Nell'immagine, la copertina verde de Il Museo degli sforzi inutili, raccolta di racconti di Cristina Peri Rossi

"Il Museo degli sforzi inutili" di Cristina Peri Rossi

Dettagli. Dettagli semplici, spesso ordinari, che diventano simboli per tentare di capire e raccontare l’esistenza, da una prospettiva orizzontale a una verticale, dalla superficie al nucleo, come una matrioska che si scopre pezzo dopo pezzo. È questa la sensazione che si ha leggendo Il Museo degli sforzi inutili di Cristina Peri Rossi, riedito da Sur (uscito in lingua originale nel 1983, era stato pubblicato in Italia da Einaudi nel 1997), con la stessa traduzione di Vittoria Spada. 

Si parte dal racconto che dà il titolo all’intera raccolta. Attraverso i passi e gli occhi del protagonista entriamo in un bizzarro museo (luogo caro a Peri Rossi come testimonia l’opera antecedente Los museos abandonados) che cataloga gli sforzi inutili dell’umanità perpetrati nel tempo: «Un uomo aveva cercato di volare sette volte, munito di diverse attrezzature; alcune prostitute avevano tentato di trovarsi un altro impiego; una donna voleva dipingere un quadro; qualcuno si sforzava di non aver più paura; quasi tutti cercavano di essere immortali, o vivevano come se lo fossero». 

Non un posto in cui accorrono in tanti per conoscere e celebrare il talento umano ma, al contrario, un posto frequentato da pochi, in cui scorrere «sforzi inutili belli; altri, malinconici», a seconda di chi li guarda. Del resto, come sembra ricordarci lo strabismo di Virginia, l’unica impiegata che ci lavora, il cui compito è quello di «prendersi cura, quando entra nel Museo, della fugace memoria dei vivi», l’esistenza non può essere guardata – tantomeno vissuta – seguendo una direzione univoca e lineare. 

Il secondo racconto, Sulla corda, ci riporta nelle atmosfere de Il barone rampante di Italo Calvino (prima edizione Einaudi, 1957, ultima Mondadori, 2022) e del più recente Niente dell’autrice danese Janne Teller (traduzione di Maria Valeria d’Avino, Feltrinelli, 2014), con i rispettivi protagonisti, Cosimo Piovasco di Rondò e Pierre Anthon, che vivono su un albero. Il protagonista del racconto di Peri Rossi invece vive su una corda, sulla quale non fa salire nessuno. Unico punto di riferimento un funzionario in pensione a cui i genitori hanno affidato la sua sorveglianza dal basso. «Sosteneva che ogni creatura avesse il proprio spazio – la terra, l’aria, l’acqua – e non ci vedeva niente di strano nel fatto che il mio fosse la corda. Non solo: assicurava che soltanto le manipolazioni cui sottoponiamo il nostro istinto cambiano tali inclinazioni». Il rapporto tra i due si fa specchio di quello che rappresenta o potrebbe rappresentare il legame padre-figlio e, in senso più ampio, tra un giovane che cerca il suo posto nel mondo e un anziano che sente di non avere più il tempo di farlo, non come vorrebbe: «Se avessi meno anni», mi diceva, «proverei anch’io a vivere lassù». 

Il confronto generazionale è presente poi nel racconto Mercoledì, dove un giovane senzatetto viene invitato a condividere cibo e confidenze con due amiche anziane sedute su un muretto dopo che una le chiede conferma di che giorno della settimana sia.
«Noi vecchi», mormorò, «dobbiamo cavarcela da soli».
«Noi pure», aggiunsi.
«Hai visto?», disse la donna che aveva parlato per seconda. «Te l’avevo detto che questo mondo non è adatto nemmeno per i giovani. Anche loro devono scappare».
[…]
«Questo mondo non è adatto per nessuno», rifletté ad alta voce. 

Il confronto si fa quindi riflessione, denuncia come in altri racconti, tra cui Bandiere, che parte con un incipit incisivo, inaspettato, come un colpo di pistola: «Per ogni uomo morto, una bandiera in regalo». La scrittrice uruguayana contrappone, da una parte, le famiglie che ricevono una bandiera per i caduti in guerra, dall’altra, quelle che le confezionano. In mezzo, ci sono quelle che le collezionano come «pezzi rari», fino a far nascere un mercato nero, nero – sembra dirci sottotraccia l’autrice – come è diventato il nostro legame con il mondo: «Questo indegno traffico però non tocca la maggioranza delle famiglie del paese, che con grande zelo continua a produrre bandiere. Tutto ciò rivela l’alto grado di patriottismo di cui godiamo attualmente». 

È nel racconto La città che la denuncia sociale si fa chirurgica, pungente. Il protagonista interpella l’amico Juan per aiutarlo a decifrare la città che ogni notte gli appare fugace, scontornata in sogno. L’unico interesse di Juan è ricostruire e cambiare gli esiti della battaglia di Waterloo sul pavimento del soggiorno. Impresa a tratti grottesca, come può esserlo la violenza umana: «La mia mano sinistra ignora ciò che fa la destra», diceva, «e siccome ho poca memoria, come la maggior parte dei popoli del mondo dimentico subito i massacri e le ingiustizie che alcuni hanno commesso, ripristino un generale defenestrato, decoro un traditore, riporto alla sua posizione sul campo un soldato caduto, bombardo città, e tutto impunemente». Parole scritte più di quarant’anni fa che riecheggiano con grande forza e attualità.

In questo racconto, il più lungo della raccolta, troviamo un altro dei temi più cari e autobiografici di Peri Rossi: il senso di appartenenza. Nata nel 1941 a Montevideo, la scrittrice si autoesilia a Barcellona nel 1972, mentre in Uruguay si scatena la caccia ai militanti di sinistra (lei scrive per il giornale comunista El Popular e ha pubblicato una scandalosa raccolta di versi erotici) e una lunga dittatura militare pochi mesi dopo la sua partenza. Dal momento in cui intraprende il viaggio per mare compiuto il secolo precedente dai bisnonni genovesi, ma in direzione opposta, l’autrice diventa straniera tanto nel luogo dove è nata e cresciuta, quanto in quello dove si trasferisce, dove il franchismo la priva dei documenti (problema che risolve con un matrimonio di facciata con un amico). Il protagonista del racconto dice: «Insolita quanto il paesaggio urbano spoglio di automobili, di porte girevoli e ascensori, era la sua sensazione di appartenere e nello stesso tempo di non appartenere a quello strano luogo. Nessuno lo riconosceva, cosa che lo stupiva, benché neppure lui riconoscesse nessuno; a volte lo prendevano per forestiero, altre lo trattavano come se avesse sempre vissuto lì». 

Intorno al senso di appartenenza ruota pure il racconto Le statue o la condizione dello straniero dove una piazza con le sue statue – tutte diverse e, al contempo, tutte uguali – rappresenta il simbolo identitario di una città, così come quello che può renderla anonima, irriconoscibile, quasi inesistente, come uno straniero: «Scoprii, allora, che la condizione dello straniero è il vuoto: non essere riconosciuti da coloro che occupano uno spazio, forti del solo diritto di occuparlo». Le esperienze dolorose, tra cui l’esilio forzato, divengono per Peri Rossi terreno fertile su cui coltivare riflessioni che plasmano la sua personalità e scrittura. «Emigrare significa convivere con tutti questi se del sé, sperando che nessuno prenda il sopravvento sull’altro», scrive Claudia Durastanti ne La Straniera (La nave di Teseo, 2019) e la scrittrice uruguayana cerca di tenere le sue parti in equilibrio. 

La ricerca di sé avviene nei luoghi che si abitano con la pelle – più spesso con l’idea di quel luogo, trasmutata da memoria e aspettative – ma anche attraverso le relazioni con l’altro, sia di natura amicale o amorosa, in cui al centro, oltre al sentimento, c’è la fiducia che si ripone in esso. Cosa succede, ad esempio, se la persona amata ci regala un oggetto prezioso e noi lo perdiamo? È questo il nodo narrativo attorno a cui ruota il racconto Punto fermo: «Ti regalo il punto fermo. È un punto di gran pregio, non perderlo. Conservalo per usarlo al momento opportuno. È il meglio che io possa darti e te lo do perché mi ispiri fiducia. Spero che tu non mi deluda». 

L’amore, come tutti i sentimenti vissuti in maniera totalizzante, può deludere e farci sentire sospesi tra due forze contrastanti: la leggerezza di una simbiosi commensale, da una parte, (ne sanno qualcosa balene e cirripedi, ottimi compagni di mangiate a base di plancton), la pesantezza di un rapporto parassitario, dall’altra (chiedete a un gatto alle prese con una zecca). Cosa succede quando una forza prevale sull’altra? Peri Rossi ci regala un’efficace istantanea in Storia d’amore: «Disse che mi amava e mi donò la sua vita. All’inizio, io mi sentii lusingato – era la prima volta che mi succedeva –, ma poi cominciai ad avvertire un dolore alla schiena. Non esistono vite leggere. Sono tutte difficili da portare». 

Dove trovare leggerezza e sentirsi a casa, a prescindere dal luogo in cui si vive e con chi si condivide la propria quotidianità? Peri Rossi la trova nella scrittura, come si legge tra le righe di Le strade della lingua: «Camminavo. Mi sentivo bene con il linguaggio. Camminavo; andavo e venivo senza una meta per i viali che si accendevano lentamente e, anche se andando si arriva sempre da qualche parte, sapevo che il mio andare portava solo all’interno delle parole, che è il luogo in cui mi sento al sicuro». 

La scrittrice si muove con sicurezza da un genere letterario all’altro: dal romanzo alla poesia, passando per i racconti, brevi, brevissimi, come quelli di questa raccolta, che l’hanno resa tra le più prolifiche (oltre quaranta le sue opere) e significative voci della letteratura ispanica contemporanea (nel 2021, è stata insignita del Premio Miguel De Cervantes, il riconoscimento più importante per scrittori e scrittrici di lingua spagnola). Ma non solo: come giornalista, saggista, traduttrice e attivista ha preso posizione contro ogni forma di censura e repressione sessuale, politica, religiosa.  

Tradotta in oltre quindici lingue, in Italia è possibile leggerla solo attraverso un’altra raccolta di racconti, Le difficoltà dell’amore, edita da La Tartaruga nel 2006, con la traduzione di Claudio Fiorentino. Un suo testo è contenuto in Un lungo respiro. Otto poemetti ispanoamericani del Novecento (Arcoiris, 2018), e Runas del deseo. Antologia poetica 1971-2004 per il marchio genovese Editorial de lo imposible, (2021). 

«Si direbbe che scrittrici come Peri Rossi ripetano senza saperlo (ma cosa significa sapere, in questa terra di nessuno dove passeggiano dinosauri e api regine?) l’oscuro archetipo del palazzo di Barbablù: stanze, corridoi di specchi, porte condannate o proibite, sempre porte per quelli che preferiscono l’orrore e la morte alla rinuncia ad aprirle», scrive Julio Cortázar nel prologo del libro di Peri Rossi, La tarde del dinosaurio del 1976. I due si sono conosciuti a Parigi, dove lo scrittore argentino si è trasferito e l’autrice uruguayana ha trascorso un breve periodo per sfuggire alla dittatura di Franco. Tra loro nasce un’amicizia «intima e irripetibile», testimoniata da un memoir che lei gli riservò (Julio Cortázar y Cris, Menoscuarto 2014), e dai versi che lui le dedica (presenti in Salvo il crepuscolo, raccolta di tutta la poesia dell’autore argentino, tradotta da Marco Cassini per Sur, 2022):

A volte penso che
potremmo conciliare gli opposti
trovare il centro immobile
della sfera
esci dai binari
diventa specchio vertiginoso
che concentra
nell’ultimo vertice
questa danza cerimoniale
che dedico alla tua presente assenza.

È innegabile che il loro rapporto abbia influenzato reciprocamente immaginari e parole. Anche in alcuni dei racconti de Il Museo degli sforzi inutili si ritrovano tratti del fantastico tipici della prosa di Cortázar, come in Istruzioni per scendere dal letto in cui il protagonista descrive come un gesto naturale per molti possa essere complicato, quasi spaventoso, per alcuni: «Ho paura di abbandonare il letto, la protezione delle lenzuola, la posizione orizzontale o inclinata. Perciò mi rifiuto di scendere. So che a terra dovrò stare in piedi, salutare le persone, parlare di questo e quello. Se ho annunciato che scendo e poi, quando è arrivato il momento di farlo, non me la sento, è ancora peggio, perché allora mia madre o mia sorella o mio zio o un’amica vengono a chiedermi che cosa succede. Cercano di farmi coraggio con parole accuratamente studiate e che, proprio per questo, mi riempiono di spavento». 

Come una trapezista, Peri Rossi si muove tra l’intimo e il grottesco, l’onirico e il sarcastico. Con uno stile tagliente e visionario, narra l’inutile per restituirgli dignità. Perché forse è proprio lì, in quegli sforzi minimi e quotidiani, che si nasconde il senso ultimo di restare umani. 

Cosima Ticali

Quando lavora scrive, quando non lavora scrive: una vita word in progress. Giornalista, SEO content writer, raccontastorie. Tra le sue pubblicazioni: i racconti Viva Palermo e Santa Rosalia, inserito nella raccolta “Palermo Geografie del mistero”, edita da Giulio Perrone Editore, La seicento verde, pubblicato nella rivista letteraria Margini, edita da Navarra Editore, Cocciu d’Amuri e Casa dolce casa usciti su Narrandom. Caracas, Bagheria, Bologna, Madrid le città in cui ha vissuto. Cambridge quella in cui vive. Spagnolo, inglese, francese le lingue che parla. Islandese quella che vorrebbe imparare. Mentre visitava l’Islanda si è detta: “Verrò a scrivere qui, prima o poi”. Intanto, legge di questa terra.

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