"Il coraggio delle donne" di Anna Banti
Tre donne corrono nei prati. Inciampano, rimangono impigliate nei rovi, una di loro non vuole andare avanti; ad alimentare la loro corsa è la paura. È con questa paura che si apre la raccolta di racconti Il coraggio delle donne di Anna Banti (Mondadori, maggio 2025), pubblicata per la prima volta nel 1940, in pieno governo fascista, quando il coraggio era obbligo morale degli uomini mentre le donne, silenziose e ubbidienti, erano madri di una nuova stirpe di eroi italiani.
A distanza di sessantacinque anni il gruppo editoriale milanese, insieme a Daniela Brogi, scrittrice, critica e docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università per stranieri di Siena, ripubblica i libri dell’autrice toscana il cui vero nome era Lucia Lopresti e che, oltre a romanziera, fu critica d’arte, traduttrice e saggista. Come spiega Brogi nello scritto alla conclusione del libro, spesso si ritiene che il referendum del 1946, che sancì la nascita della Repubblica Italiana, sia l’origine dei diritti delle donne in Italia in quanto, per la prima volta, furono chiamate a esprimersi nelle urne. I racconti di questo libro allargano la panoramica, mostrando le loro condizioni dell’epoca e come arrivarono a quel punto di svolta.
La raccolta comprende cinque racconti che si snodano dalla fine del 1800 ai primi decenni del ventesimo secolo e narrano alcuni frammenti di vita delle protagoniste, diverse per età ed estrazione sociale; ad accomunarle la paura che combattono con coraggio.
Amina è la prima che incontriamo. A permeare la sua storia è il terrore per il marito e la furia violenta dell’uomo nel non avere trovato le donne in casa ad accoglierlo. Felicina, invece, è intrappolata in una sorte che i pettegolezzi degli altri hanno deciso per lei. Poi c’è Sofia che, insieme ad altre due donne, amiche e compagne di stessi ideali, trascorre i mesi estivi a leggere, riflettere e discutere. Si diverte a scioccare tutti con la sua nudità in spiaggia e con l’intraprendenza che la porta a scalare le montagne; “indipendente”, la reputavano i villeggianti.
“Donna indipendente valeva a quei tempi come termine scientifico: nome di bacillo, di nuovo metallo, di nuova cometa, roba insomma aggressiva, pericolosa. Anche si legava a richiami esotici, nordici, sempre in linea generale e in astratto; perché venendo alla pratica e nei casi concreti, un apprezzamento sbrigativo bastava, in Italia, a illuminare il fenomeno.”
Teresa, che all’inizio del ventesimo secolo arriva a Genova dagli zii, è l’unica della famiglia ad avere il coraggio di guardare in faccia la realtà e dare voce alle sue inquietudini affermando che ormai, a trent’anni, è una donna e che probabilmente resterà nubile, rendendo vana la pantomima degli altri parenti che considera lei e le cugine sempre come ragazzine che si affacciano all’età da marito.
E infine Ofelia, che svegliandosi al termine di una lunga malattia, si vede bella per la prima volta, i tratti del viso più definiti e, in seguito al rifiuto di un fidanzato, si dedica al pianoforte e all’ insegnamento per trovare l’indipendenza economica necessaria in assenza di un coniuge. La rivediamo anni dopo attraverso gli occhi della cugina Giulia, che l’aveva spronata alla carriera da concertista: ora Ofelia è sporca, imbruttita e circondata dai figli avuti dall’uomo che aveva sposato al posto degli applausi.
Le donne di Anna Banti tentano di ribellarsi a un destino che le loro famiglie e la società hanno deciso per loro tessendoglielo addosso come un sudario, in un’epoca in cui a trent’anni si era già zitelle, fonte quindi di vergogna e un peso per la famiglia.
“«È morta giovanissima, era tanto bella» dicono se forzate a un commento; e ci vuole una forte memoria per riconnettere quella fantolina alla ragazza pallida che prendeva la pioggia senza accorgersene, nell’episodio del varo. Cacciata dal suo trentesimo compleanno giù giù sui primi scalini di una anonima vita, Teresa perde dunque l’ultima sostanza, diviene un simbolo di grazia e di sventura, ma è come non fosse mai nata. La celebrazione delle «bambine» spoglia la sua memoria di ogni parvenza di verità, del più umile diritto alla storia: santa apocrifa di una giovinezza insuperata.”
La stessa Anna Banti disse in un’intervista che il libro rappresentava lo spartiacque della sua carriera da romanziera e che diede inizio alla sua libertà e a una serie di scritti sempre più attenti alla situazione femminile. Nonostante la scrittrice si sia costantemente allontanata dalla definizione di “femminista”, possiamo ritenere le sue opere come tali. Un femminismo più silenzioso di quello degli anni Sessanta e Settanta, meglio organizzato, militante e a volte forse aggressivo. Quello di Banti rimane sullo sfondo delle sue storie ma che permea la volontà di raccontare le donne intrappolate nel ruolo di madri e mogli. Le sue protagoniste sono bloccate in un’esistenza che sembra senza via di uscita, un destino già pianificato dagli uomini o dal resto della famiglia, e solo la ribellione ne potrebbe cambiare il corso.
La scrittura della Banti è precisa e tagliente, con pochi tratti ci fa entrare in un mondo per noi lontano, e ci riesce usando termini precisi nella loro esattezza, privi di parole o metafore. Dai suoi paragrafi si apre per noi un’epoca in cui il risultato di bigodini notturni poteva influire sul futuro di una ragazza, oppure i viaggi in treno, sempre accompagnate da un fratello, si dipanavano per ore lungo un’Italia ancora giovane. E in queste vicende il coraggio si concretizza nei piccoli gesti: fermarsi durante una corsa a perdifiato, l’impegno estenuante a suonare uno strumento oppure la decisione presa in un giorno di vento. Anche se queste azioni appaiono effimere a chi è abituato alle grandi azioni drammatiche degli eroi del passato, in esse vive la rottura dei vincoli asfissianti e delle costrizioni vissute da intere generazioni di italiane.
La prima personaggia, Amina, al termine della corsa con cui si era aperto il racconto, con il terrore che il marito si sia accorto della sua assenza, cerca rifugio in camera da letto. La sera poi a cena, l’uomo a tavola dice alla cugina, che una donna come quella, bisogna sopprimerla. Amina allora si alza, e lei che fino a quel momento aveva sempre e solo bevuto acqua, prende la bottiglia di vino e se ne versa un bicchiere. Guardando negli occhi il marito lo sfida apertamente davanti al resto della famiglia, figli compresi. “Ecco la paura che mi fai. Ci bevo sopra”. Da allora la storia si capovolge, è il marito a essere insicuro, la sua non è certo paura, ma Amina lo ha spiazzato e minato il suo controllo. La donna ha smesso di tremare, se ne va in giro dritta, quasi altera. Il terrore ha finito di strisciarle nelle viscere.
“Per poco la donna non si riscuote giacché il benessere della liberazione le aveva fatto dimenticare la forma stessa della sua paura, quell’arma immaginata e non vista. «Era proprio vero, mi voleva ammazzare» è il primo pensiero, una commemorazione assorta: ma il secondo dev´esser tutt’altro se già gli occhi le luccicano di attività. La paura non è più temibile, questo bisogna dimostrare; squilla la testa di parole sferzanti, di risa intrepide che, sul basso di quel russare avvilito, fanno un bellissimo canto.”
A distanza di anni possiamo rallegrarci per questo progetto di riscoperta di una scrittrice e critica d’arte fondamentale non solo per la storia della nostra letteratura ma anche per noi, come donne, per conoscere il nostro passato lasciandoci ispirare e guidare dalle lotte coraggiose di chi ci ha precedute.
