Immagine: La scrittrice Sara Mesa. Foto di Sonia Fraga

Il silenzio è un luogo vivo: conversazione con Sara Mesa

Intervista alla scrittrice spagnola finalista al Premio Strega europeo nel 2022: "Il solo fatto di scrivere libri che non cercano di essere commerciali, che non trattano i lettori come clienti, mi sembra una forma di resistenza"

Sara Mesa sa che la complessità è l’unico linguaggio sincero. Nata a Madrid nel 1976 e cresciuta a Siviglia, l’autrice spagnola esplora l’animo umano con una scrittura che mescola la durezza della realtà alla delicatezza delle emozioni più impercettibili. Nei suoi racconti e romanzi, mette in luce la fragilità delle relazioni umane, attraversando silenzi e tensioni sommerse che ne tracciano i bordi. In Cicatrice (Bompiani, 2017, tradotto da Sara Cavarero), uno dei suoi romanzi più noti, affronta il tema del controllo e dell’ossessione con un’intensità rarefatta, mentre in Un amore (La Nuova Frontiera, 2021, tradotto da Elisa Tramontin) esplora il sottile confine tra libertà e dipendenza, ambientando la storia in un villaggio che lentamente sembra acquisire un’identità propria, capace di plasmare il destino dei suoi abitanti. Nel suo ultimo romanzo, La famiglia (La Nuova Frontiera, 2024, tradotto da Elisa Tramontin), Mesa scava nei meandri più intimi e oscuri dei rapporti familiari, dove l’amore si intreccia con la manipolazione e ogni parola, ogni silenzio occupa uno spazio, che può trasformarsi in atto di resistenza.

La scrittura di Mesa si distingue per la capacità di dare corpo all’invisibile. Nei suoi libri, la scrittrice spagnola scardina la superficie dei legami e penetra nell’essenza umana, rispettandone la complessità senza vani tentativi di semplificazione. D’altronde, come lascia intendere lei stessa, sono proprio queste sfumature che ci distinguono dall’intelligenza artificiale: là, dove i sentimenti non arrivano, ci sono soltanto algoritmi e lamiere.  

Sara Mesa, partiamo dall’inizio: nei tuoi romanzi, da El trepanador de cerebros a Cicatrice e Un amore, esplori temi come la vulnerabilità, l’isolamento e il conflitto interiore. Segui consapevolmente un filo conduttore o ti lasci guidare da ciò che ti colpisce nel momento della scrittura?

Entrambe le cose. Senza dubbio c’è un filo conduttore, ma non è qualcosa che cerco attivamente, è il risultato di tanti anni passati a scrivere storie, basate sull’osservazione, sul mondo che ho vissuto o su quello che mi è vicino oggi. Lascio che la scrittura emerga in modo spontaneo senza un piano preciso, anche se va a finire che si raccoglie sempre intorno alle tematiche che hai elencato. Lo sguardo ha vita propria, si deposita dove vuole e il mio si deposita sempre lì.

Nel tuo ultimo romanzo, La famiglia, ripercorri la vita di una famiglia che, sebbene appaia perfetta, si fonda su un sistema di segreti denso o, peggio, melmoso. Qui il silenzio non è solo assenza di parole, ma una potente presenza che modella le relazioni tra i personaggi. Come si racconta qualcosa di così immateriale?

Il silenzio è uno strumento estremamente potente: come tecnica narrativa si articola attraverso l’ellissi, la suggestione, ciò che esiste ma non viene detto. Oltre a questo però il silenzio può rappresentare anche una forma di sorveglianza o di censura e, soprattutto, può rappresentare una forma di potere. Ne La famiglia questo è evidente perché molte cose non vengono dette per paura: ci sono occultamenti, segreti, doppie vite. Nel romanzo il controllo su ciò che si può dire e ciò che non si può dire è totale, per questo laddove c’è il silenzio non c’è affatto uno spazio vuoto. Al contrario, il silenzio conquista ogni pertugio: dalle fessure più sottili fino alle anime più sconfinate. Nella mia scrittura e in particolare in questo ultimo libro, io penso, pongo e scrivo forma e contenuto su un unico piano: in questo modo, l’invisibile può esistere e occupare spazio.

Leggerti mi ha fatto pensare a Natalia Ginzburg, che come te ha affrontato temi legati alla vulnerabilità umana. In un momento storico in cui il conservatorismo sta prendendo sempre più piede, credi che sia ulteriormente importante dar voce a queste fragilità e mettere in luce le difficoltà che segnano l’esistenza di molte persone?

Mi viene in mente anche Fleur Jaeggy, cresciuta in Svizzera e naturalizzata italiana, che tratta questa materia con straordinaria intensità. Non so dire se questo momento storico richieda più o meno un certo tipo di narrazione, ma so che la narrazione deve sempre andare alla radice della complessità umana, e ciò include, naturalmente, le sue zone oscure. La narrazione è fragilità; individuarne e mantenerne l’essenza, dal momento dell’osservazione a quello della trasposizione, è invece la sfida di chi scrive. La narrativa eroica non mi è mai interessata.

Scrivere, per te, è rivendicare un particolare immaginario? Oppure racconti le sfumature dell’animo umano senza necessariamente sfidare il sistema?

Parlando di capitalismo il sistema si sfida nel momento in cui si osa vivere con la parola scritta, con la letteratura, raccontando storie che vengono pubblicate in libri, vendute nelle librerie, prestate in biblioteca.  Questo significa ribellarsi all’attuale tecnologizzazione e alla velocità vertiginosa che il sistema impone. Il solo fatto di scrivere libri che non cercano di essere commerciali, che non trattano i lettori come clienti, mi sembra una forma di resistenza. La fragilità umana invece, affiora dalla semplice osservazione che, in questo caso, diventa anche atto di testimonianza.

Il silenzio è un luogo vivo: conversazione con Sara Mesa

L’ultimo romanzo di Sara Mesa pubblicato in Italia è “La famiglia”, uscito per La Nuova Frontiera a febbraio 2024 (€ 17,50; 224 pagine): un romanzo corale che abbraccia diversi decenni nella storia di una famiglia di classe media apparentemente normale.

L’atto di testimonianza implica una selezione; oserei dire che i dettagli che attirano il nostro sguardo definiscono chi siamo, sei d’accordo? E, in questa ottica, c’è un aspetto della tua vita personale, un’esperienza o una sensazione che senti di avere trasferito nei personaggi delle tue storie?

Sono più che d’accordo e, infatti, anche se non ho trasferito volutamente miei aspetti personali nei personaggi, in senso lato la mia scrittura è completamente permeata dalla mia vita. Tutto ciò che scrivo è condizionato dal mio modo di pensare e vedere il mondo, dalle mie esperienze personali o da quelle di chi mi circonda. Gli scrittori sono vampiri che rubano tutto ciò che possono dalla vita per scrivere su di essa. Soltanto le intelligenze artificiali sono estranee a ciò che creano.

L’umano invece si mescola alla sua arte. E la mette in discussione: c’è qualcosa che avresti voluto esprimere diversamente nei tuoi primi libri, oppure ogni opera rappresenta un passaggio necessario nel tuo percorso?


Non rileggo mai quello che scrivo perché, se lo facessi, avrei la tentazione di modificare tutto o addirittura distruggerlo. Io sono cambiata, io cambierei. Tuttavia, capisco che la scrittura è una ricerca, un cammino che non finisce mai, e ogni passo è stato necessario. Ogni frase, ogni paragrafo, ogni capitolo scartato non rappresenta un passo indietro ma uno in avanti: anche i grandi capolavori contengono centinaia di pagine cestinate.

Ogni scrittore ha il proprio rituale creativo: Georges Simenon costruiva un albero genealogico dei suoi personaggi prima di iniziare a scrivere, Elizabeth Strout riempie la sua scrivania con post-it di immagini che ha in mente, selezionandole poi e connettendole tra loro. Altri scrittori, come Haruki Murakami, parlano di scrivere come una sorta di esplorazione dove non sanno esattamente cosa succederà. Il tuo processo creativo come si sviluppa?

Tra gli esempi che nomini, mi identifico di più con quello di Murakami: non c’è una pianificazione rigida in anticipo, non ci sono complicati processi di documentazione, non c’è uno scopo chiaro. Piuttosto, mi affido a ciò che emerge spontaneamente: la scrittura, per me, è una forma di esplorazione. Parto da queste intuizioni e lascio che il flusso mi guidi, senza che ci sia un disegno definitivo. La sfida è dare forma a questi frammenti di pensiero, come pezzi di un puzzle che non so ancora come si comporranno: è un processo organico, che si sviluppa nel momento stesso in cui lo vivo. È proprio nel movimento della scrittura, dell’improvvisazione che trovo il cuore pulsante della storia. Trovo innaturale pensare di avere già il disegno completo in mente prima ancora di prendere la penna in mano: le storie, tutte, si svelano a poco a poco.

Si è svelata a poco a poco anche la tua di storia, quella da scrittrice?


È così. Ho capito in modo molto graduale cosa sarei stata nella vita. Come diceva la scrittrice Hebe Uhart: non si nasce scrittor*, si nasce bebè. E, soltanto poi, cresciamo e, molto lentamente, diventiamo. Credo sia così per tutti, solo che qualcuno mente.

Quali sono le opere che ti hanno aiutato a diventare?

Assolutamente tutto ciò che ho letto fin da bambina: che mi piacesse o no, che lo ricordassi o meno, che fosse un classico o un contemporaneo. Ogni cosa che ho letto ha contribuito a formare la persona che sono oggi. Dall’universo dei fumetti della mia infanzia, alle pagine di Kafka, passando per la densità riflessiva di David Foster Wallace e la visione intensa di Cristina Morales. Ogni lettura, con la sua forza e la sua fragilità, ha lasciato un’impronta indelebile, e ogni autore ha contribuito a forgiarmi in modi che ancora non comprendo appieno.

Alice Maya Guerrini

Alice Maya Guerrini è una pubblicitaria fiorentina e una famelica lettrice. Laureata in Lettere e Filosofia tra Pisa e Bologna, ha completato il suo percorso accademico con un master in Giornalismo Culturale. Attualmente lavora per il Corriere della Sera e La Lettura, collaborando anche con realtà indipendenti come la Biblioteca Femminista Fiesolana 2b e Lay0ut Magazine. È scrittrice di racconti e amante del mondo onirico.

Condividi l'intervista

Iscriviti alla nostra Newsletter

Non perdere nuovi contenuti...