"Il detective sonnambulo" di Vanni Santoni

"Il detective sonnambulo" di Vanni Santoni

Qualche tempo fa, a una presentazione romana de Il detective sonnambulo, Vanni Santoni ha raccontato di aver inserito nella trama del suo romanzo un bambino in arrivo per dare un senso di speranza a uno scenario altrimenti troppo drammatico. A chi gli domandava se la scelta fosse dovuta a una sua eventuale paternità, lo scrittore ha risposto che, semmai, era frutto di una mancata paternità. 

È da questo elemento del romanzo che vorrei partire per una riflessione su Tanya, uno dei quattro personaggi principali de Il detective sonnambulo, e sul suo essere attivista e futura madre, in quest’ordine. 

Tanya compare nella trama del romanzo quando Martino, uno studente italiano che si è trasferito a Parigi, ha già incontrato la bella e misteriosa Johanna, se ne è innamorato e poi, da un giorno all’altro, si è ritrovato a indagare sulla sua scomparsa. La ricerca lo porta in una libreria di rue Amelot, poco più in là di République, dove si riunisce l’organizzazione antispecista e anarchica ARC23. È lì che incontriamo Tanya, alla testa di un tavolo di truciolato circondato da sedie ancora vuote, poco prima dell’inizio della riunione del gruppo. 

La voce narrante di Martino la descrive come “una ragazza di qualche anno più di me, forse pure oltre la trentina, capelli neri corti, frangetta e bob cut che sbucavano dal cappuccio tirato su, pallida come travertino e impegnata a ritoccare degli appunti”. Martino ne è attratto ma anche intimorito. “Alzò appena lo sguardo per registrare la mia presenza, e quando mi avvicinai e le dissi Bonsoir mi guardò di nuovo, senza squadrarmi ma con un’ostilità e un’insolenza preventive; poi si alzò, e nonostante fosse molto più bassa di me mi fece sentire schiacciato (se non a terra, al muro) e pensai che era bella, e a quel pensiero mi sentii ridicolo (…)”.

Insieme Martino e Tanya si mettono sulle tracce di Manfredi Contini della Torre, un giovane criptomilionario che ha fatto una misteriosa donazione in bitcoin ad ARC23 e che è stato fotografato insieme a Johanna mentre scendeva dal proprio jet privato. Tra i quattro personaggi si crea un intreccio sentimentale e di ruoli che da questo punto in poi sarà il motore della narrazione e che porterà i protagonisti in giro per l’Europa alla scoperta degli eccentrici progetti finanziati da Manfredi.

Mentre lo scopo della ricerca di Martino è fin dall’inizio quello di ritrovare Johanna, le vere ragioni per cui Tanya sta cercando Manfredi restano confuse finché Martino intuisce che l’attivista aspetta un figlio dal criptomilionario. Quando il suo sospetto viene confermato, la posizione di Tanya diventa in qualche modo più ambigua. 

“Che sono incinta di lui, a questo punto, lo avrai capito”, confida lei a Martino. “Questo mi dà qualche garanzia in più, del resto senza il bambino mi avrebbe già scaricata nel deserto cileno”. Tanya, in altre parole, sta sfruttando consapevolmente la gravidanza per ottenere da Manfredi fondi per i gruppi di attivisti con cui è in contatto. Come leggere questa scelta alla luce dei principi politici e morali che regolano il suo attivismo e dell’idea stessa di maternità che ci offre la società? Per Tanya è una decisione di coerenza o un elemento di contraddizione? Fino a dove possono spingerla i suoi obiettivi politici e a che costo?

Nel corso del romanzo, il punto di vista non sarà mai quello di Tanya, quindi i dubbi sulle sue emozioni e motivazioni resteranno pressoché irrisolti. Solo le supposizioni di Martino e qualche dialogo ci danno qualche elemento su quello che Tanya immagina per il suo futuro e per quello del bambino che arriverà. 

“Non si può dire che Tanya comunicasse molto, almeno su un certo piano. Mi teneva però aggiornato sui suoi progetti”. E ancora: “Era tuttavia nello stile di Tanya anche non dire mai le cose in modo completo, e nel suo quadro si proiettava un’ombra di non detto: il bambino, innanzitutto; il modo in cui avrebbe influenzato e già influenzava la sua relazione con Manfredi; la paura, forse, che la nuova scostanza di lui derivasse da questo…Di certo, però, non era disposta a mollare”.

L’originalità del personaggio di Tanya sta nelle modalità con cui la sua gravidanza viene descritta. Nel testo non ricorrono mai, riferite a lei, parole che siamo abituati ad associare al corpo delle donne in questa fase della vita, come “pancione”, “grembo”, “rotondità”, “ventre”. L’attesa di Tanya è fatta di azione e rivendicazione, di ideali, di tentativi di persuasione, come mostra questo lungo dialogo con Manfredi, in cui lei prova a convincerlo del reale impatto che i suoi finanziamenti avrebbero sulle cause che lei sostiene.

“Non ti rendi conto di quante cose buone potresti fare, con questi soldi. Di quante vite potresti cambiare (…) Tutto può avere un impatto”

“Oh, non raccontarla a me Tanya. Ne ho conosciuti, sai, di filantropi. O almeno gente che si crede tale. In America, poi, si porta molto. Scarichi dalle tasse qualche bella donazione, tiri su un museo nella tua città o tre scuole in Botswana, e ti senti pure un grand’uomo…”

“Io parlo di finanziare le cause, che è poi quello che abbiamo cominciato a fare”.

(…)

“L’idea di smuovere le coscienze non è mai sbagliata”.

“Sicuro, Tanya. Ma il tempo a disposizione è quello che è, e sai cosa smuove le coscienze di questa razzaccia di cui facciamo parte? I disastri, i gran pasticci. I casini già accaduti. L’olocausto ha smosso le coscienze. Hiroshima e Nagasaki, pure. Roba su questa scala. (…)

Facciamola corta, Tanya. Cosa vuoi? Dare un futuro a quel bambino? Ce l’ha. Ne ha quanto ne vuole, di futuro”.

“Dare un futuro al mondo in cui vivrà”.

Per usare i parametri individuati da Andrea O’Reilly, ideatrice del femminismo matricentrico e autrice di Maternità femministe, uscito da poco per Prospero editore con la cura e la traduzione di Veronica Frigeni, potremmo dire che Tanya contraddice in gran parte i dettami della maternità normativa (come privatizzazione e depoliticizzazione) per incarnare la maternità in senso opposto, come esperienza emancipata. 

Per O’Reilly, le caratteristiche principali di questo tipo di maternità sono l’agency (ovvero l’autodeterminazione, il potere decisionale) l’autorità, l’autenticità, l’autonomia e l’attivismo, solitamente negate alle madri nella società patriarcale. Penso siano questi gli aspetti che Tanya incarna con la sua figura irrituale e le sue apparenti contraddizioni.

C’è poi il tema della rabbia materna, legata al mito di Demetra come interpretato da Adrienne Rich nel suo Nato di donna. Tanya incarna questo aspetto in modo fisico ed estremo in una scena che giunge verso la fine del romanzo. Dopo essere stata ingannata da Manfredi con un gesto che pone in pericolo la salute del bambino in arrivo, lei monta col proprio corpo sopra quello di lui, insultandolo e prendendolo a schiaffi per ciò che le ha imposto contro la sua volontà. È una scena in cui si può cogliere il richiamo all’archetipo della dea greca, così potente da riuscire a salvare la propria figlia Persefone opponendosi a Zeus. 

Sul tema della collera materna si potrebbe aprire un intero capitolo, come in effetti O’Reilly fa nei suoi scritti, evidenziando come la rabbia possa diventare in alcuni casi strumento di attivismo (si veda quanto accaduto per esempio in Cile e in Argentina con la protesta delle madri per i desaparecidos). Siamo ben lontani dalla reazione impulsiva che ha avuto Tanya con Manfredi, ovviamente. E non è questa la sede giusta per andare oltre sull’argomento, ma è interessante vedere come Santoni sia riuscito a creare con Tanya un tipo di figura, quello della madre (o meglio, della futura madre) emancipata, politicamente attiva, arrabbiata, che ancora troviamo così di rado nelle narrazioni contemporanee.

Anna Ditta

Giornalista professionista, è nata in Sicilia e vive a Roma. È autrice dei libri «Belice» (Infinito edizioni, 2018) e, con Marco Passaro e Andrea Turchi, «Hotel Penicillina» (Infinito edizioni, 2020). Ha scritto articoli e approfondimenti per diversi giornali e riviste, tra cui Left, TPI, RomaToday. Suoi racconti e contributi culturali sono usciti su Cattedrale – Osservatorio sul racconto, Rivista Stanca e minima&moralia. Nel 2024 è stata tra i finalisti del concorso “8x8 – Si sente la voce”.

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