"Donne senza uomini" di Shahrnush Parsipur
«Se vuoi essere felice per tutta la vita, pianta un giardino», scriveva Nan Fairbrother, autrice e docente inglese di paesaggio e uso del suolo. Il giardino, da sempre – nella letteratura come nell’arte – rappresenta uno spazio separato dalla realtà quotidiana, un luogo in cui ritrovare bellezza, abbondanza e armonia.
Basti pensare al giardino dell’Eden narrato nella Genesi o a quello, più inquieto e carnale, dipinto da Hieronymus Bosch nel Trittico delle delizie.
Come per Virginia Woolf la stanza era un luogo mentale e fisico di libertà, anche per Shahrnush Parsipur il giardino diventa una soglia simbolica: un confine tra obbedienza e insubordinazione.
Pubblicato nel 1989, Donne senza uomini è arrivato in Italia nei primi anni Duemila nella collana Melting Pot di Aìep Editore, dedicata al dialogo tra culture, con la traduzione dal persiano di Anna Vanzan, tra le voci più autorevoli degli studi iranisti. Oggi torna nel catalogo di Tulemond, che ne rilancia la forza visionaria e politica, restituendo ai lettorə un testo fondamentale della narrativa femminile iraniana contemporanea.
Le cinque protagoniste vengono presentate attraverso capitoli brevi, quasi schede botaniche in prosa.
La prima è Mahdokht, insegnante che respinge il corteggiamento del direttore didattico e trascorre le giornate sferruzzando per i numerosi figli del fratello, nella residenza estiva di Karaj, città dove gli abitanti di Teheran si rifugiano durante la bella stagione. Qui, la donna assiste al rapporto sessuale consenziente tra la giovane cameriera e il giardiniere molto più anziano; ne rimane talmente sconvolta da piantarsi nel terreno, trasformandosi in un albero: «Voleva diventare un albero dei paesi caldi. Lo desiderava in cuor suo, e sono sempre le faccende di cuore che spingono gli uomini alla follia». La metamorfosi di Mahdokht, come quella della protagonista de La vegetariana di Han Kang (Adelphi Editore), segna il rifiuto estremo di un corpo che non appartiene più al potere maschile. È un gesto di sottrazione e insieme di rinascita.
Seguono Fa’ize e Munes, amiche nubili rispettivamente di ventotto e trentotto anni. La prima ha mire matrimoniali nei confronti di Amir, fratello della seconda, ignaro di tutto. In un dialogo tra le due, Fa’ize spiega che la verginità è «un buco: prima stretto, poi s’allarga». Munes, turbata, risponde: «La verginità è una membrana, l’ha detto mia madre. Se una ragazza cade dall’alto, può rompersi». Munes è prigioniera in casa: Amir le ha proibito di uscire. Siamo nell’estate del 1953, durante i disordini seguiti alla destituzione di Mossadegh, il primo ministro che aveva osato sfidare lo Scià. Dal terrazzo di casa, Munes assiste all’esecuzione di un manifestante: impressionata, cade e muore. Ma risorge e inizia un percorso di conoscenza del corpo e del desiderio, fino a leggere in un manuale di sessuologia le parole che le restituiranno il senso della vita. Tornata a casa, viene uccisa dal fratello, convinto che abbia disonorato la famiglia. Fa’ize lo aiuta a nascondere il cadavere, sperando di guadagnarsi l’amore dell’uomo. Ma Amir sposa una giovane vergine e sottomessa, emblema del conformismo patriarcale. Poco dopo, Munes risorge ancora, denunciando il fratello sororicida, l’amica complice e la sposa ipocrita che in passato aveva abortito di nascosto. Ora Munes riesce a leggere i pensieri altrui e annuncia la sua partenza per Karaj insieme a Fa’ize, nonostante tutto.
Parallelamente si intrecciano due storie antitetiche: quella di Farrokhlaqa, signora della buona borghesia, e quella di Zarrinkolah, prostituta di ventisei anni.
Farrokhlaqa ha vissuto accanto a un marito che disprezza, rimpiangendo l’uomo che amava davvero e che, partito per gli Stati Uniti durante la guerra, aveva sposato un’americana. Dopo la morte dell’amante, la donna provoca involontariamente la caduta fatale del marito, deciso a prendersi una seconda moglie più giovane. Si trasferisce a Karaj, comprando una villa per rifarsi una vita e scalare la società.
Zarrinkolah, invece, ha lavorato fin da ragazzina in un bordello, arrivando ad avere fino a trenta clienti al giorno che inizia a vedere senza testa, privati di identità, ridotti a pura funzione sessuale. Teme la follia e intraprende un pellegrinaggio che la condurrà, stremata, proprio a Karaj.
Nel giardino di Karaj, attorno all’albero-Mahdokht acquistato da Farrokhlaqa, si riuniscono tutte: Munes e Fa’ize, reduci da una violenza durante il viaggio, Zarrinkolah e la padrona di casa.
L’unico uomo ammesso è il giardiniere gentile che sposa Zarrinkolah, resta incinta e lo aiuta a nutrire l’albero con il suo latte.
Il giardino, come quello edenico, non unisce ma separa: è un limbo in cui le cinque donne trovano spazio e tempo per rompere col passato e tentare di costruire il presente. Come nella Donna sul filo del tempo di Marge Piercy (Sur Edizioni), anche qui l’utopia femminile non è evasione, ma fondazione: un esperimento di convivenza fragile, costruito su un nuovo linguaggio del corpo e del desiderio.
Luce e buio, acqua e terra, vita e morte: le coppie simboliche di Parsipur raccontano l’indicibile. L’autrice non si affida solo al simbolismo: la sua lingua è diretta, provocatoria, scandalosa per il modello culturale iraniano dominante. Attraverso cinque figure archetipiche – la vergine, la maestra, la moglie, la vedova, la prostituta – esplora i corpi femminili e le loro trasformazioni: verginità, desiderio, mestruazioni, menopausa, maternità. Temi tabù che valsero al romanzo la censura e all’autrice l’arresto.
Shahrnush Parsipur, nata a Teheran nel 1946, è una delle voci più coraggiose della letteratura iraniana contemporanea. Laureata in Sociologia, iniziò la carriera come autrice del programma televisivo Rural Women, dedicato alle condizioni delle donne nelle zone rurali, prima di dimettersi in segno di protesta per la tortura di due giornalisti da parte della SAVAK, la polizia segreta dello Scià. Fu arrestata, poi nuovamente incarcerata dopo la rivoluzione islamica per oltre quattro anni. Donne senza uomini venne censurato in Iran: ufficialmente per un dialogo sulla verginità femminile, in realtà, per la sua radicale messa in discussione dell’ordine patriarcale e della morale religiosa. Nonostante la censura, continua a circolare in edizioni clandestine in Iran e viene tradotto in diverse lingue, tra cui l’italiano.
Dopo essersi recata in veste di intellettuale iraniana negli Stati Uniti, in Canada e in Europa, Parsipur torna in Iran e scopre che tutti i suoi libri sono stati banditi: è quindi costretta a emigrare negli Stati Uniti, dove vive tutt’oggi. Il suo impegno per la libertà di espressione e i diritti umani le ha valso il prestigioso premio Hellman-Hammett nel 1993.
Nel 2009 collabora alla realizzazione dell’omonimo lungometraggio, diretto da Shirin Neshat, vincitore del Leone d’Argento a Venezia, che ne ha amplificato la dimensione visiva e simbolica, trasformando il giardino in un tableau di corpi sospesi, come in una parabola mistica sulla libertà.
Oggi, mentre le donne iraniane scendono in piazza al grido di Donna, Vita, Libertà, la voce di Parsipur risuona come un seme che continua a germogliare, a tutte le latitudini.
Come scrive Anna Vanzan nella prefazione: «Shahrnush Parsipur affronta i problemi della donna e dei suoi rapporti sociali in modo universale: la sua critica non si ferma alla situazione delle donne d’Iran, ma mira a sottolineare problemi e istanze che hanno le donne in tutte le società, d’ogni luogo e d’ogni tempo».
