De Céspedes e Viganò: uno sguardo intersezionale sulla Resistenza
Poche sono le esperienze sui fronti di guerra del Novecento europeo raccontate da penne femminili, così come poche sono le narrazioni di uomini spaventati dal razionamento alimentare e dalla conseguente incerta sussistenza propria e della prole. Sono storie fuori dal comune perché contrarie ai vincoli sociali, e che riflettono un modo alternativo di interpretare la realtà. Anche quando le esperienze sembrano sovrapporsi, come quelle di partigiane e partigiani, bastano dei dettagli, degli squilli d’immagine per capire che le esistenze di uomini e donne erano imbrigliate nel genere d’appartenenza.
Sebbene il secondo dopoguerra italiano vide l’esplosione editoriale di romanzi e racconti a tema Resistenza, la traccia femminile e la specificità della condizione della donna in lotta non è trattata quanto quella dell’uomo, il «testimone universale» di cui parla Primo Levi.
La scelta di una scrittura memorialistica, sia da parte degli uomini sia delle donne, diede vita a narrazioni diverse, piccoli pezzi di un puzzle che solo incastrati insieme restituiscono un’idea composita di quella che è stata l’esperienza sotto le armi – vicina o lontana dai fronti di battaglia. Queste opere neorealiste, intrise di autenticità e corredate da descrizioni puntuali spesso crude, furono pensate per rendere dignità e giustizia alla vita in tempo di guerra. Cristina Savettieri ne Le poetiche della realtà: gli anni del secondo dopoguerra scrive che “La scrittura diventa in quegli anni uno spazio di espressione veridica che non tollera alcuna retorica”. Seppur, come affermato da Savettieri, questi scritti non si lasciano avvolgere da una marcata artisticità, non si limitano neanche a restare esclusivamente testimonianze. Non risultano delle semplici cronache, ma opere letterarie vere e proprie in cui le esperienze vissute vengono sublimate dalla scrittura: la parola si fa immagine mentre la narrazione procede, scandita da scelte precise e fantasiosamente funzionali.
Ne sono testimoni Renata Viganò e Alba De Céspedes. I loro romanzi sulla Resistenza, L’Agnese va a Morire e Dalla parte di lei, usciti nello stesso 1949 ma tanto diversi per stile, strutture e personaggi paiono uniti da un filo rosso capace di connettere profondamente le molteplici esperienze vissute; come se la timida Agnese di Viganò abbia potuto, in un qualche misterioso modo, conoscere l’ipersensorialità dell’Alessandra figlia di De Céspedes. Entrambe in contatto con la solitudine, consapevoli di non poter parlare ed essere ascoltate, abbandonate nella ricerca di una propria voce, desiderose di denunciare gli orrori visti e subiti. Un legame forte, sebbene immaginario, che unisce le due scrittrici facendo emergere un lato della lotta partigiana spesso oscurato dal canone letterario tradizionale. Queste storie, convergenti per alcuni aspetti e distanti per altri, restituiscono uno sguardo intersezionale sulla Resistenza, nello specifico, sulla Resistenza femminile.
Tra gli elementi ricorrenti, all’interno dei due romanzi, notiamo la scelta di realismo con cui le storie vengono raccontate: una forma semplice, diretta e testimoniale, accompagna le vicende di Agnese e Alessandra. La concretezza della Resistenza viene descritta attraverso l’apparente banalità delle giornate vissute, trascorse nell’attesa di notizie, nel terrore della denuncia o, ancor peggio, della deportazione e della morte. «Era un’epoca in cui bisognava adattarsi ad essere contenti anche solo per poche ore, un pomeriggio, una notte» (Dalla parte di lei) e nel frammezzo di quel tempo, quando serviva l’azione, far sì che i propri «atti divenissero precisi, misurati. Il contributo alla rivolta clandestina prese il carattere di un lavoro costante, eseguito con semplicità, con disciplina, come fosse sprovvisto di pericolo». (L’Agnese va a Morire).
La lotta partigiana, che fosse condotta in campagna, come nel caso di Agnese, o in città, come nella Roma di Alessandra, assume i connotati della vita di trincea: un’esistenza composta da attese estenuanti, momenti di terrifico nulla. Una realtà in forte contrasto con l’esuberante attività dei compagni, capaci di sentirsi vivi e utili all’impresa. Ciò che emerge da entrambe le opere è il valore dato da queste scrittrici all’idea di occupare, attraverso la Resistenza personale, il proprio posto nel mondo, essere sentinelle tra i tanti mutamenti del gioco. Scrive Viganò che: «La forza della resistenza era questa: essere dappertutto, camminare in mezzo ai nemici, nascondersi nelle figure più scialbe e pacifiche. Un fuoco senza fiamma né fumo: un fuoco senza sogno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano».
“Dalla parte di lei” di A. de Céspedes è uscito nel 1949 per Mondadori. Lo stesso anno è uscito “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò, pubblicato da Einaudi.
Se però l’azione di Agnese come staffetta si compie interamente tra le valli emiliane, in zone paludose ai limiti di piccoli paeselli, o tra le sterrate strade di campagna dove: «c’era stata acqua salata, quando la “bonifica” era ancora a valle, e adesso non ci cresceva più nulla, né erba, né cespugli, solo qualche sterpo stentato», le operazioni della resistenza urbana di Alessandra si svolgono a Roma, luogo limbico tra i bombardamenti e il Vaticano, dove verso la fine del conflitto i: «telefoni furono interrotti, la luce elettrica si spense; gli ultimi autocarri che abbandonavano la città vollero lasciarsi dietro il buio e il silenzio».
Attraverso questa dialettica spaziale emerge quanto in città il “fuori” fosse agognato, quanto si bramasse la libertà, il movimento; aspetti che, all’opposto, erano motivo di spavento e angoscia nella lotta “in” campagna, dove tutte e tutti erano soggetti alle intemperie, intimiditi dagli animali, umani e non, pronti ad attaccare, spesso senza un rifugio per dormire.
L’aspetto geografico differenzia le vicende delle due protagoniste che assumono, di conseguenza, movimenti e strategie antitetiche. Agnese, parte integrante del mondo che la circonda, è descritta di frequente in relazione ai mutamenti del cielo che si trova sempre sopra di lei, quando dorme all’addiaccio o cammina tra le sterpaglie per raggiungere i compagni: «Andavano per il sentiero fino all’imbocco della valle […]. Il sole non tramontava mai e poi sembrava che la notte si fosse stirata come un elastico, tanto l’alba tardava a spuntare»; la lotta di Alessandra, cittadina piccolo borghese, al contrario, si consuma maggiormente tra le mura domestiche. Fatta eccezione per qualche incarico esterno, la sua rivolta assume sfumature intime, casalinghe. L’azione agognata si trasforma in passività, in attesa di notizie del marito partigiano più attivamente coinvolto, o nella speranza di ricevere un incarico, uno slancio liberatorio in quella vita di reclusione femminile. De Céspedes racconta la Resistenza attraverso il proprio sguardo differenzialista, sottolineando come l’operato degli uomini fosse attivo, fatto di scese in campo, fughe e nascondigli; e mentre: «La città [era] pervasa dalla paura, gli uomini […] lottavano o si […] nascondevano, […] le donne [erano] sole, affaticate nella ricerca di cibo, snervate dalla mancanza di denaro».
De Céspedes è pioniera della convinzione per cui uomini e donne siano imprescindibilmente diversi, una visione del mondo binaria ma che non si concilia con la stereotipia dei ruoli di genere: l’Alessandra di De Céspedes vede negli uomini e nelle donne («stirpe disgraziata e infelice») due categorie umane distinte che hanno poco in comune ma si ribella, al contempo, ai ruoli sociali imposti a entrambi i sessi: «[Dai visi degli uomini] traspariva lo sforzo che sostenevano per accettare la sofferenza; uno sforzo superfluo alle donne, che con la sofferenza hanno familiarità. Erano meno forti di noi, sebbene maneggiassero fucili e pronunziassero parole gravissime, assolute».
In Viganò il discorso di genere è meno evidente ma soffusamente presente. L’Agnese è una donna vecchia, grassa, stanca, una gran lavoratrice a cui hanno ucciso l’amato marito e a cui – all’apparenza – non rimane nulla nella vita. È proprio dalla mancanza di ciò che viene considerato essenziale per una donna di quei tempi che comincia una nuova esistenza come staffetta. Agnese rimane però, fino al termine del romanzo, una donna silenziosa e solitaria, schiva e chiusa nella propria interiorità e che, a differenza di quanto accade in Alessandra – la cui psiche viene dettagliatamente narrata dalla propria autrice – non esprimerà mai chiari sentimenti di presa di coscienza femminile. Agnese rammendava, sedeva, ascoltava, eseguiva, trasportava il proprio corpo faticosamente e mai si stancava di esclamare: «Quello che c’è da fare si fa».
Agnese è rivoluzionaria nel proprio silenzio quanto Alessandra lo è nell’arrovellamento riflessivo; accomunate però, nella risoluzione come personaggi, dalla presa di parola.
Quel «Papà non lo faccio più» (dal documentario di Elena Doni e Giancarlo Tommasetti del 1980: Incontro con Alba de Céspedes) pronunciato da una giovane Alba De Céspedes, di fronte al padre, sconvolto per la meravigliosa poesia che la propria figlia aveva scritto a sei anni, quel timore, quella voglia di tornare al silenzio per paura di aver detto troppo e aver commesso il reato di presenza viene risolto in Alessandra, un personaggio che parla per tutto il romanzo. Alessandra narra la propria storia, il motivo che l’ha spinta a scrivere e tra le tante pagine, tra le innumerevoli vicende della vita, racconta anche dell’esperienza di lotta. Sentendo il bisogno di esplicitare la sua vicenda, esprime i propri tanti dolori e le ragioni del proprio agire: il tutto in un disegno più grande, una sorta di resoconto il più possibile vicino al vero, alla realtà della psiche; il tutto attraverso la prima persona singolare che De Céspedes sceglie per lei.
Agnese, invece, è raccontata dalla voce di Viganò in terza persona: soggetto e oggetto del romanzo, osserva e agisce in un mutismo psicologico che le consente di assumere i connotati di un totem: «Dentro, nella “caserma”, c’era silenzio: gli uomini buttati giù nelle brande, niente sonno, poca voglia di mangiare, un senso di enorme depressione in tutta la compagnia. E l’Agnese seduta in un angolo che piangeva»; questa donna, diventata staffetta per caso, ignorante e sola, diviene un’immagine sacrale, un’allegoria, un simbolo che sintetizza in sé il valore della Resistenza. Come dichiara Sebastiano Vassalli in Letture per la scuola media, edito da Einaudi nel 1974: «Agnese è la contadina protagonista del romanzo ed è anche un’immagine collettiva, è uno e molti, è soggetto e oggetto del sacrificio». Prima di morire (o forse è proprio questo a lasciarla libera di andare) Agnese prende parola contro i tedeschi; lei, sempre silenziosa, sentenzia! Come la Cassandra greca, prevede la fine della guerra, la resa dei conti tra Alleati e Nazifascisti. Riconosciuta dai suoi compagni e riconoscendosi con le vittime di guerra in generale, Agnese sa che il suo momento è ormai giunto, così come quello dei Tedeschi: «Siamo vicini alla paga, appena verrà la buona stagione. Ai tedeschi e ai fascisti non rimane più niente. […] Mi sono sbagliata. Gli rimane la paura». Ed è questo gioco di riconoscimenti che la porterà alla morte: smascherata dal maresciallo di un soldato tedesco che aveva ucciso tempo addietro, Agnese perderà la vita crivellata dai colpi sparati dall’arma nemica.
Il discorso metaletterario intrattenuto da De Céspedes e Viganò dimostra quanto la parola, e la possibilità di pronunziarla, sia essenziale per la libertà umana, ancor più quando si parla di persone che appartengono a categorie di solito silenziate, come nel caso di Agnese e Alessandra. Due donne che nonostante tutto comprendono, ognuna a suo modo, che per mutare la società e fermare la guerra «bisognava cambiare il mondo».
