“I beati anni del castigo” di Fleur Jaeggy

"I beati anni del castigo" di Fleur Jaeggy

È la Svizzera come ce la immaginiamo: educata, pettinata, profumata di borotalco. Ne I beati anni del castigo (Adelphi, 2015) le giornate scorrono tra letti rifatti col righello, compiti di latino e passeggiate nei prati dell’Appenzell. Ma la quiete è soltanto un velo sotto il quale la vita scalpita. Dietro quella superficie evanescente le ragazze non crescono: si congelano. Non sbocciano, sarebbe troppo poetico e Jaeggy è allergica alla fioritura. Preferisce le spine. Le sue adolescenti svizzere sono creature che osservano in silenzio, mentre tutto si disfa intorno a loro. Soprattutto l’innocenza, quella finzione collettiva a cui gli adulti si aggrappano e che loro, le educande, smascherano.

Jaeggy scrive come se l’anima le si fosse incrinata a diciassette anni e da allora non avesse più fatto un passo. Il collegio svizzero è solo una cartolina, l’equivalente paesaggistico di un’ipocrisia. Dietro, si agitano i turbamenti sessuali, il disprezzo per il denaro e per chi lo ha senza meriti, la crudeltà come grammatica dei legami, e in particolare quello sguardo femminile che non perdona. La voce narrante non consola, non indulge, non commuove: in compenso, inchioda. C’è il sesso, o meglio, il suo avvicinarsi sinistro: è un accenno, uno sguardo troppo lungo, disturbante, che si annida nei silenzi. Lo si intuisce più che viverlo, ma è lì, nella tensione tra le studentesse, nei corpi rigidi. Il desiderio è un animale che non si lascia accarezzare. C’è il corpo: non è protagonista ma oggetto muto, intrappolato nei tessuti ruvidi, lenzuola bianche, grembiuli. Non è innocente, è un corpo che non dice ma registra tutto. È presente come un’ombra: si muove appena, ma incombe. La carne è un territorio sospeso, mai nominato, mai esplorato, eppure sotto sorveglianza continua. Le ragazze non si toccano, non si sfiorano, ma si scrutano. E ci sono le classi sociali, ovviamente, non è necessario nemmeno nominarle: parlano da sole, nei maglioni infeltriti, nei denti storti, nei modi esagerati di chi ha troppo e lo ostenta. La vergogna, più che nelle differenze sociali, sta nei tentativi di cancellarle.

I genitori sono comparse: sfocate, assenti anche quando presenti. Nessuna delle ragazze sembra avere una guida, un riferimento, un corpo adulto da cui imparare. Le uniche figure mature – suore, maestre – appaiono goffe o impotenti. Le vere autorità sono le altre ragazze: arbitre del gusto, del dolore, dell’abbandono. E allora si cresce a tentoni, scivolando l’una sull’altra, in un’educazione sentimentale senza carezze, patetismi, trauma esplicito. Un gelo pulito. Come se le adolescenti di Jaeggy non potessero permettersi l’infanzia, e quindi la schivassero con cura, con eleganza. La giovinezza, qui, non è una stagione: è una condanna a restarci bloccate dentro. Le ragazze di Jaeggy non evolvono e non si liberano, piuttosto si fissano in un prima senza dopo. Come se l’adolescenza fosse il momento esatto in cui si consuma tutto quello che conta, e poi il resto non fosse che una replica sbiadita. Una vita incastonata in una posa, in una crepa che non si rimargina. Non c’è catarsi, né traccia di guarigione anzi: c’è una tensione costante tra ammirazione e possesso, tra attrazione e violenza. A tratti, la spietatezza di Jaeggy richiama quella di Annie Ernaux in Memoria di ragazza (L’orma, 2017, traduzione di Lorenzo Flabbi): la stessa lucidità impietosa, lo stesso rifiuto della retorica che edulcora l’adolescenza come tempo felice. Entrambe scavano nell’ambiguità del desiderio, nella vergogna muta, nella fame brutale di essere viste – senza mai concedere conforto, né redenzione. È tutto trattenuto e sembra poggiare su un vuoto. Non è una scrittura che ti prende per mano: ti lascia lì, in corridoio, e si aspetta che tu capisca da sola.

Il “beato” di questo castigo è un piacere che sa di disappunto, una quiete amara che rivela la dolce sofferenza di un periodo che, seppur spiazzante, conserva un retrogusto di compiacimento. E non è neanche un castigo, in fondo, più una diagnosi: la giovinezza come malattia, come stato mentale in cui si intuisce il disordine del mondo prima ancora di avere gli strumenti per capirlo. Una sentenza silenziosa sulla giovinezza come tempo dell’estraneità, della solitudine più profonda. Le adolescenti di Jaeggy sono piene di rabbia, eppure controllatissime. Non sbattono porte, non urlano. Il libro è un esercizio di sottrazione che lascia crescere ciò che non viene detto e che si agita nei pensieri. La consapevolezza si fa densa nell’invisibile, ma le ragazze vedono tutto. E Jaeggy lo sa bene.

Alice Maya Guerrini

Alice Maya Guerrini è una pubblicitaria fiorentina e una famelica lettrice. Laureata in Lettere e Filosofia tra Pisa e Bologna, ha completato il suo percorso accademico con un master in Giornalismo Culturale. Attualmente lavora per il Corriere della Sera e La Lettura, collaborando anche con realtà indipendenti come la Biblioteca Femminista Fiesolana 2b e Lay0ut Magazine. È scrittrice di racconti e amante del mondo onirico.

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