passività sembra intrecciarsi anche con la difficoltà o la libertà di chiedere e offrire aiuto. Come possiamo imparare a farlo in una società che ci spinge a essere performanti sempre più presto e sempre più da soli?
Tutti noi recitiamo, continuamente. È una delle cose che ho imparato da Erving Goffman, il grande sociologo. Una volta che ne prendi coscienza, puoi anche cercare un altro tipo di performance – riscrivere la tua parte, per così dire. Naturalmente, non è facile, perché ti confronti continuamente con persone che hanno i loro copioni, le loro aspettative su quale sarà – o dovrebbe essere – la tua prossima battuta. A volte, quindi, bisogna trovare altri attori, o altre scene. Di recente ho letto una recensione di un libro sui filosofi e scrittori tedeschi che hanno trasformato il loro pensiero, e se stessi, sotto il sole italiano. (Anche il nostro Ibsen rientra in questa categoria.) Per me, quella svolta è stata la California.
Nel libro citi O’Brien, Borges, Didion e altri autorǝ e studiosǝ. Quali di questi riferimenti è stato decisivo nella costruzione del testo? E, più in generale, nella tua vita?
Nel libro ci sono molti riferimenti a nomi noti, ma credimi, avrebbero potuto essercene molti di più. Non sono sicuro che quelli che sono rimasti siano i più importanti per me (anche se per molti anni ho davvero voluto essere Borges) – spero siano quelli le cui parole contribuiscono maggiormente al testo. Mark O’Brien occupa un posto speciale nel libro perché rappresenta molto di ciò che c’è di più vulnerabile nella vita, e anche una parte del legame profondo che sento con Berkeley; Joan Didion è, da tempo, un ideale stilistico per me. Ma, come ho già accennato, Maggie Nelson è stata particolarmente cruciale nella formazione del libro – e la parola argonauta compare da qualche parte nelle pagine, come un riconoscimento sommesso di ciò.
Hai studiato e lavorato in diversi Paesi: Danimarca, Paesi Bassi, Russia, California. Queste esperienze ti hanno permesso di scoprire aspetti nuovi del tuo modo di stare al mondo, indipendentemente dalla disabilità?
Non esiste un “nonostante tutto”. Esistono sempre la realtà del mio corpo e quella del mondo. Ma l’esperienza ti rende, appunto, più esperto. L’anno sabbatico che ho appena concluso è stato incredibilmente complicato da organizzare, con tutta la consueta logistica da gestire: finanziamenti, trovare una scuola per mio figlio, ottenere il visto e così via, ma anche la questione di un alloggio accessibile in sedia a rotelle, dei trasporti, di tutto. Eppure, quest’anno la mia famiglia e io abbiamo affrontato le avventure più grandi che abbiamo mai vissuto: siamo andati in macchina fino al Grand Canyon e abbiamo visto lo Yosemite; impariamo insieme cosa possiamo fare e come possiamo farlo. Non è mai facile, ma ne vale sempre la pena. I viaggi che ho fatto con amici a vent’anni sono parte del retroterra di tutto questo; lo sono anche le scuole di lingua in cui i miei genitori mi iscrissero da ragazzo. Dormire all’aperto nella campagna francese, sapendo che non avrei avuto modo di alzarmi per fare pipì senza aiuto – è stato una prova di indipendenza, ma ancora di più della mia capacità di chiedere aiuto. E servono entrambe.
Il libro è stato accolto con grande interesse anche fuori dalla Norvegia. Hai notato differenze culturali nella ricezione o nelle domande che ti vengono rivolte a riguardo?
La differenza principale è probabilmente tra l’accoglienza ricevuta in Norvegia e quella nel mondo anglofono. Negli Stati Uniti, in particolare, esiste una lunga tradizione letteraria che si confronta con la disabilità – e anche, naturalmente, la “mania del memoir” degli ultimi anni. In molti modi, il libro dialoga con queste tradizioni, quindi essere tradotto in inglese è stato, in un certo senso, come tornare a casa. La lettura del libro riflette probabilmente questo aspetto; per i critici statunitensi e britannici, è risultato leggibile in modi specifici, nel bene e nel male. Nell’Europa continentale e in diversi altri paesi, ho l’impressione che il discorso pubblico sulla disabilità sia ancora piuttosto medicalizzato, il che comporta il rischio di scivolare nella narrazione del “trionfo sulla tragedia”. Anche se, devo dire, questa intervista non riflette affatto quell’impostazione – e questo mi rende felice. Non mi dispiace parlare di disabilità, purché mi sia concesso anche parlare dello stile letterario di Joan Didion.
Se dovessi riassumere in una frase ciò che hai voluto restituire con questo libro, quale sarebbe?
Anche questa è vita.
