Quando la montagna racconta: intervista a Caterina Manfrini

Il romanzo "Sette volte bosco" (Neri Pozza) è ambientato in Trentino durante la Grande Guerra. L'autrice ripercorre il suo lavoro tra ricerca d'archivio, leggende locali e uso della lingua cimbra

Di Caterina Manfrini si percepisce subito la grande passione per le vicende storiche delle sue montagne e della sua gente. Le vicende del Tirolo meridionale, l’attuale Trentino, durante la Prima Guerra Mondiale sono sconosciute alla maggior parte degli italiani. La popolazione locale, suddita fedele all’imperatore Francesco Giuseppe e provvista anche di rappresentanti al Parlamento Austroungarico (De Gasperi prima di essere politico in Italia era parlamentare a Vienna), si ritrovò d’un tratto a dover abbandonare le proprie case e masi a causa dello scoppio del conflitto. Le donne, i bambini e gli anziani furono assiepati su treni luridi e sovraffollati e condotti nei campi profughi in Austria, la maggior parte degli uomini invece fu inviata al fronte. Dei trentini non si fidava nessuno. I soldati morirono a centinaia, soprattutto in Galizia, in attacchi a oltranza perché troppo simili ai nemici di cui parlavano la lingua. Ciò valeva per i civili nei Barackenlager, i campi profughi austroungarici, lasciati a combattere tra di loro come cani affamati per accaparrarsi una coperta o un pezzo di pane nero in più. Al termine della Grande Guerra, tuttavia, ricomparsi nei paesi distrutti dalle bombe, furono ritenuti dagli stessi italiani “austriacanti” e delle possibili spie. Pertanto, intere famiglie furono sottoposte a costanti controlli e interrogatori.

In questo contesto storico è ambientato il romanzo Sette volte bosco dell’antropologa e ricercatrice Caterina Manfrini, pubblicato da Neri Pozza. Il titolo è un richiamo a un’espressione locale, “sette volte bosco, sette volte prato”, a indicare che la vita nei monti è fatta di cicli continui di cambiamenti. La terra una volta feconda e in seguito distrutta dalla violenza dell’uomo diventerà – se non come in passato – almeno somigliante a ciò che era.

I protagonisti sono due fratelli: Adalina, detta Lina, la prima a tornare dopo aver trascorso diversi anni nel campo profughi di Mitterndorf e avere seppellito entrambi i genitori lontano dalla loro casa. Emanuele invece si trova nel Sud Italia in un campo di prigionia, ferito dall’esplosione di una mina.

Come e quando hai iniziato a scrivere la storia di Lina e di suo fratello Emanuele?

Ho sempre avuto l’idea di scrivere una storia ambientata in questa zona, in queste valli e montagne durante la Grande Guerra. Volevo raccontare le vicende sia civili che militari, ma quando ho iniziato a metterle nero su bianco ho capito che il romanzo sarebbe stato ambientato nel periodo immediatamente successivo. Prima è nata Adalina poi il fratello, e all’inizio non pensavo che lui avrebbe avuto un ruolo così importante. Il compasso con cui mi sono mossa per la storia è stata l’ambientazione: il maso e la valle, e lo stretto rapporto tra i personaggi e gli ambienti che li circondano. 

Che cosa ti ha portata a raccontare proprio loro e questo determinato momento storico?

Era un progetto a cui pensavo da tanto tempo, dato che fin dalla mia prima infanzia ne sentivo parlare anche in casa. Si raccontava di un nonno Kaiserjäger che aveva combattuto sull’Adamello, oppure della bisnonna sfollata a Mitterndorf. Le loro vite sono i contorni di questa storia ma la trama è frutto della mia fantasia. Infine, ammetto che amo molto le ambientazioni storiche, anche il mio esordio Cugini, un libro per ragazzi edito da Carta Bianca nel febbraio 2024, si svolge durante la Seconda Guerra Mondiale.

Quando la montagna racconta: intervista a Caterina Manfrini

“Sette volte bosco” è il romanzo d’esordio di Caterina Manfrini ed è uscito per Neri Pozza nel 2025 (pp. 208, € 18,00) nella Collana I Narratori delle Tavole.

I ricordi della Grande Guerra in Trentino sono molto presenti: come ti sei documentata sulle battaglie sul Lagazuoi e del monte Pasubio? Ti sono stati d’aiuto gli studi da antropologa?

Sin da bambina ho frequentato tantissimo il Pasubio. Sulla montagna si possono toccare con mano i resti di ciò che è accaduto: dalle tracce più grandi come le trincee e una centralina elettrica, fino a quelle più piccole come i chiodi o le lattine. Poi sono stata anche sul Lagazuoi e lì ho visitato il museo dei Kaiserjäger. Per quanto riguarda la ricerca storica ho consultato molti documenti negli archivi, la mia formazione da antropologa mi è stata d’aiuto, ma in particolare il periodo in cui ho lavorato per il Laboratorio di storia di Rovereto che si occupa soprattutto di ricerche familiari. Grazie a loro ho imparato a muovermi negli archivi, i quali sono ormai quasi tutti digitalizzati e di facile consultazione. Oltre a ciò ho utilizzato molto le fonti delle persone civili, la Fondazione Museo storico del Trentino ha un archivio di quaderni, alcuni scritti da donne che in quel periodo erano profughe nel territorio asburgico, e mi ha colpito molto il loro modo semplice ma forte e poetico di descrivere gli eventi vissuti.

I tuoi personaggi usano molte espressioni dialettali, in particolare hai scelto di scrivere anche in cimbro, un antenato del tedesco. Lo conoscevi o ti sei fatta aiutare da qualcuno delle comunità di Folgaria?

Il cimbro lo conoscevo solo un po’, di certo non saprei parlarlo e nemmeno scriverlo. Sono andata spesso all’istituto cimbro Kulturinstitut Lusérn e mi sono fatta consigliare. Hanno dei dizionari e dei corsi online che si possono seguire. Penso che il dialetto o il cimbro siano le uniche lingue che riescano a rendere in modo autentico e immediato i concetti e gli aspetti della vita dell’epoca. Ammetto che all’inizio avevo timore che questa scelta fosse difficile o pesante per i lettori.      

Le leggende sia trentine sia sudtirolesi nel tuo romanzo hanno una parte molto importante. Ti sei affidata ai ricordi delle narrazioni orali delle nonne oppure hai consultato anche testi scritti? Penso, ad esempio, alle Leggende delle Dolomiti di Carlo Felice Wolff. 

Un misto. Per quelle più locali di Terragnolo ho usato le fonti orali che sentivo in famiglia o che ho trovato in loco, per quanto riguarda le dolomitiche ho letto esattamente quel libro. Inoltre, per i dettagli più specifici sulla figura dell’Anguana mi sono affidata a un testo molto bello e preciso intitolato Cimbri di Umberto Matino, uno dei loro più grandi studiosi.

Quanto hai impiegato a scrivere questo libro?

Il libro in sé non molto, tra la stesura della prima pagina a quella finale sono stati sei-sette mesi. Poi con il periodo di riletture e revisioni più di un anno, per quanto riguarda le ricerche queste mi hanno accompagnato anche precedentemente. 

Il paesaggio nel libro ha lo stesso valore di un vero e proprio personaggio. I boschi e le cime sono loro stessi mutilati e vittime delle bombe, ma sarà anche grazie a essi che Emanuele riuscirà a ricostruirsi un futuro dopo le trincee. Com’è il tuo rapporto con la natura e quanto questo ha influito sulla tua scrittura?

Mi sono sempre interrogata su dove ambientare le mie storie. Il mio rapporto con la natura è cambiato nel momento in cui ho deciso che le mie storie avrebbero preso vita nei posti che conoscevo meglio. Quando ne scrivo diventano magici, non solo le leggende ma anche il profilo storico che quasi tutte le vette qui hanno. Da quando ho iniziato a raccontare i luoghi anche in modo letterario il rapporto si è fatto più profondo e attento e le mie passioni sono cresciute parallelamente. 

Quali scrittrici hai amato crescendo? Chi pensi ti abbia formata o ispirata nel tuo percorso?

Prima di tutto direi Mario Rigoni Stern. Sicuramente Antonia Pozzi, tanto che avrei voluto mettere un frammento di una sua poesia in esergo ma poi risultava troppo lungo. Poi Alba de Céspedes e altri autori classici, quali Calvino e Fenoglio.

Ben Eccher

Giurista di giorno, lettrice di sera, gattara sempre. Ha oltrepassato la linea di confine dei trenta e anche quella del Brennero. Da dodici anni abita in Austria: per i tirolesi è l’italiana e per gli italiani la tirolese, vive dunque il dilemma di Balto: non è cane e non è lupo, sa solo quello che non è. In perenne crisi di identità, alla domanda: ma tu in che lingua sei te stessa risponde che non lo sa, in tutte e due, anzi, forse è veramente lei quando legge e indossa le parole degli altri.

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