Volti che crollano: realtà e allucinazione in Tove Ditlevsen
Le pareti del soggiorno sono verdi, così come le tende e i tappeti. Tove Ditlevsen preferisce scrivere la mattina presto, alle cinque, quando i suoi occhi si aprono e le orecchie si arricciano in risposta al freddo mattutino. È pronta a ridimensionare la realtà a ciò che vede lei, muovendosi in uno spazio che conosce soltanto in superficie, e ad attraversarlo. Visualizza volti su volti, perché il mondo che sta creando non ha corpi, né sincerità. Analizza proporzioni, sagome e lineamenti come frammenti di un’identità che non riesce a tenere insieme, che si scompone e si contraddice.
“Sarebbe durato quanto lei, questo volto che portava tracce di tante cose di cui il mondo non doveva venire al corrente? Si volgeva verso di lei con ostilità, quando lei non lo osservava? E cosa ci sarebbe stato, sotto di esso, quando un bel giorno fosse caduto a pezzi?”.
I volti di Tove Ditlevsen, pubblicato in Danimarca nel 1968, e uscito per Fazi Editore a marzo 2026 nella traduzione italiana di Alessandro Storti, è un libro che si sottrae a ogni categoria rassicurante. Non è un romanzo psicologico nel senso convenzionale del termine e non è una confessione autobiografica, ma tiene insieme entrambe le tensioni, lasciando il lettore costantemente in bilico, incapace di orientarsi fino in fondo mentre legge.
Lise Mundus è una scrittrice di successo, madre di tre figli e sposata con Gert, un uomo che subisce il talento della moglie come un torto personale e che risponde con indifferenza e relazioni extraconiugali. È in questa frattura domestica, nel cortocircuito tra l’esistenza che si aspetta e quella che riesce a vivere, che la crisi di Lise prende forma. Comincia a credere che il marito stia ordendo qualcosa contro di lei insieme alla domestica di casa, Gitte, una donna molto più giovane di lui con cui Gert intrattiene una relazione extraconiugale alla luce del sole. Lise percepisce una cospirazione silenziosa, fatta di sguardi e piccoli gesti che solo lei sa decifrare. Qui, la paranoia si incarna nei volti che, deformati, sono simbolo di una falsità percepita ovunque. La narrazione segue Lise nel suo declino: il crollo psichico, la dipendenza dai farmaci e, infine, il ricovero in ospedale.
“Era circondata dall’inferno, e nascose la testa tra le mani. Le lacrime le scesero lungo le guance, e fu come se il volto si squagliasse, colandole tra le dita”.
Ditlevsen non racconta la follia come pura perdita: c’è in questa deriva qualcosa di liberatorio, una zona di confine in cui il delirio e l’immaginazione creativa si sfiorano senza separarsi del tutto. Il libro, opera riscoperta dell’autrice danese, è pervaso dalla cruda rappresentazione della fragilità mentale e attraversato da uno stile intimo e visionario.
“I volti” di Tove Ditlevsen è uscito per Fazi editore a marzo 2026 con la traduzione di Alessandro Storti (p. 144; €17,00)
Il meccanismo narrativo più potente è l’ambiguità strutturale tra verità e allucinazione. Lise percepisce voci e presenze e il lettore non è in grado di stabilire se ciò che accade sia reale o filtrato dalla sua mente decadente. L’autrice lavora su un confine sottilissimo, senza risolverlo né concedere il sollievo di una risposta. Questa strategia espositiva costringe chi legge a diventare parte attiva del racconto, quasi coautore, e a non fidarsi di nulla. La tensione che ne risulta è costante e crescente.
È impossibile, quindi, sprofondare dentro I volti senza chiedersi dove finisca la finzione e dove cominci la confessione. Il dubbio autobiografico si evolve in questione letteraria. Lise dipende dai sonniferi che la sua donna di servizio Gitte le procura di nascosto, replicando una complicità silenziosa e pericolosa. Ditlevsen, nella vita reale, aveva pianificato il suo terzo matrimonio con un medico e, si legge nella sua autobiografia La Trilogia di Copenaghen, la scelta è stata dettata in certa misura dalla necessità di avere accesso facile ai farmaci dei quali non riusciva più a fare a meno. C’è un ulteriore dettaglio che suscita interesse: la madre di Tove si chiamava Alfrida Mundus. Il cognome di Lise è lo stesso di Alfrida e si apre una domanda che il testo non chiude: chi è davvero Lise? Una proiezione di Tove? Un’elaborazione della madre? Una sovrapposizione di entrambe? L’identità si frammenta anche a questo livello: quello delle origini, della madre che la Ditlevsen non finisce mai di cercare.
«Si sopravvaluta sempre ciò che non si ha», disse Lise. «Io non ho avuto sempre tutto questo entusiasmo per mia madre».
La capacità dialogica che Lise utilizza per chiacchierare con la sua mente è fuori dall’ordinario. A differenza di molta letteratura psicologica che tende a caricare l’angoscia interiore di enfasi, di punteggiatura spezzata e di accumuli retorici, Ditlevsen sceglie una strada opposta: uno stile asciutto, quasi freddo, controllato fino all’osso. Ogni frase è misurata e apparentemente priva di emozione. Questa distanza rende il testo perturbante in modo viscerale: più la lingua è calma, più ciò che racconta risulta inquietante. Ditlevsen governa questo effetto con la sicurezza di chi ha costruito la propria scrittura sulla poesia, prima ancora che sulla narrativa.
Tove Ditlevsen nasce a Copenaghen nel 1917 in una famiglia operaia. Inizia a scrivere versi da bambina come modus vivendi e quella necessità urgente di trasformare la realtà in lingua attraverso tutta la sua opera. La Trilogia di Copenaghen, composta dai tre romanzi autobiografici Infanzia, Gioventù e Dipendenza, è oggi riconosciuta a livello internazionale come uno dei capolavori del Novecento europeo, riscoperti con forza nell’ultimo decennio dopo anni di ingiusto oblio. Ditlevsen racconta la sua formazione personale in una Copenaghen povera e austera, l’aspirazione alla scrittura come fuga e redenzione e poi la spirale delle dipendenze da farmaci e alcol che segnerà tutta la sua vita adulta. Quattro matrimoni, quattro divorzi, ricoveri psichiatrici, la morte per suicidio nel 1976.
L’articolato espediente comunicativo utilizzato dall’autrice rende I volti un capitolo novecentesco molto vicino alle grandi opere del disagio femminile dell’epoca: allo stesso modo di Ditlevsen, Sylvia Plath costruisce la voce della sua protagonista, Esther, in La campana di vetro, come una superficie trasparente tra sé e il mondo che stravolge il reale senza sopprimerlo.
Con Plath c’è una corrispondenza precisa, quasi genealogica. La campana di vetro viene pubblicato nel 1963, appena cinque anni prima dell’uscita de I volti, e quegli anni bastano a far intuire quanto la scrittrice danese abbia guardato a Plath come a una voce capace di dare forma all’indicibile. Entrambe usano la propria vita come materiale narrativo grezzo e scrivono dall’interno della crisi invece di osservarla da fuori; combattono la stessa guerra silenziosa tra il desiderio di libertà artistica e il peso soffocante delle aspettative che il mondo riserva alle donne. Ciò che distingue Ditlevsen è una scrittura pungente, quasi diabolica nella sua lucidità, che converte il delirio in arte senza mai addomesticarlo.
Non è un caso che Ditlevsen citi Lolita di Nabokov più volte nel romanzo:
«Lolita», disse Gitte, sollevando trionfante il volume che aveva in mano. «Non lo apro dai tempi dell’orfanotrofio. Lo leggevamo di nascosto, neanche fosse stato un romanzo pornografico». «Già», disse Lise, con il coraggio che scorreva via come la sabbia di una clessidra. «Il tema più appassionante del libro è la compassione che lui prova per la ragazzina. Ne vede la solitudine, si rende conto di separarla dai compagni».
Il rintocco dei versi nabokoviani ne I volti, mentre Lise si confronta con Gitte, non è casuale: è una freccia puntata con precisione e significa chiamare le cose con il proprio nome attraverso la letteratura.
Una frase, principalmente, suona come una dichiarazione poetica, o forse come una preghiera: “Solo nell’arte si è persone libere, elevate al di sopra di quella micidiale attività che genera tutte le disgrazie del mondo”.
Questa è una citazione che Ditlevsen avrebbe potuto scrivere con il proprio nome, senza bisogno di attribuirla a un personaggio, ed è forse il momento in cui il confine tra autrice e protagonista si assottiglia al punto da scomparire del tutto. Ditlevsen, d’altro canto, è troppo consapevole per concedere certezze, e non perde occasione per rimanere sospesa in quell’’ambiguità che è la cifra del libro.
I volti è un’opera che merita di essere letta non solo come romanzo, ma come documento di una soggettività femminile in crisi, di una scrittrice che ha fatto della propria instabilità una forma estetica rigorosa. Ditlevsen appartiene a quella genealogia di voci femminili che l’Europa ha a lungo lasciato ai margini dei propri canoni letterari e che ora, finalmente, è tempo di leggere con tutta l’attenzione che meritano.
