Lo sport femminile oltre la retorica: cinque fondamentali da cui partire
Intervista a Giorgia Bernardini, curatrice e autrice della raccolta di saggi "Fondamentali. Storie di atlete che hanno cambiato il mondo", edito da 66thand2nd
Lo sport femminile resta nell’ombra, sottorappresentato su carta stampata e schermi televisivi. Eppure, già nel 1985, la Carta Europea dei Diritti delle Donne nello Sport, chiedeva pari opportunità e visibilità per le sportive in tutta l’Unione Europea.
Ancora oggi, infatti, le atlete faticano a conquistare le prime pagine dei giornali persino quando stabiliscono record o vincono medaglie. Quando se ne parla, la loro descrizione spesso ruota attorno all’aspetto fisico: bellezza, abbigliamento, espressività.
Le competizioni femminili non trovano spazio nemmeno in TV, limitando la crescita delle donne nel mondo sportivo. Ma non solo: lo scarso interesse dei media influisce negativamente sul reperimento degli sponsor e contribuisce a una mancanza di fondi per lo sport femminile.
Fondamentali. Storie di atlete che hanno cambiato il mondo, edito da 66thand2nd, nasce come risposta alla scarsa disponibilità di spazi dedicati allo sport femminile, mettendo in discussione il modo discriminatorio di raccontarlo, tarato su uno sguardo e un linguaggio maschili. Una raccolta di saggi che si concentra sulle vicende sportive, le battaglie legali e sociali di alcune atlete, trattate da angolature inedite.
Dal dibattito sulle presunte frodi di genere emerso con il caso della mezzofondista e velocista sudafricana Caster Semenya, alle traiettorie umane e agonistiche della schermitrice keniana Alexandra Ndolo e della cestista Cecilia Zandalasini, dal rapporto tra ciclo mestruale e sport e a come se ne parla, al valore simbolico di oggetti, accessori e indumenti, scelti per veicolare un messaggio politico: nomi, volti, storie fondamentali per capire come vedere e narrare lo sport femminile e raggiungere l’equità sportiva e comunicativa per cui atlete e un numero crescente di giornaliste si battono da anni.
Ne parliamo con Giorgia Bernardini, curatrice e autrice della raccolta, insieme a Olga Campofreda, Elena Marinelli, Tiziana Scalabrin e Alessia Tuselli. Tra i suoi altri lavori: il romanzo Area piccola (Marsilio), il saggio narrativo Velata. Hijab, sport e autodeterminazione (Capovolte), la newsletter Zarina e il podcast sul calcio femminile Goleadora, realizzato con Elena Marinelli.
Da dove nasce l’idea di scrivere una raccolta di saggi sulle vicende di alcune atlete e di come queste vengono raccontate al grande pubblico?
Tutto nasce nel 2020. Mi ero stancata di ricevere delle risposte negative quando proponevo dei pezzi sullo sport femminile e ho deciso di aprire una newsletter che si chiama Zarina. Era un momento storico in cui c’erano e ci sono tantissime newsletter molto belle che, secondo me, dialogano tra di loro; mi viene in mente, ad esempio, Ghinea. Un posto che mi ha dimostrato come ci si potesse sentire libere nella gestione degli spazi e degli argomenti trattati. Da qui, l’idea di creare un posto mio che mi ha messo in contatto con una serie di persone, tra cui le altre autrici del libro. Nel corso degli anni, siamo diventate un punto di riferimento quando si parla di alcune tematiche legate allo sport femminile e, quando mi è stato proposto di scrivere questo libro dalla casa editrice 66thand2nd, ho pensato che fosse il momento di occupare uno spazio editoriale diverso dai giornali. Abbiamo cominciato a incontrarci online, come una redazione, e creato una chat in cui ci scambiamo informazioni, idee. Siamo diventate senza volerlo un collettivo, vista l’enorme sintonia che ci lega e che non riguarda solo lo sport, ma la visione del mondo in generale.
Parliamo della scelta del titolo: perché Fondamentali?
L’idea del titolo è stata di Olga Campofreda. Come spiego nell’introduzione, da un punto di vista grammaticale, il termine “fondamentali” è sia un sostantivo maschile che un aggettivo femminile. Abbiamo scelto questo titolo perché all’interno di un unico significante convivono i due tratti identitari del nostro lavoro.
I fondamentali sono quei movimenti di base o quelle sequenze di movimenti che contraddistinguono uno sport e lo differenziano da tutti gli altri. Le fondamentali sono le atlete citate nel testo e quelle che ne sono rimaste fuori per questioni di spazio.
Quali sono le atlete presenti nel libro e perché avete scelto loro? Ci sono altre sportive di cui avreste voluto parlare?
Corpo, sangue, icone, movimento e talento sono i fondamentali che abbiamo scelto, modulato e titolato. Abbiamo deciso di parlare delle atlete che li rispecchiano e che, secondo noi, avevano l’urgenza di essere raccontate. Il testo di Tiziana Scalabrin, ad esempio, parla di ciclo mestruale, argomento che lei stessa ha avuto difficoltà a trattare perché c’è poco su questa tematica; è quella che ha faticato di più nel fare un certo lavoro di ricerca.
Io, invece, mi sono concentrata sulla cestista Cecilia Zandalasini, una delle mie preferite. Nel momento che analizzo nel testo era molto giovane, oggi ha ventotto anni. Mi interessava ragionare su quello che non aveva funzionato nella sua carriera, pur essendo stata incredibile. In generale, non abbiamo calcolato quali atlete mettere dentro e quali lasciare fuori, abbiamo iniziato a farci delle domande scomode, nella speranza che qualcun’altra o altro continui su questa strada. Ognuna ha la sua istanza e la porta avanti. Abbiamo cercato di sperimentare anche in termini di struttura e tecniche narrative. I cinque contributi sono molto diversi l’uno dall’altro, un po’ per rispecchiare la nostra indole, un po’ per mettere nero su bianco cosa si può fare quando si parla di sport.
Ibridazione e sperimentazione pensi possano essere la chiave per migliorare la comunicazione dello sport in generale?
Come ci dimostrano le maestre della narrazione sportiva, Anna Maria Ortese e Joyce Carol Oates, esistono approcci completamente diversi e distanti nel raccontare lo sport. Oggi, quando se ne parla, si ha a che fare con moltissimi media. Il problema della narrazione dello sport femminile non sono tanto le forme ibride che sono a nostra disposizione, ma il contenuto, ovvero come questo viene veicolato, con quale linguaggio. Fondamentali è un libro che nasce per questo motivo: volevamo avere a disposizione forme narrative interessanti, ma, più di tutto, volevamo ragionare su come raccontare le storie con le quali ci siamo ritrovate a confrontarci. Liberare, quindi, la narrazione dello sport femminile da quella retorica che la caratterizza o da quella visione pionieristica, eroica; sembra che le donne che hanno raggiunto qualcosa nel mondo sportivo siano delle eroine, delle predestinate.
Uniformare la narrazione sportiva, secondo te, è una soluzione?
È una cosa raggiungibile da chi si occupa sia di sport maschile che femminile perché conosce quali sono le criticità narrative su entrambi i fronti. Ci sono alcune questioni che andrebbero uniformate, per altre, specifiche dello sport femminile, quelle che noi abbiamo rinominato come i nostri cinque fondamentali, mancano ancora gli strumenti per comunicarle in un certo modo. Ci vuole un po’ di fatica, un po’ di sforzo nel domandarsi: come racconto questa cosa? Questo è un atteggiamento che troppo spesso non si trova neanche nei grandi quotidiani. Tre settimane fa, è morta Lea Pericoli, tennista italiana molto importante, nota, oltre che per i suoi ventisette titoli ai campionati italiani, per aver portato la gonna corta sul campo da tennis, in anni in cui si gareggiava con quella lunga. I giornali hanno parlato di questo aspetto, senza contestualizzarlo, anzi addirittura molte volte mettendolo prima rispetto ai risultati tennistici. Magari viene fatto in automatico, sarebbe importante che si facesse in maniera automatica il contrario: scrivere prima dei titoli e poi, eventualmente, del tema gonna, contestualizzandolo. Per evitare che venga percepito da chi legge la solita e fuorviante associazione: le donne che fanno sport hanno la gonnellina.
Fondamentali. Storie di atlete che hanno cambiato il mondo, edito da 66thand2nd (pag. 128, €15).
Dal ciclo mestruale a quello che decidono di indossare le atlete dentro e fuori dai campi di gara: nel libro si fa riferimento al corpo delle donne e a come questo, ancora oggi, sia uno strumento per sminuire spesso le loro performance. Qual è il ruolo e la responsabilità della comunicazione in tal senso?
Il testo di Elena Marinelli da questo punto di vista è fondamentale. Lei racconta di Marta Vieira da Silva, detta Marta, una calciatrice brasiliana che indossa un rossetto, non fine a se stesso, ma con un significato politico. Le donne sono spesso legate all’estetica. Questa è un’arma a doppio taglio: se manca c’è un senso di trascuratezza, se presente sei una persona frivola. Il punto su cui vogliamo riflettere è che ognuno si deve autodeterminare, questo è una delle basi dei femminismi, quindi ci sarà l’atleta che metterà il rossetto perché le piace indossarlo e basta e quella che lo farà per mandare un messaggio politico, ciò non toglie, semmai aggiunge qualcosa alla prestazione sportiva. La sua è un’analisi approfondita del fatto che nessun oggetto è presente in campo in maniera casuale, questo se hai fatto sport lo sai, perché c’è moltissima scaramanzia rispetto agli oggetti: come, quando, perché li metti e perché, a un certo punto, smetti di farlo. Nel mio testo, invece, punto l’attenzione sul talento e sul fatto che un’atleta può avere bisogno di prendere distanza dal proprio talento. C’è una consapevolezza nuova rispetto a dove si può arrivare, a quanto il lavoro che serve per ottenere i successi possa attentare alla salute mentale delle atlete. Questo è un desiderio che deve essere rispettato, evitando i fronzoli narrativi. Senza chiedersi come mai, cosa succede se un’atleta si prende una pausa. E questo vale pure nello sport maschile. Anche la maschilità necessita di una nuova narrazione, al di là dello sport. Ancora più importante, è andare oltre la dicotomia maschio-femmina. L’obiettivo è di parlare di sport, questo sottintende che i due emisferi hanno raggiunto un livello di equità e parità per cui non occorre più distinguere. Come dice Alessia Toselli nel suo testo, il binarismo è quel concetto che impregna il modo in cui noi comprendiamo il mondo, tutto è diviso in due parti, questo ha a che fare con il genere. Uno dei grandi compiti dello sport è che questa dicotomia venga ripensata, perché non inclusiva.
C’è chi scrive le storie e c’è chi le legge. Cosa suggerisci a lettori e lettrici per essere più ricettivi nell’individuare fonti attendibili e narrazioni più attente e inclusive?
Non penso ci siano dei posti a cui affidarsi completamente per la lettura, ma ci sono delle persone a cui affidarsi. Da lettrici e lettori, è importante individuare le persone che veicolano messaggi vicini al nostro sentire e seguirle, leggerle con uno sguardo critico, cercando di captare come le cose vengono narrate e con che linguaggio. È un lavoro per persone non pigre. Bisogna lavorare per avere gli strumenti per discernere cosa va bene e cosa no. Quando mi capita di ragionare su questi aspetti, cerco di mettere a disposizione degli strumenti. Ad esempio, nell’ambito di un corso di giornalismo sportivo, ho invitato a intervenire Nadeesha Uyangoda per spiegare come approcciarsi a questo tipo di narrazione. Oggi, infatti, è impossibile parlare di sport senza rapportarsi a un linguaggio che ha a che fare con le persone afrodiscendenti che, in Italia, vengono raccontate malissimo. Diventa, quindi, imprescindibile leggere i testi delle maestre del femminismo afroamericane, come Donne, razza e classe di Angela Davis, edito da Edizioni Alegre, ma anche il libro della stessa Nadeesha Uyangoda, L’unica persona nera nella stanza, edito da 66thand2nd.
A proposito di libri, ci sono altri testi che suggerisci di associare alla lettura di Fondamentali?
Oltre ai testi già citati di Nadeesha Uyangoda ed Elena Marinelli, quest’ultimo interessante anche per come l’autrice ha scelto di raccontare da un punto di vista linguistico e grafico uno scambio tennistico, suggerisco la lettura di Pantani era un dio di Marco Pastonesi, edito da 66thand2nd, un collage di testimonianze su Marco Pantani da chi gli era vicino: familiari, allenatori, gregari, persone che lo hanno scoperto; molto significativa è l’intervista alla sua ex-compagna. Questo libro aiuta a capire come gli atleti e le atlete siano un puzzle; quella che vediamo in campo o in pista è solo una tessera. Un altro testo davvero utile è Fare femminismo di Giulia Siviero, edito da Nottetempo, che si stacca dall’approccio saggistico del femminismo, e parla di una serie di gesti femministi portati avanti da alcune donne per risolvere un problema che la politica non riusciva a risolvere per loro immediatamente. Includo la lettura del mio primo libro, Velata. Hijab, sport e autodeterminazione, edito da Capovolte, in cui racconto cosa significa fare sport indossando l’hijab, il copricapo musulmano, un oggetto necessario per le donne religiose e sportive. L’ultimo capitolo contiene l’intervista a Hasna Bouyij, pugile di origine marocchina, cresciuta in Italia, che mi ha rivelato aspetti molto particolari a riguardo. Scrivere questo testo mi ha permesso di capire quante cose abbiamo in comune con donne che sentiamo lontane e come bisogna uscire fuori dalla propria zona di comfort per empatizzare con loro.
Nella prefazione fai riferimento alle difficoltà di giornaliste e scrittrici di approcciarsi al giornalismo sportivo. Quali sono quelle che incontra oggi chi scrive di sport femminile per giornali e riviste italiane? Ci sono differenze rispetto ad altri Paesi?
I paesi che seguo di più sono quelli anglofoni, quello americano per la Woman NBA, quello inglese per il calcio femminile. In entrambi i casi, ci sono dei grossi passi in avanti. Su The Athletics, la rivista di sport del New York Times, ad esempio, ci sono diversi articoli sulla partita, uno racconta il contesto socioculturale o i punti salienti dell’incontro, un altro si occupa di cosa ha funzionato da un punto di vista tecnico-tattico. In Italia, siamo lontanissimi da approfondimenti di questo tipo. Anche se devo dire che, come accennato prima, della morte di Lea Pericoli ne hanno dato notizia tutti i media, dall’Ansa a Elle, e un paio di articoli erano ben scritti. Questo dà serenità perché un maggiore numero di giornaliste ha capito che per comunicare bene lo sport bisogna coniugare la conoscenza sportiva che si acquisisce, o perché si è praticato sport o perché si è visto tanto sport, e una formazione teorica sugli aspetti più rilevanti degli studi di genere. È necessario, quindi, conoscere i fondamentali dello sport e quelli della narrazione di genere. È questa la chiave e la speranza per scrivere al meglio di sport in generale.
“Per non affrontare il dolore ho finto di dimenticare il posto in cui mi sono sempre sentita a casa”, scrivi nella prefazione in riferimento a quando hai deciso di lasciare il basket. Scrivere di sport femminile, oggi, ti fa sentire a casa?
Scrivere di sport femminile mi fa sentire a casa, ma anche guardare il basket. Mi sono riappropriata di questa attività che avevo abbandonato per anni e che adesso faccio. Guardare una partita di Eurolega mi dà felicità, capire quella grammatica, vedere le cose belle che riesci a cogliere solo se ne hai viste tante, come quando scrivi. Una persona che non è attenta non se ne accorge, una persona che lo fa di lavoro si rende conto dello sforzo che ci vuole per scrivere una cosa apparentemente molto semplice. Questo mi entusiasma. Per me, queste atlete sono una fonte di ispirazione, sono maestre, come lo sono Goliarda Sapienza o Lella Romano, le mie scrittrici preferite. Le rileggo quando voglio sentirmi bene, a casa, perché mi confortano; alla stessa maniera, una partita di basket o un risultato bello, ancor più se ben raccontato, mi conforta.
