Ekphrasis: tra arte e letteratura - "L'aneddoto dei calchi" di Maria Teresa Rovitto

Nel romanzo d’esordio di Maria Teresa Rovitto L’aneddoto dei calchi (TerraRossa Edizioni, 2026) la riflessione sull’arte si traduce in una più ampio discorso sul corpo femminile. La storia prende avvio dalla performance VB66 di Vanessa Beecroft tenutasi nel 2010 all’Ex Mercato Ittico di Napoli: decine di modelle nude, dipinte interamente di nero, restano ferme per sei ore. Tra questi corpi vivi, ma immobili come morti, l’artista ha disposto calchi in gesso e frammenti di statue con arti mancanti. Livia e Zoa partecipano come modelle. Da un lato la pelle scura delle ragazze e i frammenti scolpiti richiamano la tragica eruzione del Vesuvio del 79 d.C., dall’altro il corpo femminile è metafora di fragilità e oggettificazione. Pietra e carne: da questo accostamento nasce uno dei temi che permea tutto il romanzo: la vita e la morte come concetti evocati e sovrapposti.

“Ogni mese il corpo si preparava a una nuova vita, ma poi i miliardi di follicoli continuavano a frantumarsi e tutto procedeva come in quel paesino islandese dove, a causa dello scioglimento dei ghiacciai, l’acqua allaga il cimitero e gli abitanti sono spesso costretti a dissotterrare i morti, spostare le croci e scriverci reburied.”

Arte e corpo femminile hanno qualcosa in comune: la prima genera immagini, il secondo vita. Nel romanzo i due piani si confondono: l’immagine diventa corpo, il corpo diventa immagine. Per la società entrambi esistono per essere visti, replicati, consumati. Ed entrambi, nel momento in cui smettono di riprodurre, perdono il loro valore agli occhi del mondo che li circonda. La performance restituisce i calchi dell’eruzione ed è per sua natura temporanea: a renderla eterna interviene la fotografia, altra forma artistica che ne fissa per sempre l’immagine. Tuttavia la copia allontana inevitabilmente dall’autenticità.

“Non vuole finalmente riconciliarsi con il mondo? Soddisfare quel bisogno di ritornare alla realtà, dopo tanto coraggio? Spogliarsi di questa tremenda sensazione di vivere nella menzogna, intrappolata nelle foto della performance? È comprensibile. Quelle foto sono una menzogna. E poi, sa perché oggi spesso delle performance restano le foto? Per denaro”.

La fotografia permette di copiare, ma anche di perfezionare tutto ciò che nella realtà risulta imperfetto.

“Alla fine, però, dovette ricredersi e usò addirittura le foto come strumento per rivedere e correggere le opere in lavorazione, indicando a penna i cambiamenti da apportare. Comprese inoltre che rendevano il suo lavoro disponibile in una forma diversa e arrivò al punto di dichiarare non solo che le immagini fotografiche spesso possono avere una presenza più incisiva delle opere vere e proprie, ma che forse ha spesso cercato consapevolmente un effetto mirato alla riproduzione di massa bidimensionale della sua opera, anziché alla solitudine tridimensionale. Hai creduto che queste foto rappresentassero la morte e invece sono un risveglio, Livia, la foto ti permette di ricongiungerti.”

Dopo la performance (termine ripetuto ben cinquantasei volte in circa centosessanta pagine) Livia vive un vuoto interiore al quale tenta di dare un senso intrecciando una relazione con Raffaele, un uomo che ha acquistato una delle fotografie dell’esibizione. 

Al contempo è ossessionata dalla sparizione di Zoa, diventata per lei una sorta di specchio. L’amica custodisce – o Livia si illude custodisca – la comprensione di quanto accaduto durante la performance e di come ciò le abbia trasformate. Le origini greche di Zoa e il suo successivo ritorno in patria offrono a Livia una possibile chiave di lettura: un passato che ci appartiene culturalmente e un ritorno alle origini — alla pietra, ai calchi, al mondo classico da cui tutto era partito — sono forse il fuoco di un’identità chiara e perduta che Livia non riesce a trovare.

“Solo il fuoco che incendiava le strade greche durante le manifestazioni di protesta che seguiva in Tv e sul web sembrava averle riportato alla memoria una qualche forma di vita precedente e che nelle fiamme avesse trovato il suo elemento. Il fuoco che la aveva bruciata e carbonizzata per la performance, il fuoco dei cassonetti della spazzatura che per strada a Napoli la illuminava e la macchia di rosso in alcuni ricordi, il fuoco di una diapositiva implosa, il fuoco delle molotov scagliate per le strade di Atene contro l’Europa.”

È da lì che Livia comincia a interpretare i post di Zoa sui social come messaggi rivolti a lei, all‘esperienza condivisa, popolati via via di immagini d’arte che rimandano a quel momento lontano. È così, o è Livia che intreccia ogni cosa a quell’evento traumatico che non sa superare? Il romanzo non lo rivela. La scrittura di Rovitto lascia ampi margini all’interpretazione.

“Voleva chiedergli se non gli sembrasse evidente un chiaro riferimento al loro passato e alla performance: la figura femminile centrale sembrava Beecroft, capelli rossi, veste bianca, parti esposte del corpo proprio come nell’opera VBSS.02 (autoritratto), quella che la ritraeva allattare i due gemelli. Le due figure femminili sullo sfondo erano loro due? Una aveva la maschera (e l’altra no).”

Lo stesso meccanismo di copia, riproduzione, duplicazione, torna, con forza diversa, in un’altra opera di Beecroft richiamata nel romanzo: quella in cui l’artista allatta due gemelli identici. Alla fine del libro la riproduzione si fa carne in senso letterale, quando le donne che hanno partecipato alla performance vengono contattate da una clinica di procreazione assistita per la donazione di ovuli. 

“Non si stupì di quel progetto né che la performance pretendesse una continuazione. L’aveva abituata a considerare il suo corpo come un passaggio. Anonimo. Anche la clinica garantiva sull’anonimato.”

Così come si erano donate all’arte, ora le due ragazze vengono chiamate a donarsi di nuovo, biologicamente: un cortocircuito che porta alle estreme conseguenze l’idea del corpo femminile come mera superficie su cui scrivere e moltiplicare la vita.

“Occorre una selezione per garantire un’omogeneità di specie. Lei e le altre modelle avete avuto il coraggio di diventare un’opera d’arte. Avete compromesso la vostra vita reale. Vi siete sdoppiate, avete perso pezzi di voi, disseminati, esposti ancora oggi allo sguardo, giudicati, trasformati, acquistati. Siete state coraggiose perché avete visto nell’artista una divinità e vi siete a essa sottomesse. Avete riconosciuto, nonostante voi e il vostro futuro, il valore della sua visione.”

Ekphrasis: tra arte e letteratura - "L'aneddoto dei calchi" di Maria Teresa Rovitto

L’aneddoto dei calchi è il romanzo d’esordio di Maria Teresa Rovitto, uscito per TerraRossa Edizioni nel 2026 (pp.178, €16,00)

La scrittura procede in modo ellittico: il discorso diretto e il monologo interiore si inseriscono senza segnali, al punto che spesso non è chiaro se il narratore sia esterno o interno, se il romanzo sia condotto in prima persona — e quale — o in terza. 

Se Livia è già, in qualche misura, una copia — di Zoa, dell’immagine fotografata, del corpo esposto — è coerente che anche la narrazione non offra un punto fermo dal quale guardare: non esiste una voce “univoca” da cui far partire il racconto. Non sorprende, dunque, che il romanzo sia stato accolto nella collana Sperimentali di TerraRossa: la forma è la sostanza stessa del discorso sull’identità che il libro porta avanti.

“Quando avrebbe raccontato a Patty di questa insolita proposta, avrebbe sentito dalla sua bocca per l’ennesima volta la storia di quando, Nei miei primi due anni di vita mia madre mi somministrava infusi di semi di papavero o vino per farmi dormire o meglio per non essere devastata dai miei pianti. Sai che ti dico?, col senno di poi, faceva bene! La gente vuole sapere se vuoi avere figli, sì o no, sì o no, chiede, ma non esiste solo il sì e il no. Sarebbe stato il suo modo per dirle, Vai a Londra.”

L’arte e l’artista hanno un ruolo fondamentale, da sempre, per rappresentare i cambiamenti della società e del pensiero. Per questo la crisi d’identità che Livia stessa incarna non può che trovare espressione nell’arte contemporanea. Si salva chi torna alle origini archeologiche, con le quali il rimando è costante lungo tutto il romanzo: dall’evocazione del disastro di Ercolano e Pompei fino al ritorno in patria di Zoa, l’amica che parla il greco antico e non il moderno. Se una possibilità di sottrarsi a questo meccanismo esiste, dunque, il romanzo sembra affidarlo alla “greca”, alle sue profonde radici nel passato, alla sua identità forte, che possono ridare un senso alla vita al di là di ogni sdoppiamento per sfuggire a tale dinamica circolare.

“Abbiamo contattato durante quest’anno molti artisti che hanno umiliato e mortificato il corpo. Cerchiamo di studiare la tendenza alla radicalizzazione e spersonalizzazione del gesto artistico. L’ossessione sembra essere quella di distinguersi, quella della singolarità, il perpetuo rinnovarsi oggi è categorico, molti artisti sono tormentati dalla paura di ripetersi, a meno che la ripetizione non sia il tratto distintivo.”

La ripetizione, la copia, diventano nevrosi e specchio dell’identità contemporanea. Rovitto riporta questa crisi nella letteratura e la attraversa nell’intreccio e nello stile, nei passaggi dal discorso diretto a quello indiretto, dalla terza alla prima persona, dai fatti ai pensieri, in un modo che stupisce e lascia disorientato il lettore.

In un mondo in cui l’arte si è fatta religione, in cui la forza della vita è data solo dal suo perpetrarsi continuo, l’arte e il denaro hanno stretto un legame. 

“Donare ora il suo seme a coloro ai quali Dio aveva dato la sensibilità per l’arte e il denaro in cambio della fertilità non scatenava in lei pensieri sull’etica, né sentimentalismi su album di famiglia incompleti, né gelosie su sangue del suo sangue.”

Il romanzo propone un possibile esito differente con l’installazione di Clarissa Baldassardi con il suo fonometro ausiliare. Quest’ultimo è in grado di trasformare l’invisibile in visibile, riportando sullo schermo di un computer un grafico corrispondente ai suoni dello spazio circostante: il nostro respiro, il nostro stesso transitare, prendono così una forma chiara, distinguibile. L’arte, dunque, non produce soltanto copie o immagini, ma diventa un processo di trasformazione grazie al quale lasciare una traccia del nostro passaggio.

Monica Andrisani

Vive e lavora a Treviso, dove insegna italiano e storia. È laureata in Storia dell'arte all'Università Ca' Foscari di Venezia. Suoi racconti sono stati pubblicati su WeltLit, Nazione Indiana, L'Appeso e Narrandom. La sua fiaba "Cappuccentola" si è classificata seconda alla XXV edizione del Concorso Fiaba di Selvino (2025). Il racconto "Gli sfrattati" si è classificato terzo al concorso Caratteri di Donna – Vite dai margini, sezione professioniste, promosso dal Comune di Pavia.

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