La grammatica della strada e quella del privilegio

"Per me testimoniare la forma del presente è un'ossessione": conversazione con Teresa Ciabatti a proposito del male e dell'inessenziale

Teresa Ciabatti non scrive per compiacere. Scrive per scorticare. Donnaregina (Mondadori, 2025) nasce da un progetto preciso: raccontare la vita del super boss di camorra Peppe Misso, detto O’Nasone, anche se dopo la plastica facciale, che lui negherà fino all’ultima pagina, del soprannome non resta traccia. Per quattro anni lo incontra in luoghi segreti, lo ascolta, lo provoca. Poi spacca la storia, la contamina.

Donnaregina racconta di camorra senza esibirla: la lascia aleggiare in un corridoio buio, dove si avanza a tentoni tra segreti di padri, figli, vecchi amici e complici, mentre la borghesia napoletana si trascina nelle sue stanze ovattate, tra cappotti cammello e poltrone Frau. 

Pagina dopo pagina il romanzo si apre e si deforma: dentro ci scivola l’amore come affare sporco, la bellezza che si sfalda, il potere che diventa un abito stretto; ma anche la voglia di riscatto, il disagio mentale dei giovani, il lutto per M. Il tono è confidenziale, al punto che può essere complicato scindere l’io narrante dalla scrittrice: così, in M può capitare di intravedere Michela Murgia, l’Amica scomparsa nell’agosto 2023, come una presenza che attraversa queste pagine in filigrana, senza mai dichiararsi. Così in tutto il romanzo, i temi si fanno eco, si srotolano e si accavallano, senza gerarchie interne. Il romanzo sembra materia grezza ma è la maestria di Ciabatti, che sceglie di non offrire il mosaico da ammirare ma tessere sparse, come nel mondo si presentano le cose. Il disordine non è un errore, ma la realtà così com’è.

Molti dei tuoi libri vengono scambiati per autobiografici.
Se io dovessi scrivere della mia vita uscirebbe solo un paragrafo. Anzi, un paragrafo noioso. Donnaregina è un assemblaggio di realtà e finzione. Ci sono dialoghi, figure e dettagli totalmente inventati, e poi ci sono parti reali: ad esempio il matrimonio di Misso a cui ho partecipato o le mie conversazioni con suo nipote, Gesù di Nazareth. Ricordo la prima domanda che gli feci: “Di che si occupa lei, Gesù?”.
La verità è che nel tentativo di scrivere una biografia, mi sono resa conto che non ho fatto niente di davvero memorabile o ribelle. Non ho neanche mai marinato la scuola! Mentre nella letteratura sento la libertà di creare realtà alternative, ecco perché le mie personagge sono tutte tipe pazze.

Anche se non coincidi mai del tutto con le tue voci narranti, ho l’impressione che libro dopo libro esse cambino insieme a te. C’è un passaggio in Donnaregina in cui dici: “Che cosa ridicola avere cinquant’anni, affannare, ammalarsi.” Mi sembra una presa di coscienza.
Oh sì, è assolutamente così. Ti ringrazio per aver colto questo aspetto. Per me non conta tanto la distanza tra me, come autrice, e l’io narrante: quel personaggio è fatto di carne e ossa, è vero, e in un certo senso cresciamo insieme, invecchiando fianco a fianco. E in questo libro ci tenevo che ci fosse proprio il passaggio alla vecchiaia, cioè che la protagonista invecchiasse.

Questo libro sembra un diario, pieno di confidenze intime, ma allo stesso tempo un docu-libro e un romanzo di fantasia. Questa forma ibrida è voluta?
Lo è. Io stessa ho impiegato del tempo per capire esattamente cosa stessi scrivendo. Ho seguito diverse strade finché non ho trovato questa. Data la natura del libro (la storia di un super boss di camorra che sceglie di raccontarsi a una giornalista) era fondamentale che il lettore avvertisse quella sensazione di urgente confessione, apparentemente intima e non filtrata. Ma questo naturalmente è il risultato di un lavoro enorme: un pensiero approfondito, centinaia di incontri e ricerche, migliaia di pagine buttate. Ho lavorato a questo libro per quattro anni, e per me trasmettere questa sensazione di “confidenza” è cruciale, perché fa parte del turbamento che voglio suscitare nel lettore e che è l’opposto della rassicurazione.
Riguardo alla difficoltà di definire la forma del libro, penso che rispecchi il presente, così complesso da comunicare e interpretare come lo scroll infinito delle pagine social e delle notizie senza ordine. Un momento leggi di Gaza, quello dopo dei migliori gelati dell’estate. La realtà si presenta come un mosaico dissonante e io credo che uno scrittore abbia il dovere di riflettere su queste forme e non-forme, sul disordine del mondo per provare a riportarlo su carta. Nel mio libro questo significa evitare stacchi netti, non segnalare quando entriamo nel dramma, non indicare i cambi di tono. Esattamente come accade nel mondo esterno.

In effetti nel libro tutti i personaggi e gli elementi coabitano senza gerarchia. Mescoli le storie senza ordine di importanza: sta a chi legge unire i puntini, scegliere cosa assorbire e dove collocarlo.
Proprio così, in Donnaregina mischio, sovrappongo: ho voluto alzare il tiro. Qualcuno mi ha detto “La storia di Misso mi dava fastidio mentre leggevo quella della narratrice”, oppure “Io volevo sapere soltanto del super boss, non mi interessava la figlia della narratrice”. Per me testimoniare la forma del presente è un’ossessione. Quando sento dire che un libro appena pubblicato ricorda, ad esempio, Elsa Morante o Natalia Ginzburg, io dico: ma no! Loro hanno abitato un certo tempo, hanno scritto dei capolavori, ma non possiamo replicare. Morante e Ginzburg  già esistono e testimoniano – in modo splendido e impeccabile-  altre realtà.
Naturalmente ognuno è libero di scrivere di ciò che vuole, ma la forma deve ancorarsi a chi scrive e al suo tempo. Io penso che l’arte debba collocarsi al presente in cui viene creata: quando in un libro questa riflessione non c’è, penso che derivi da una persona che ha letto e studiato molto, ma ancora non mette il suo vissuto, il suo sguardo e quindi il suo presente in quello che scrive. Cioè manca la vita.

Il tuo sguardo punta sempre sui dettagli più spiazzanti: il super boss di camorra raccontato attraverso plastiche facciali, allevamenti di colombi e avvistamenti di ufo. Come se davanti a stelle e pianeti, ti soffermassi su di una lucciola.
Un esperto di criminalità tutto questo l’avrebbe di certo scartato, ma io credo che la letteratura sia fatta di inessenziale. La narrazione rassicurante al contrario taglia fuori il bello, che si nasconde negli anfratti delle storie. Noi siamo fatti di frammenti minuscolissimi, ed è necessario riuscire a coglierli senza la pretesa di mettere sempre ogni cosa in relazione, di compattare tutto in un blocco coerente, lineare, senza crepe. Nel libro ci sono più volte riferimenti alla mania di Peppe Misso di allevare colombi, con un trasporto che è assolutamente spropositato. Dicevo: “Io sono una persona normale, scrivo e sto qui per testimoniare il super boss del Rione Sanità, devo cogliere i frammenti di male”. Poi Peppe Misso ha invertito i piani: è stato lui a cercare in me la normalità, gli spazi di tenerezza.

La grammatica della strada e quella del privilegio: conversazione con Teresa Ciabatti

“Donnaregina” di Teresa Ciabatti è uscito per Mondadori ad aprile 2025 (pp. 228; €19,00)

Scrivi che il tuo interesse iniziale è stato quello di cercare il primo seme, l’origine remota in cui l’innocenza comincia a deviare. Com’è prendere confidenza con una persona dalla storia così ingombrante?
Mi è stato molto utile il mestiere che faccio: la giornalista. Essere abituata a intervistare le persone senza pregiudizi e idee precostituite. L’importante è partire dal momento in cui inizia la mia conversazione con la persona in questione, nel presente. In questo caso io stavo davanti a una persona di quasi ottanta anni, molto gentile, molto formale e anche molto disponibile. Penso che per noi scrittor* sia fondamentale partire liberi. Poi tanto il passato arriva.

E dal passato cos’è arrivato?
Il bambino che è stato Misso. I bambini che siamo stati tornano sempre: spiegano perché siamo chi siamo. A volte sembra una scusa dietro cui nascondersi, soprattutto per i criminali che usano la retorica dell’infanzia difficile per assolversi. Quando Peppe Misso mi disse “prendi un bambino da Napoli, portalo a Londra e imparerà l’inglese; prendi un bambino da Londra, portalo a Napoli e imparerà il linguaggio della strada” l’ho vista come una trappola. Andando avanti, ho capito che là dentro c’era qualcosa di più: un invito ad allargare la prospettiva. Non pensare al Misso quattordicenne criminale senza, ad esempio, gli abusi subiti in carcere dal Misso tredicenne, e così via. I traumi vissuti non assolvono, ma sono anch’essi parte integrante di una vita.
So che è complesso, è un esercizio che richiede di sospendere il giudizio, ma trovo davvero insopportabile l’idea che il male, il crimine o la malattia “non ci riguardino” solo perché non bussano alla nostra porta. Al contrario, penso che tutti possiamo fare qualcosa, anche solo partire da un pensiero più lucido. Avvicinarsi a ciò che sembra lontano vuol dire prenderci la responsabilità di chiederci “che ruolo ho io, dentro questa società dove accadono queste cose?”.

E cosa ti sei risposta?
Che spesso la distanza dalle cose è un alibi comodo per sentirsi innocenti. Quando Misso mi ha raccontato del terremoto dell’Irpinia del 1980, delle case mai ricostruite, delle vite sospese, di una generazione lasciata indietro, mi sono chiesta: dov’ero io, allora? Che traccia ha lasciato in me quel trauma collettivo? Alcuni dei bambini sfollati arrivarono nella mia scuola, a Orbetello. Tremila morti, ottomila feriti, trecentomila sfollati: numeri che conoscevo, che sentivo ripetere in continuazione. Eppure, nel mio immaginario, il terremoto non era nient’altro che facce nuove nei corridoi. Non mi sono mai presa la briga di capire cosa significasse per loro. Perché non dovevo farlo. Potevo restare al margine della storia senza sentirmi in colpa: un privilegio travestito da innocenza. Per me il terremoto dell’Irpinia è stato soltanto questo: una bambina timida e dai capelli rossi, a cui non rivolsi mai una parola.

Alice Maya Guerrini

Alice Maya Guerrini è una pubblicitaria fiorentina e una famelica lettrice. Laureata in Lettere e Filosofia tra Pisa e Bologna, ha completato il suo percorso accademico con un master in Giornalismo Culturale. Attualmente lavora per il Corriere della Sera e La Lettura, collaborando anche con realtà indipendenti come la Biblioteca Femminista Fiesolana 2b e Lay0ut Magazine. È scrittrice di racconti e amante del mondo onirico.

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