"Il buon male" di Samanta Schweblin

"Il buon male" di Samanta Schweblin

La protagonista del racconto William alla finestra, contenuto nella raccolta Il buon male di Samanta Schweblin, è una scrittrice di Buenos Aires che si trova a Shanghai per una residenza di scrittura e che si trova a sostenere emotivamente Denyse, una collega il cui gatto – amatissimo – viene avvelenato a migliaia di chilometri di distanza. La morte del felino William si collega alla paura della protagonista di perdere il marito, Andrés, che ha scoperto da qualche tempo di essere malato e che lei ha lasciato a Buenos Aires.

“Mi spaventava l’idea del suo corpo senza lui dentro, di tutta la sua parte fisica lì in casa, completamente vuota. Ma soprattutto mi spaventava il sospetto che, se Andés fosse morto, sarei potuta morire con lui”.

A stupirmi della raccolta di Schweblin, pubblicata da Einaudi con la traduzione di Maria Nicola, è stata soprattutto la sua capacità di descrivere “il lato oscuro” della cura: paure, debolezze, piccoli egoismi che si nascondono dietro i gesti apparentemente più amorevoli del dare e del ricevere. In ognuno dei racconti sono presenti relazioni improntate all’assistenza emotiva o materiale (del gatto William, del marito malato della scrittrice, dei bambini e degli anziani presenti negli altri testi) ma tale pratica non è mai presentata nel suo lato più rassicurante o accogliente. Né potrebbe essere altrimenti nella scrittura di Schweblin, che ha fatto del realismo di inquietudine la sua cifra, raccontando il perturbante dietro ai dettagli apparentemente più insignificanti del quotidiano con opere come Distanza di sicurezza, portato in Italia da SUR, con cui ha vinto lo Shirley Jackson Award ed è stata finalista all’International Booker Prize, e con la raccolta di racconti Sette case vuote (uscita per lo stesso editore) con cui ha vinto il Premio Ribera del Duero per la narrativa breve e il National Book Award.

Ne Il buon male c’è anzi sempre una convivenza – ben richiamata dal titolo ossimorico della raccolta – tra il bene e il male non solo all’interno dei personaggi, ma anche nel loro modo di relazionarsi l’uno con l’altro, a partire dagli esseri “bisognosi di cura” per eccellenza, ovvero i bambini, presenti in ben quattro dei sei racconti.

In Benvenuta fra noi una donna che ha appena tentato il suicidio gettandosi dal pontile con delle pietre legate addosso, in pochi minuti rientra in casa, indossa vestiti asciutti e inizia a sbattere le uova per il pranzo del marito e delle due figlie, che tornano da scuola insieme a un coniglio di nome Barile, di cui le ragazzine dovranno prendersi cura per una settimana.

“Rimango a guardare il coniglio che, senza tanti giri né esitazioni, attraversa la zona pranzo fino alla scodella d’acqua che gli hanno messo sul pavimento. Mi sorprende la naturalezza con cui si muove fuori dalla gabbia. Se Barile è un viaggiatore esperto in territori sconosciuti, io sono questa donna perennemente ancorata nello stesso posto. Il coniglio si avvicina, mi annusa i piedi. Mi fa il solletico col naso e io per sicurezza mi aggrappo al bordo del tavolo”.

Nessuno nella famiglia, presa a occuparsi del vivace coniglietto, si accorge del tentativo fallito della protagonista, nonostante i pezzetti di alghe rimasti tra i suoi capelli e lo stato di turbamento malcelato in cui lei si trova. L’unico a osservarla davvero è il vicino di casa, un cacciatore scontroso che nell’arco di una notte le insegnerà a scuoiare le lepri e ad aggrapparsi al senso di colpa nei confronti di chi ama, pur di sopravvivere.

In Un animale favoloso la protagonista durante una telefonata rievoca una tragedia verificatasi molti anni prima a casa di una coppia di amici architetti, e che ha colpito il loro unico figlio, un bambino dalle capacità sorprendenti, schiacciato dalle aspettative dei genitori.

“Era un bambino straordinario e al tempo stesso normalissimo. In realtà, l’unica cosa straordinaria fino a quel momento stava succedendo dentro di me: lì, distesa sul tappeto al suo fianco, fantasticai sull’idea che qualcuno potesse aver bisogno così specificatamente, così esclusivamente di me”.

Anche in questo caso, come il gatto di William alla finestra, è un animale ad anticipare la tragedia: un cavallo incrociato dalla protagonista mentre trainava un carro troppo pesante per lui, nella estrema periferia di Buenos Aires:

“La pancia del cavallo era talmente vicina che avrei potuto sporgere una mano dal finestrino per toccarla. Era gonfia, sproporzionata rispetto al corpo così magro. Le zampe storte, il pelo consumato intorno alle cinghie. Ma soprattutto ricordo il modo in cui il cavallo girò la testa e mi guardò. Mi guardò dritto in faccia, con quei grandi occhi scuri”.

Il protagonista de L’occhio nella gola è un bambino che ha un incidente mentre si trova sotto la sorveglianza del padre, inala un corpo estraneo e deve essere sottoposto a una serie di interventi chirurgici.

“Con una forchetta, la mamma schiaccia coscienziosamente ogni mia deiezione. Mi ausculta come ha visto fare al medico, ma con le orecchie. Grido dal piacere per il solletico del suo padiglione freddo sulla pancia, sul petto e sulla schiena, e tra una risata e l’altra continuo a tossire. La mamma, che ha capito che curare vuol dire capire cosa fare e perché bisogna farlo, mi ausculta e mi ausculta con l’angoscia di chi non sa cos’è quello che sta cercando”.

Mentre la madre gradualmente accetta il dolore di quanto accaduto, il padre è schiacciato dal senso di colpa e non riesce più a trovare una connessione col bambino.

“Regge il mio corpo galleggiante con le mani aperte, evita il mio sguardo che dice «Per favore!», «Per favore!», «Per favore!» Io voglio che mi lasci andare, e lui non sa come fare. Ha perso una capacità il cui circuito è collegato anche all’abbraccio. Non riesce a lasciarmi andare e non riesce a stringermi”.

Nel penultimo racconto, La donna di Atlántida, assistiamo a un’inversione dei ruoli tradizionali di cura: durante una vacanza al mare, sono due sorelle di tredici e dieci anni a occuparsi di un’adulta, una poetessa dipendente dall’alcol, nella cui casa si introducono di nascosto di notte e a cui prendono l’abitudine di lavare i capelli. Anni dopo, la stessa donna inizia a presentarsi davanti alla porta del negozio in cui la minore delle sorelle lavora come parrucchiera, per ritornare a quel gesto antico.

“In negozio, ogni volta che la signora Pitis si abbandonava sulla poltrona del terzo lavatesta e chiudeva gli occhi, le massaggiavo la cute concentrandomi sulla fragilità del suo corpo e su quella mia voglia insolita di prendermi cura di lei: copiavo i movimenti che avevo visto fare a mia sorella quella notte, secoli prima. A un’età in cui non sapevo che qualcuno, anche un bambino, poteva proteggere una persona più grande, mia sorella mi aveva insegnato a voltare la testa della donna da una parte all’altra, con una sola mano, senza dover posare la doccetta”.

Nell’ultimo racconto, Una visita del Superiore, un’anziana paziente tenta la fuga dalla struttura in cui è ricoverata a causa della demenza. La narratrice la accoglie temporaneamente in casa sua, ignara delle conseguenze che quel gesto scatenerà quando il figlio della donna, Joel, suonerà al suo campanello e inizierà con lei uno scambio a tratti surreale, che sfocierà in atteggiamenti spiazzanti e sempre più aggressivi.

Il dialogo è un altro tratto caratterizzante della raccolta. “In ognuna delle sei storie c’è un dialogo tra due personaggi, che in alcuni casi può durare una vita intera, un pomeriggio o lo spazio di una telefonata”, ha detto la scrittrice in un’intervista. “L’idea di questo dialogo deve suggerire al lettore che sì, esiste un personaggio che si può comporre di bene e di male, ma il bene e il male non sono il messaggio. Quando il bene è capace di leggere il male e il male, soprattutto, è capace di leggere il bene, allora qualcosa può essere curato”.

Schweblin ci conduce rigorosamente senza mappa (come solo i migliori autori e le migliori autrici di racconti sanno fare) nel mosaico di emozioni e di contraddizioni del donare e ricevere cure. Un punto che riecheggia nella richiesta ossessiva che Joel rivolge più volte alla donna che ha aiutato sua madre, durante una lunga notte di incomprensioni e paura: “C’è qualcosa di cui ha bisogno?”, “Abbiamo tutto il tempo del mondo. Mi dica in cosa posso aiutarla”.

Anna Ditta

Giornalista professionista, è nata in Sicilia e vive a Roma. È autrice dei libri «Belice» (Infinito edizioni, 2018) e, con Marco Passaro e Andrea Turchi, «Hotel Penicillina» (Infinito edizioni, 2020). Ha scritto articoli e approfondimenti per diversi giornali e riviste, tra cui Left, TPI, RomaToday. Suoi racconti e contributi culturali sono usciti su Cattedrale – Osservatorio sul racconto, Rivista Stanca e minima&moralia. Nel 2024 è stata tra i finalisti del concorso “8x8 – Si sente la voce”.

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