Fantascienza decoloniale e solarpunk anticapitalista
Intervista a Francesco Verso, fondatore della casa editrice Future Fiction
Future Fiction nasce nel 2014 a Roma con l’intento di pubblicare fantascienza decoloniale, ovvero esplorare le idee di futuribile di ogni frammento del mondo. Un obiettivo più che condivisibile, considerando che la maggior parte della fantascienza di cui si fruisce abitualmente in ogni forma mediale è un collage di testi anglofoni usciti nella seconda metà del Novecento. Frutto di un attento lavoro di ricerca e, soprattutto, di viaggio, i libri di FF vengono pubblicati anche in lingua inglese, per permettere una maggiore diffusione e intrecciare rapporti sempre più solidi con realtà editoriali di altri paesi. Proprio per la sua esperienza come scouting intercontinentale di science fiction (sci-fi), Francesco Verso, scrittore e direttore editoriale di Future Fiction, lavora ormai anche come consulente all’estero per alcune di queste realtà.
Ma Future Fiction è una di quelle case editrici che compaiono nella propria vita solo se evocate, serve come un incantesimo per accedere al filamento dimensionale in cui abita il suo catalogo; un incantesimo che si chiama passaparola. Così, del resto, funziona per la maggior parte delle realtà indipendenti che, senza troppi mezzi per pubblicizzarsi al grande pubblico puntano sulla fidelizzazione del singolo, sui rapporti umani, sulla compattezza emotiva dell’offrire una letteratura che appassioni loro in primis, su una ricerca impetuosa ma accurata. A me, infatti, ne parla per la prima volta Natalia Guerrieri – che nei suoi libri esplora futuribile e dark fantasy – consigliandomi la raccolta international di fantascienza queer Il mio genere è top secret. Questo e altre raccolte – come Arabiliosa sulla fantascienza araba, La rivolta degli oggetti sul futurismo andino o Avatar sulla science fiction indiana – sono solo alcuni esempi della varietà di narrazioni che il Global South produce mentre noi siamo occupati a comprarci la nuova edizione cofanetto delle opere integrali di Philip Dick. Il catalogo di Future Fiction, inoltre, vede da tempo anche racconti di maestri della fantascienza cinese contemporanea come Liu Cixin, Chen Qiufan e Han Song, ormai arrivati a una discreta ribalta persino in Italia; paese in cui la narrativa di genere ha attecchito con fatica.
Come è nata Future Fiction, quali erano gli obiettivi iniziali e quali sono gli obiettivi oggi, come si sono evoluti?
La casa editrice nasce perché andando in libreria sullo scaffale della povera fantascienza vedevo sempre lo stesso tipo di libro scritto da un autore bianco americano, quindi mi è venuta la curiosità di capire cosa succedesse nel resto del mondo. Nel corso del tempo ho cominciato a cercare tante storie provenienti da altri futuri, da lingue, tradizioni e culture differenti. Ho trovato delle cose, meravigliose, e adesso traduciamo da quattordici lingue e da quaranta paesi diversi. Siamo l’unico progetto esistente a portare avanti questo tipo di ricerca sulla fantascienza. Pubblichiamo anche, con il testo a fronte, libri in inglese, cinese, russo… Dopo dieci anni, possiamo ormai vantare un catalogo che conta oltre ottanta libri. Poi, negli ultimi due, tre anni, abbiamo creato una collana di fumetti, anche se un po’ più difficile entrare in quel mercato che è già completamente saturo. Però, siamo partiti con la stessa idea, ovvero quella di decolonizzare l’immaginario che è sempre occupato da un tipo di futuro, occidentale e soprattutto anglosassone; cercare di portare anche e soprattutto il resto del mondo, in particolare il Global South, quindi Asia, Africa e America Latina.
Come si svolge il processo di scouting di fantascienze meno esplorate come quella araba o andina?
Ho investito tutta la mia vita in questo progetto. Ho cominciato andando prima alle convention europee di fantascienza e poi a quelle mondiali. Questo mi ha permesso di fare rete con varie figure del settore. L’attenzione verso altre lingue e culture, ad esempio, ha fatto sì che altri editor volessero proporre qualcosa a noi, autori e autrici che ci presentassero qualcun altro. Poi ci sono traduttori e traduttrici che fungono da mie antenne, per cui quando leggono un testo interessante in arabo, in cinese o in un’altra lingua me lo propongono, ne parliamo e valutiamo. Anche dalla rete e dai premi letterari internazionali arrivano diversi input. Ormai, la rete è talmente vasta che sono io a dover selezionare, sono diventato una specie di app, di centro di smistamento.
Stiamo cercando di fare un lavoro particolarmente accurato proprio su quei paesi che sono trascurati, invisibili. Arabilioso è la prima antologia di fantascienza del mondo arabo. Stessa cosa abbiamo fatto dalla Turchia, dall’India, dall’America Latina.
Abbiamo un catalogo unico, tanto che in questi ultimi due anni stiamo offrendo anche consulenze per editori stranieri, cinesi soprattutto, perché questo tipo di ricerca sono davvero pochi a farla.
Voi, infatti, traducete tutto dalle lingue native, vero? Questo è abbastanza raro: molto spesso le traduzioni vengono fatte direttamente dai testi già pre-tradotti in inglese, o dalle principali lingue europee. Questa è una cosa molto importante per scavare nella profondità del testo.
Esatto, l’idea è proprio quella di decolonizzare. Nel senso che ottant’anni di dominazione anglofona ha occupato un unico immaginario. E inoltre c’è in atto un processo ancora più pericoloso: in tutti questi paesi la cultura locale è marginalizzata. Non ci sono scambi tra paesi limitrofi, non sappiamo niente di quello che succede nemmeno in Francia o in Spagna, da un punto di vista anche banalmente della musica o dei film, sappiamo pochissimo, mentre sappiamo tutto di quello che avviene negli Stati Uniti o in Inghilterra. Quindi volevo ricostruire proprio una serie di relazioni dirette tra Francia e Spagna, tra Russia e Polonia, tra Cina e India, tra Argentina e Brasile. Può sembrare assurdo, ma tutti i paesi sono colonizzati in qualche modo dalla cultura anglofona.
Oltre alla lente decoloniale, poi, come Future Fiction avete anche pubblicazioni che approfondiscono il rapporto tra fantascienza e transfemminismo, come ad esempio, la raccolta Il mio genere è top secret. Come è nato questo progetto?
Ormai abbiamo la nomea di quelli che fanno le cose più borderline possibili, più rischiose, in qualche modo più fuori dal mainstream. Ecco, lì invece Martina del Romano, la traduttrice, mi ha proposto un libro che era stato pubblicato da una casa editrice americana ed erano tutti racconti di autorə queer di lingua inglese. C’è sempre un peccato originale a monte, che è quello di non considerare il resto del mondo. E allora a Martina ho detto, va bene, io il progetto lo faccio, ma lo dobbiamo rendere compatibile con la lente decoloniale di Future Fiction, e inserire dei racconti che provengano anche da altre culture. Perché? Perché il fenomeno del transfemminismo, della comunità LGBTQ+, è un fenomeno mondiale: perché dobbiamo guardare sempre soltanto a quella piccola parte di mondo anglofona? Quindi abbiamo inserito un testo dal Brasile, uno dall’Argentina e vari altri racconti che la rendessero più internazionale nel vero senso della parola, perché c’è sempre quest’idea che l’internazionalismo finisca nella lingua inglese. In realtà c’è molto altro che non viene intercettato. Per cui è stato un bellissimo progetto che ho un po’ spinto affinché includesse anche voci provenienti da altri paesi, e non soltanto dalla lingua inglese.
Alcuni dei libri del catalogo di Future Fiction, che si può consultare qui: www.futurefiction.org
Prima parlavi della collana di fumetti Futuresque, parola che sul sito della casa editrice è definita come: “un futuro picaresco e burlesco”. L’hai coniata tu o ti sei fatto ispirare da qualcosa di pre-esistente?
Questa parola è tutta colpa mia! Sono nato come scrittore, quindi mi invento parole, mi invento titoli. Oltre a essere editore, di Future Fiction sono anche copywriter: ci serviva tirare fuori un concetto ben specifico; Futuresque ci è sembrato contenerlo appieno. Le storie che pubblichiamo su fumetto derivano da quelle che abbiamo pubblicato su carta: è un processo di cross-medialità o trans-medialità. Già questo è particolare di per sé. Non nascono per fumetto, a parte un paio che sono state trovate in Perù, con narrazioni molto particolari.
Mi piaceva questa idea di accorpare elementi semantici che derivano un po’ dalla giocosità, ma anche dall’avventura, il picaresco e il burlesque. Non so se sono riuscito a cogliere bene il tutto, ma ho tentato di trovare una chiave per declinare l’immaginario del futuribile in queste altre modalità.
Fra le collane ce n’è anche una dedicata al solarpunk. E anche tu, nei tuoi libri, hai scritto molto di questo genere. Ti va di raccontare di cosa si tratta. Perché, oggi, è così importante fare solarpunk?
È un sottogenere, chiamiamolo così, collegato in qualche modo al cyberpunk, quindi a una visione di antagonismo, che denota una critica sociale al capitalismo. Il cyberpunk nasce nel 1984 ma dopo quarant’anni ha un po’ esaurito la sua spinta trasformativa e critica, perché di fatto già viviamo in un mondo cyberpunk dove le multinazionali, con gli algoritmi e l’intelligenza artificiale, controllano i comportamenti dei singoli e delle masse. Il solarpunk prende il testimone, intercettando elementi importanti del nuovo millennio, inerenti ad esempio al cambiamento climatico, alla sostenibilità ambientale, alla lotta al patriarcato, alla decolonizzazione del futuro. Il cyberpunk è spesso una narrativa maschilista, maschile, aggressiva, legata al potere, alla violenza, mentre il solarpunk ha una visione più inclusiva, che ammette al discorso globale sul futuro anche tutte le identità marginalizzate; penso alle donne, alla comunità LGBTQ+, alle generazioni non ancora nate, alle altre specie tra cui gli animali e vegetali.
Il cyberpunk ha individuato un problema, ma non ha offerto soluzioni. Il solarpunk, invece, offre le componenti di una possibile soluzione. Ovviamente non c’è una risposta semplice, si tratta di trasformare tutto quello che non va, però utilizzando la cooperazione, il mutuo soccorso invece della competizione e dell’individualismo, restituendo i mezzi di produzione alle comunità dal basso, coltivando i propri ortaggi, installando i propri pannelli solari, quindi attraverso un ritorno all’appropriazione delle competenze che questo tipo di capitalismo ci ha tolto. Noi non siamo più in grado di aprire un computer, i computer sono chiusi, i telefoni sono blindati. Quando si rompono li butti, no? Il solarpunk dice che dobbiamo ritornare a insegnare a noi stessi e alla nostra comunità tutte quelle competenze che ci servono per vivere al meglio, perché altrimenti siamo soltanto utenti consumatori. Dovremmo tornare a essere prosumer, cioè producer e consumer allo stesso tempo. Quindi è una bella piattaforma di trasformazione del nostro presente.
Come racconti nel video che mi hai inviato prima dell’intervista, stai nutrendo un’intelligenza artificiale con i tuoi romanzi per allenarla a farti da editor e scrivere libri insieme. Come sta procedendo quest’esperienza?
È un grande dilemma su cui ci si spaccherà in due. Forse anche più di due. C’è chi lo vede come fumo negli occhi; chi, come me, facendo fantascienza, deve conoscere questi strumenti, metterci le mani dentro; chi la sposerà a occhi chiusi, anche con rischi pesanti di compromettere le proprie abilità nel lungo periodo, perché queste cose quando ti entrano nella vita possono, se non hai gli anticorpi, devastarti completamente l’esistenza. Sono le famose disruptive technologies che sono pericolosissime se uno non le manipola e non le controlla: diventi tu manipolato e controllato, c’è un forte rischio. Frequentando l’ambito della fantascienza, cerco di avere un occhio critico, perché chi legge fantascienza le ha già viste arrivare da tanti anni; sono temi che approfonditi tutti i giorni per otto ore al giorno ti danno un’esperienza completa con pro e contro. È come se fosse un’altra persona che devi allenare a diventare sempre più simile a quello che tu vorresti con dei caveat – cioè delle grosse ambiguità – dovute al fatto che non è una persona, quindi non sempre reagisce nel modo in cui uno si aspetterebbe. Va riportata dentro al solco, e poi ha le allucinazioni, e poi si scorda…però dall’altra parte ti dà delle cose che tu non riusciresti a fare in tre anni, un’efficienza e delle possibilità che prima era molto complesso raggiungere. Dovevi avere una squadra di consulenti a tua disposizione, cosa che soltanto pochissimi autori potevano avere; quelli molto ricchi, facoltosi o di successo.
Oltre ai progetti di co-scrittura (ndr: collana Storie di Francesco Verso), qual è il rapporto tra AI e casa editrice?
Allora, Future Fiction l’ho fondata anche per cercare di campare. Campare solo di scrittura è pressoché impossibile. Diciamo che io l’ho sempre tenuta d’occhio, l’intelligenza artificiale, perché nella casa editrice ci sono almeno due aspetti fondamentali che possono essere impattati e sono, di fatto, impattati. Uno è quello della traduzione: noi facciamo tante traduzioni e quindi vedere come si sviluppa la competenza dell’algoritmo è impressionante. Tre anni fa era imbarazzante, l’anno scorso era così interessante da volerne capire di più, e adesso praticamente traduce meglio di una persona che esce dall’università. Quindi, credo che tra due anni gran parte dei testi in lingua (non parlo dell’inglese, parlo di lingue come l’arabo, il portoghese) potranno essere fruibili quanto un testo nella propria lingua d’origine. Questo per un testo di servizio, mentre uno letterario richiede un maggiore lavoro di finitura, e il traduttore diventa quindi un revisore della traduzione. L’altro aspetto è quello legato alle copertine. Da quel punto di vista, FF tende ancora a restare fedeli agli esseri umani, perché c’è un problema di copyright, cioè di come queste immagini vengono generate. Noi collaboriamo con la Scuola Internazionale di Comics e con la ACCA (Accademia di Comics, Creatività e Arti Visive): la casa editrice nasce come associazione culturale, per cui non abbiamo lo scopo di massimizzazione del profitto, cerchiamo di far lavorare anche persone che escono dalla scuola e dall’università. L’intelligenza artificiale la usiamo invece per testi di normale amministrazione (come le quarte di copertina, le sinossi).
Ci sono poi degli impatti devastanti nella parte di scouting. Se mi arriva un testo in portoghese, o in tedesco, prima non avrei potuto leggerlo, valutarlo. Adesso questa parte può invece essere svolta con efficienza dell’intelligenza artificiale, così da capire subito di che cosa stiamo parlando. Poi ovvio che la parte più prettamente legata alla scrittura deve essere fatta da una persona, ma secondo me, nel giro di un paio d’anni, anche questa funzione potrà essere svolta dall’intelligenza artificiale.
Quindi è un terremoto, lo sapevamo, abbiamo aperto il vaso di Pandora, ora va capito che cosa ne esce.
Il problema è quando poi perdi il contatto con gli esseri umani; se ci si fa prendere la mano si commette, secondo me, un grave peccato. Perché, per esempio, non puoi far scrivere un testo all’intelligenza artificiale e basta, senza interventi, ecco questo mi sembra molto pericoloso.
Ultima domanda. Questa in realtà è un po’ una mia, diciamo, curiosità maliziosa. Rispetto al grande lavoro di scouting che fate, soprattutto per quanto riguarda la fantascienza del Global South, vi è mai capitato che case editrici maggiori prendessero “spunto” dal vostro catalogo per pubblicare scrittrici e scrittori da voi scoperti con un’ottica più commerciale?
Allora io te la dico come me la sento, però ovviamente non ho prove concrete. Si dice il peccato non si dice il peccatore. Diciamo che abbiamo creato un esempio positivo, abbiamo reso evidente un problema che era quello del monofuturo, abbiamo fatto capire alle lettrici e ai lettori che stavano leggendo sempre lo stesso tipo di libro, scritto sempre dallo stesso tipo di persona e che quindi avevano una visione del futuro piuttosto ristretta. Noi, in ogni caso, siamo una piccola realtà, siamo distribuiti su cinque librerie. Per il resto, siamo alle fiere, alle convention di fantascienza o su Amazon; quindi non ci conoscono in tanti. Però, abbiamo reso questa questione chiara ed evidente; e gli altri editori, per venire un po’ alla tua domanda, secondo me, soprattutto su due grandi filoni, uno la fantascienza cinese, due il solarpunk, guardano molto quello che facciamo. Quindi, quando abbiamo fatto la fantascienza africana per primi, e poi è arrivato un altro che ha fatto Omenana, quando abbiamo fatto la fantascienza cinese, noi l’abbiamo fatta traducendola dal cinese, ok? Mondadori l’ha fatta traducendola dall’inglese. Non tutti i libri però, per esempio, Il problema dei tre corpi lo hanno tradotto dall’inglese. Quindi ci sono un po’ di differenze.
Stessa cosa per il solarpunk, insomma, le grandi case editrici non ci sono ancora arrivate perché sono talmente lente e così elefantiache che forse non l’hanno intercettato al momento. Però qualche altro piccolo editore ha avvertito questa esigenza e ha cominciato a pubblicarlo. Esistono case editrici ottime, come ad esempio add, che fanno delle cose di grande valore, e quindi ben venga, perché più siamo e meglio è. Buoni editor che trovano buone scrittrici e buoni scrittori, li traducono dalla lingua originale e fanno un lavoro di qualità, sono super contento, anzi credo che dovremmo essere molti di più. Quando invece per loro è un’operazione, come per saltare sul carro della novità, non mi piace. A noi le novità non interessano, ci interessa ciò che ha un valore, un senso. Se poi sono nuove, bene, ma noi traduciamo anche libri che sono stati pubblicati trent’anni fa. Per esempio, abbiamo pubblicato un autore rumeno che ha scritto un libro nello stesso momento di Calvino, simile a Le città invisibili.
Sì, ci sono stati dei casi in cui ho sentito che siamo stati “d’ispirazione” per case editrici maggiori. C’è un mio amico editor che dice: guarda, quando te copiano vuol dire che hai fatto bene il tuo lavoro.
