Immagine: L’autrice groenlandese Niviaq Korneliussen, photo credit Lucia Fontana

Niviaq Korneliussen racconta la Groenlandia tra lutto e identità

Intervista alla prima autrice groenlandese vincitrice del Premio del Consiglio Nordico

La Groenlandia ha un’anima bianca, come quella dei suoi paesaggi innevati.
La Groenlandia ha un’anima rossa, come quella del sole di mezzanotte che, in alcuni periodi dell’anno, non tramonta mai.
La Groenlandia ha un’anima nera, come quella dei giorni più duri, dove a mancare non è solo la luce naturale, ma anche una prospettiva di vita.

L’isola dell’estremo nord è il paese con il più alto tasso di suicidi al mondo. A livello mondiale, il tasso medio all’anno è di 9 ogni 100 mila abitanti. Tra il 2015 e il 2018 in Groenlandia è stato mediamente di 81,3 ogni anno; negli ultimi dati disponibili, riferiti al 2021, è sceso a 59,9, ma resta elevato, oltre sei volte superiore alla media. La maggior parte delle persone che si suicidano sono maschi tra i 20 e i 24 anni d’età (tra i maschi il tasso di suicidi è 87 per 100 mila abitanti); la quasi totalità sono di etnia inuit, come l’88 per cento della popolazione groenlandese.

Più che il freddo e il buio invernali (i suicidi sono più frequenti durante il breve periodo estivo), hanno un ruolo l’isolamento geografico e la perdita di identità culturale, visto il passato coloniale: la Groenlandia ha ottenuto dalla Danimarca proprie istituzioni di governo nel 1953 e ampi margini di autonomia solo nel 2009. Si tratta di fattori che possono accrescere il senso d’alienazione, sia tra chi rimane nelle città svuotate sia tra chi va a studiare o lavorare in Danimarca, dove non è facile integrarsi appartenendo a una minoranza discriminata anche dopo la fine del colonialismo. Ciò ostacola i programmi di prevenzione governativi che, da una parte, si scontrano con la mancanza di fondi e personale, dall’altra, con la riluttanza a parlare della realtà dei suicidi in ambito istituzionale e familiare.

Prova a rompere questo muro di silenzio Niviaq Korneliussen ne La valle dei fiori, edito da Iperborea, vincitore del Premio del Consiglio Nordico 2022, assegnato per la prima volta a un’autrice groenlandese.

Il romanzo è organizzato in quarantacinque capitoli numerati regressivamente, accompagnati da poche righe che, come delle pennellate in chiaroscuro, tratteggiano le circostanze che hanno portato al suicidio di personaggi anonimi. Un countdown di storie tenute insieme dalle vicende della protagonista, una giovane di Nuuk, capitale della Groenlandia, che va a studiare a Copenaghen. Il senso di inadeguatezza per il suo corpo (troppo grosso) e la sua pelle (troppo scura) non la fanno integrare con i compagni di università, contrariamente a quanto pensa la sua famiglia. Sprofonda così in una solitudine vertiginosa che avvertiva già da piccola, quando si rifugiava nel Monte Corvo, spingendosi fino alla valle dei fiori di plastica, costellata di croci dimenticate e senza nome, tante quanti i groenlandesi morti suicidi. Un sentimento che si acuisce quando ritorna nell’isola per un lutto che la tocca da vicino. 

La casa editrice specializzata in letteratura nordeuropea ha portato quest’anno in Italia anche l’esordio di Korneliussen, Una notte a Nuuk (entrambi i romanzi sono tradotti da Francesca Turri), in cui attraverso flussi di pensieri, confessioni, lettere e messaggi delle cinque voci protagoniste, ci immergiamo in quello che significa essere giovani e queer in Groenlandia, alla ricerca di sé e del proprio posto nel mondo. «Trovi casa solo quando trovi te stesso», dice uno dei protagonisti.

Temi scomodi, sperimentazione strutturale, commistione linguistica, ambientazioni esterne specchio di personaggi tridimensionali sono alcuni dei tratti della scrittura di Niviaq Korneliussen che assume colori diversi, proprio come quelli della sua terra d’origine, protagonista dei suoi libri e della sua identità personale e letteraria. 

Hai iniziato a scrivere in un contesto in cui la letteratura groenlandese contemporanea aveva pochi riferimenti internazionali. Sentivi più l’urgenza di colmare un vuoto o di inventare uno spazio nuovo?

Da ragazza ho sentito molto la mancanza di una letteratura groenlandese in cui potermi rispecchiare. Così, quando ho iniziato a scrivere i miei libri, avevo in mente soprattutto i giovani. Scrivo per loro, perché è importante che possano vedersi riflessi nella letteratura. Soprattutto in un Paese dove la scena letteraria è piccola e dove relativamente poche persone leggono. In un certo senso, volevo creare qualcosa in cui i giovani lettori potessero riconoscersi; e al contempo, speravo di suscitare un interesse più ampio per la letteratura stessa. Ma non si tratta solo di scrivere per i giovani. Si tratta anche di contribuire a creare uno spazio, una piattaforma in cui possa nascere creatività, dove le persone siano invitate a pensare, riflettere, magari anche a riconsiderare alcune cose.

Scrivi sia in groenlandese sia in danese, con alcune brevi incursioni nell’inglese. Quanto cambia la tua voce a seconda della lingua? E quanto pesa per te il passaggio attraverso la traduzione, per esempio in italiano?

Ho un rapporto molto più naturale con la mia lingua madre groenlandese; è lì che risiedono le mie emozioni. È la lingua in cui sento di poter dare alle mie frasi toni e consistenze del tutto diverse. Posso farlo anche in danese, ma, in un certo senso, è più pratico per me. Non penso che la mia voce cambi radicalmente tra le due lingue, soprattutto perché sono molto attenta a preservare la stessa energia e lo stesso tono quando scrivo. Una delle libertà che ho nel tradurre le mie opere è che non sono vincolata al manoscritto originale: posso restare flessibile e attenta alla voce. Le due versioni possono differire nella formulazione, ma entrambe mi appartengono, perché le ho scritte io.
Per quanto riguarda le traduzioni in altre lingue, non ho un rapporto particolarmente forte con esse. Ciò che conta per me è che i traduttori siano competenti e che l’essenza groenlandese della storia venga preservata, che i lettori possano percepire, vedere e sentire che il racconto si svolge in Groenlandia, e non in uno spazio generico e internazionalizzato. Oltre questo, dal momento che non posso leggere la maggior parte delle altre lingue, arriva un punto in cui devo lasciar andare l’opera e affidarmi ai traduttori.

Nei tuoi libri, e in particolare in Una notte a Nuuk, le questioni di genere, sessualità e appartenenza sono centrali. Quanto pensi che la letteratura possa influenzare la percezione della comunità LGBTQ+ in Groenlandia e, più in generale, fuori dai confini nazionali?

Non sono del tutto certa di quanto i miei libri influenzino davvero il modo in cui le persone vedono le cose. Ciò in cui credo – ed è il motivo per cui penso che leggere sia così importante – è che la letteratura può aprire nuove prospettive. Può allentare atteggiamenti radicati e offrire uno sguardo su esperienze o questioni con cui magari non ci si è mai confrontati. Quando leggiamo storie che ci mettono alla prova, o con cui non siamo necessariamente d’accordo, acquisiamo comunque conoscenza. E con una maggiore conoscenza spesso arrivano meno pregiudizi.
Il pregiudizio non è necessariamente indice di essere cattive persone, spesso deriva dall’incertezza o semplicemente dal non sapere. Forse, quindi, i miei libri hanno contribuito a una maggiore comprensione o consapevolezza in questo senso. Ma non scrivo con l’intenzione di cambiare l’opinione di tutti sulla comunità LGBTQ+. Scrivo affinché le persone all’interno di quella comunità possano sentirsi viste, comprese, riconosciute; perché ci sia una voce che si protende verso di loro, non che parli per loro, ma con loro.

Nella foto, le copertine dei romanzi di I romanzi di Niviaq Korneliussen

I romanzi di Niviaq Korneliussen, La valle dei fiori (prima edizione 2023, pp. 320, € 18,50) e Una notte a Nuuk (prima edizione 2025, pp. 224, € 18), editi da Iperborea, con la traduzione di Francesca Turri


Con La valle dei fiori affronti il tema del suicidio, una ferita collettiva in Groenlandia. Come sei arrivata a questo nucleo narrativo e quali sfide hai incontrato nel renderlo raccontabile?

Quando ho iniziato a scrivere la storia su una giovane groenlandese che si trasferisce in Danimarca e affronta razzismo, differenze culturali e barriere linguistiche, non immaginavo che sarebbe diventato un libro sul suicidio. Avevo deciso che la protagonista avrebbe posto fine alla propria vita alla fine del romanzo, ma non pensavo al suicidio come nucleo tematico. Credevo di star scrivendo dello sradicamento, di qualcuno che si trasferisce all’estero e fatica a trovare un senso di appartenenza. Ma lavorandoci non riuscivo a sentire la storia. Ho perso motivazione molto rapidamente, anche perché questa narrazione – un groenlandese che si allontana e non si sente a casa – è una storia che ho sentito raccontare mille volte. Non mi smuoveva.
Poi, nel corso degli anni, insegnando laboratori di scrittura ai giovani, ho incontrato tanti ragazzi che avevano vissuto esperienze indicibili e non ricevevano alcun aiuto dal nostro sistema. Quello è stato un punto di svolta. Ho capito davvero quanto profondamente il suicidio segni la nostra società. Lo sapevo già, certo; ho perso molte persone per suicidio durante la mia infanzia e giovinezza, ma non ci avevo mai riflettuto, perché era diventato quasi normalizzato, qualcosa di tragico ma familiare. Incontrare quei giovani mi ha fatto capire quanto fosse ancora tabù come argomento e quanto disperatamente avessimo bisogno di parlarne. Scrivere è diventato, almeno per me, un modo per cercare di comprenderlo meglio. Da lì, il nucleo narrativo ha iniziato a spostarsi.
Ma avevo molte preoccupazioni: non volevo ferire persone già vulnerabili, né criticare chi aveva bisogno di sostegno. Non volevo ri-traumatizzare i lettori. Così sono stata molto attenta alla storia che volevo raccontare. Nel libro c’è una forte critica al sistema, e ho dovuto costantemente bilanciare le implicazioni etiche e morali nel ritrarre persone in una crisi profonda, pur restando sincera. Perché se come scrittrice sono solo cauta, la storia non risulterà autentica. Ho cercato di essere il più onesta possibile riguardo alla mia visione della società. Ci è voluto tempo per credere di avere il diritto di raccontare questa storia e che potesse davvero essere utile a qualcuno.

La dimensione del lutto e della perdita permea il romanzo. Quanto ha contato, nella costruzione dell’opera, il silenzio – quello della famiglia, della società, del Paese – e quanto invece la necessità di romperlo?

Il silenzio ha un ruolo cruciale nel romanzo perché riflette la realtà groenlandese: esperienze di lutto, perdita e suicidio vengono spesso taciute, sia nelle famiglie sia nella società. Questo silenzio porta con sé un peso, un dolore sotterraneo che modella profondamente la vita di chi lo attraversa.
Proprio per questo, per me era importante rompere quel silenzio nel libro. Volevo dare voce a esperienze che spesso restano inascoltate, per mostrare che è necessario parlarne. Non per offrire soluzioni, ma per riconoscere il dolore e creare uno spazio in cui i lettori possano sentirsi meno soli.

Nelle tue storie, le dinamiche familiari hanno un peso forte. Quanto questa scelta nasce da esigenze narrative e quanto, invece, da una ferita generazionale reale?

La famiglia, nella mia scrittura, appare spesso come un nodo complesso e talvolta doloroso, e questo riflette ferite generazionali reali tanto quanto serve a una funzione narrativa. In Groenlandia, molte persone che muoiono per suicidio portano traumi vissuti nell’infanzia o nella giovinezza, dolori irrisolti che plasmano la loro vita e che, tragicamente, a volte li portano a cercare una via d’uscita. Questa è, purtroppo, la realtà di molte famiglie in Groenlandia. Ci sono nuclei che hanno bisogno di un supporto profondo, e questi schemi di trauma e difficoltà sono intrecciati nel tessuto sociale, parte del nostro DNA collettivo, in un certo senso, tramandato di generazione in generazione. Anche se è difficile dire esattamente come questo peso generazionale inevitabilmente influenza le relazioni, l’identità e le storie che racconto.

Nei tuoi romanzi, il paesaggio è sempre in tensione con la città: la capitale Nuuk, con le sue feste e la sua alienazione, oppure le valli e i ghiacci della Groenlandia orientale come specchio interiore. Quanto lavori consapevolmente su questa opposizione tra urbanità e natura per darle forza narrativa?

Sono molto consapevole della complessità del rapporto tra natura ed esseri umani, e di quanto siamo profondamente connessi alla natura soprattutto in un luogo come la Groenlandia, dove essa ha un ruolo centrale. I contrasti tra vita urbana e mondo naturale mi affascinano, soprattutto nel contesto della nostra storia coloniale, in cui ci è stato insegnato a cercare di controllare il tempo e dominare la natura. Eppure i nostri corpi e le nostre menti sanno molto bene che non possiamo davvero comandare né l’uno né l’altra. Rifletto spesso su questa tensione. Al contempo, la società groenlandese e i suoi giovani sono sempre più in dialogo con il mondo, sempre più internazionali, soprattutto grazie ai social media. Quindi sì, c’è sicuramente un gioco dinamico tra queste forze – l’urbanità e la natura – e io ne sono molto consapevole mentre scrivo.

La tua scrittura ha una forte componente sperimentale: chat, post e voci multiple in Una notte a Nuuk; una struttura netta e drammatica, segnata dal countdown dei suicidi, in La valle dei fiori. Cosa ti guida nelle scelte formali?

Credo che le mie scelte formali emergano in modo naturale da ciò che voglio trasmettere e da come voglio che il lettore viva la storia. In Una notte a Nuuk, ho inserito chat, post e voci multiple perché il modo in cui comunichiamo – soprattutto i giovani – è cambiato profondamente. Gran parte della comunicazione avviene attraverso i social media e la tecnologia, e questo mi affascina. Modella incomprensioni, crea distanza, ma anche connessione. Volevo riflettere quella realtà nella struttura del libro. In La valle dei fiori, il conto alla rovescia dei suicidi crea un ritmo e un’intensità che rispecchiano la pressione e la gravità della realtà che sto raccontando. Al contempo, mi permette una certa libertà nella scrittura: posso essere onesta, esplorare narrazioni diverse sul suicidio e sperimentare con la forma in modi che sento autentici rispetto alla storia. In definitiva, le mie scelte formali sono guidate dalla storia stessa.

Stai lavorando a nuovi progetti? Continuerai a esplorare i temi che ti sono cari o pensi di muoverti verso territori diversi – di genere, forma o ambientazione?

Questo periodo mi ha dato molto tempo e spazio per dedicarmi a qualcosa su cui non riuscivo a concentrarmi prima. Come scrittrice freelance in Groenlandia, devo lavorare molto per sostenere la mia carriera. Poiché la nostra scena letteraria è così piccola, spesso sono costretta a viaggiare continuamente per guadagnarmi da vivere con la scrittura. Avere del tempo a casa mi ha permesso di esplorare forme con cui non avevo ancora avuto modo di confrontarmi. Ed è qualcosa che si collega al mio prossimo progetto, un nuovo romanzo, anche se è ancora troppo presto per dire esattamente di cosa tratterà. La forma è un po’ diversa, ma le storie restano familiari: sono radicate in Groenlandia, perché è lì che si trova il mio cuore. Certo, scrivo per la mia gente, per i giovani, per coloro che sento di sostenere. Ma devo anche fare attenzione a non assumermi la responsabilità di rappresentare l’intera società solo perché ho una voce. Mi ricordo spesso che il motivo per cui scrivo è che amo farlo. Amo lavorare con il linguaggio, e sono sempre attenta a conservare quel piacere: la scrittura è prima di tutto per me, e quella gioia cerco di preservarla sempre.

Cosima Ticali

Quando lavora scrive, quando non lavora scrive: una vita word in progress. Giornalista, SEO content writer, raccontastorie. Tra le sue pubblicazioni: i racconti Viva Palermo e Santa Rosalia, inserito nella raccolta “Palermo Geografie del mistero”, edita da Giulio Perrone Editore, La seicento verde, pubblicato nella rivista letteraria Margini, edita da Navarra Editore, Cocciu d’Amuri e Casa dolce casa usciti su Narrandom. Caracas, Bagheria, Bologna, Madrid le città in cui ha vissuto. Cambridge quella in cui vive. Spagnolo, inglese, francese le lingue che parla. Islandese quella che vorrebbe imparare. Mentre visitava l’Islanda si è detta: “Verrò a scrivere qui, prima o poi”. Intanto, legge di questa terra.

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