"Controverse", a cura di Livia Apa e Ubah Cristina Ali Farah

"Controverse", a cura di Livia Apa e Ubah Cristina Ali Farah

Sono diverse le forme di sconfinamento che Controverse, pubblicato da Capovolte edizioni lo scorso maggio, permette di sperimentare. C’è l’attraversamento del limite tra forma orale e scritta, perché il libro è composto da una serie di conversazioni che le curatrici Livia Apa e Ubah Cristina Ali Farah hanno avuto con nove autrici, poi riportate per iscritto. C’è lo sconfinamento generazionale: quattro scrittrici che hanno un percorso più lungo alle spalle (Gabriella Ghermandi, Igiaba Scego, Gabriella Kuruvilla e Kaha Mohamed Aden) si confrontano con altre (Espérance Hakuzwimana, Wissal Houbabi, Djarah Kan, Stella N’Djoku e Nadeesha Uyangoda) che appartengono a una nuova generazione. Ci sono poi gli sconfinamenti individuali, dato che molte di loro sono anche performer, artiste, giornaliste, musiciste, poetesse, attiviste, ricercatrici, e portano queste pratiche a nutrimento della propria scrittura e della propria visione del mondo.

C’è, soprattutto, lo sconfinamento della “diaspora”, la parola scelta dalle curatrici per raccontare le identità multiple delle persone intervistate, senza utilizzare etichette diffuse soprattutto negli ultimi anni, come letterature migranti, afrodiscendenti, seconde generazioni e altre ancora. Termini che si rivelano – come emerge nelle interviste – problematici, contraddittori se non addirittura sgraditi. E che rischiano di diventare “una trappola”, come sottolinea Livia Apa nella sua Nota di apertura richiamando la riflessione della filosofa franco-congolese Nadia Yala Kisukidi a proposito del tema della diaspora e del ritorno. Il pericolo, spiega Apa, “è rinchiudere il soggetto diasporico nella gabbia dell’esotico, dell’altro da sé addomesticabile, una gabbia che smaschera sé stessa, però, nel momento in cui si scontra con la difficoltà di definire quei corpi che sente come estranei da sé”. Al contrario, “il soggetto diasporico (…) ha un enorme potere e potenziale politico proprio perché non si barrica ma può promuovere, piuttosto, una sua strategia di equilibrio tra mondi”. Questo è ciò che, sottolinea Apa, rappresenta “la vera utopia dell’esistenza diasporica: essere presenti in più mondi contemporaneamente, nonostante la scarsa dialettica che li lega, e rendere fattibile in ognuno di essi abitare e sviluppare le possibilità di una vita nonostante tutto”. 

L’intervista che apre il libro è quella a Kaha Mohamed Aden, scrittrice e attivista somala e italiana scomparsa nel dicembre del 2023 a cinquantasette anni. La scelta di partire dalle sue parole è particolarmente felice, perché la scrittrice traccia una sorta di manifesto per lo sconfinamento. Interpellata sulle proprie letture di riferimento, dice: “Sono una specie di onnivora: i confini non sono roba mia. Appena mi mettono un confine faccio di tutto per valicarlo, anche casualmente. Sono cose che mi mettono in difficoltà, i confini. Anche con la lingua italiana, io vado dall’altra parte e anche se sbaglio chi mi ascolta, chi mi legge, capisce. Non ho bisogno di essere accettata, io”. Quello di Kaha Mohamed Aden è un richiamo allo storico nomadismo della popolazione somala, definito “un modo di pensare” oltre a una modalità di vivere lo spazio. A questa libertà di movimento fisico e mentale, la scrittrice affianca la rivendicazione di quello che potremmo definire il “diritto di non piacere”, liberando il riconoscimento del proprio valore dallo sguardo altrui. “Io sono qua, pascolo, vado in giro, e se non ti piace non ascoltarlo. Se non ti piace io vado oltre. L’altro ha totale libertà di non leggere e buttare nella pattumiera quello che dico. Non mi offendo, né credo che io debbo piacere per forza”. Una riflessione che lei allarga alla questione del canone letterario, principalmente maschile, bianco ed eurocentrico. Alla cecità del mondo verso le identità diasporiche, Kaha Mohamed Aden contrappone la realtà dei corpi. “Siccome noi incarniamo la realtà, questo è, come si dice, un problema loro (…). Io non ho questa urgenza di educare il mondo: se il mondo non sa, mi dispiace, però non è che devo spiegarglielo io”. Una presa di posizione che sposa simmetricamente l’invito di una delle ultime autrici intervistate, Wissal Houbabi, a “difendere la propria posizione, la posizione scomoda” (si veda la citazione completa più avanti).  

Le curatrici non hanno inserito le interviste in ordine cronologico o alfabetico, ma hanno optato per una struttura a spirale, creando un vortice di punti e contrappunti. Gli argomenti principali cui torna lo scambio tra le scrittrici sono gli intrecci linguistici e culturali, le dinamiche razziste, di privilegio e marginalizzazione nel mondo dell’editoria, l’uso dei social media e, soprattutto, il valore pubblico della letteratura come “strumento per uscire dalle maglie oppressive di una visione bianco-centrica e raccontare un presente reale, in una direzione diversa dall’unica che viene considerata possibile”.

Considerata la vastità di questi argomenti, che sarebbe difficile ripercorrere singolarmente esplorando le posizioni delle varie autrici, ho selezionato delle citazioni che ruotano intorno a un unico tema: le distorsioni del mercato editoriale, dai problemi legati all’accessibilità a quelli della rappresentazione e dell’auto-rappresentazione consapevole. Ecco quindi un estratto da ciascuna intervista successiva a quella di Kaha Mohamed Aden già citata sopra.

Djarah Kan: “Il fatto di esistere in quanto autori razzializzati e italiani è fondamentale. Ma è anche strumentalizzabile dalla peggiore destra e sinistra. Ogni passo in avanti che compiamo è un passo che in ogni momento una persona bianca può rivendicare come sua concessione e opera di bene nei confronti delle minoranze. Ed è proprio per questo che bisogna ricordare a sé stessi, anche quando si è all’apice del successo personale, che riuscire a vincere la lotteria in un sistema che opprime gli scrittori neri e poveri è parte dei mille meccanismi di sopravvivenza del sistema stesso. La vita di molti scrittori neri funziona proprio come quella del protagonista di Cancellazione, il romanzo di Percival Everett. Nel sistema capitalistico, dove la cultura diventa una merce che produce propaganda e rafforza l’egemonia, i confini tra l’autosfruttamento, il desiderio di autenticità e la sopravvivenza sono così sottili da non sembrare più nemmeno confini. E attraverso una ricetta specifica si crea un prodotto commerciale che ha sempre le stesse caratteristiche: sofferenza, razzismo, vittimismo, resilienza e disagio esistenziale a uso e consumo di un certo tipo di pubblico bianco. Magari lo scrittore o la scrittrice crede davvero nella sua storia e si impegna anima e corpo per scriverla. Ma resta sempre il dubbio che ciò che ha scritto, per quanto potente e autentico, possa essere sbranato e digerito da tutte le forze anti-rivoluzionarie, anti-artistiche e anti-letterarie che attraversano la società italiana”.

Igiaba Scego: “In Italia la lettrice tipo dei nostri libri è una lettrice quarantenne, cinquantenne, sessantenne, borghese e magari molto politicizzata e molto progressista. Piano piano lo scenario sta cambiando, e questo significa che i libri parlano e riescono a tirare dentro persone diverse. Per quanto riguarda il ruolo della letteratura in Italia nello specifico, io spero che diventi meno borghese, perché abbiamo tante storie borghesi – non se ne può più – e c’è bisogno di un’editoria che si allarghi come parco autori. È bellissimo avere tutte noi che scriviamo, siamo soprattutto donne, ma a me piacerebbe anche leggere libri di scrittori neri. Tra i giovani neri sono pochissimi quelli che scrivono, forse perché è più difficile accedere all’editoria. Mi piacerebbe che l’editoria fosse meno bianca, meno maschile, meno cisgender. Vorrei un po’ più di mescolamento, ecco, perché significa trovare libri nuovi e nuove possibilità”.

Espérance Hakuzwimana: “(…) penso che ancora oggi ci sia il tema fondamentale dell’accessibilità: per me vedere case editrici completamente bianche (e per bianco intendo veramente una questione più che altro di assetto e di pensiero, di dinamiche interiorizzate e condizione socio-economica) è non solo deprimente, ma anche sintomo del grandissimo lavoro che c’è da fare. Dal 2020, dai fatti dell’assassinio di George Floyd in diretta mondiale e le conseguenti proteste per i diritti civili delle persone Nere, il mondo dell’editoria internazionale si è visto costretto a diversificare la sua offerta. L’impressione però è stata quella di una vera e propria corsa ad autrici e autori “diversi”, perché in questa gara di inclusione della diversità non si può certo restare indietro. Il problema è che le soggettività di persone razzializzate sono state semplicemente messe in vetrina senza che venisse fatto alcun lavoro di consapevolezza e critica su ciò che accade all’interno delle case editrici stesse. La sensazione è che siano aumentati i titoli e le voci delle minoranze, ma queste minoranze continuano a non rientrare minimamente nel mondo decisionale dell’editoria. Scout, agenti, editor, direttori di collana, grafici, correttori di bozze sono nella stragrande maggioranza persone bianche. Per me, questo è un tema pregnante che persiste nella mia frustrazione quotidiana. Ed è inevitabilmente collegato al tema dell’accessibilità”.

Nadeesha Uyangoda: (…) “penso che le prime scrittrici postcoloniali, della migrazione, insomma italofone, abbiano avuto un approccio alla letteratura molto diverso rispetto a quello nostro, nel senso che mi sembra che siano state forse più delle mediatrici, hanno avuto delle difficoltà più grandi ad avere accesso all’editoria italiana e poi a non essere stereotipate all’interno della struttura editoriale (…) Dall’altro lato, le prime scrittrici postcoloniali secondo me hanno fatto realmente letteratura, letteratura nel senso di narrazione, di fiction, mentre la mia generazione, per entrare nel mondo editoriale, ha dovuto fare un passaggio dall’antirazzismo. Io personalmente mi occupavo già prima del tema, ne scrivevo già prima in forma saggistica. Però, il pericolo che ho sentito, soprattutto per le scrittrici afrodiscendenti, è quello di essere strumentalizzate all’interno di una macchina editoriale in un momento storico in cui la scrittura africana o afrodiscendente è particolarmente utile, particolarmente di moda e quindi il mio tentativo è stato quello di cercare di affrancarmi da qualsiasi tipo di utilizzo commerciale della mia scrittura o anche di marketing della mia scrittura”.

Gabriella Kuruvilla: “Ho sempre pensato che il pericolo fosse quello di finire in una sorta di ghetto, probabilmente utile agli editori per vendere un prodotto e agli accademici per indagare un fenomeno, che però spesso può sottrarre qualcosa al valore letterario delle opere per enfatizzare quello documentaristico se non addirittura folkloristico. Sviando a suo modo l’attenzione. E influenzando gli scrittori: quando vengono, o si sentono, obbligati a scrivere di migrazione in quanto migranti o figli di migranti. Certo lo puoi fare, oppure un po’, oppure no: dipende dal tuo bisogno, dal tuo desiderio. Ma se decidi di farlo, in toto o in parte, non per questo stai scrivendo letteratura migrante. Così come non viene considerata tale quella degli scrittori italiani che parlano di migrazione. Mi piacerebbe si tornasse alle definizioni “letteratura” e “scrittura”: non sarebbe male, si respirerebbe tutti meglio forse”.

Gabriella Ghermandi: [a proposito di El Ghibli, rivista online di letteratura della migrazione, fondata nel 2003] “L’idea di essere dei soggetti attivi, ospitanti, era fondamentale, era un altro modo di ribaltare l’immagine, perché noi costantemente abbiamo una comunicazione dell’Occidente che accoglie, dell’Occidente che salva tutti, dell’Occidente qua, dell’Occidente là, e non viene vista l’altra parte, veniamo completamente annullati da una retorica che vuole in ogni momento dipingere l’Occidente come grande, buono. E quindi era importante pensare a una rivista che avesse “La stanza degli ospiti”, che riproponesse il concetto dell’ospitalità africana, dove noi potevamo ospitare scrittori non migranti oppure scrittori che scrivevano in altre lingue”.

Wissal Houbabi: “Il testo che in realtà mi è piaciuto di più recentemente è il libro di un’autrice francese di origine algerina, Louisa Yousfi, che si intitola Restare barbare. (…) Restare barbara significa difendere la propria posizione, la posizione scomoda, quella di cui parla anche bell hooks, il margine per stare al margine, nel senso non soltanto, diciamo, reale, ma anche immaginario. Quindi continuare in qualche modo a preservare quella barricata. Sono l’intellettuale, sì, ma non l’intellettuale che risponde ai vostri bisogni, che si imborghesisce e abbandona la comunità, sono l’intellettuale che risponde ad altri bisogni e di conseguenza si pone anche il problema di tradurre questi bisogni, di tradurli in un linguaggio comprensibile, condiviso, di utilizzare un vocabolario che sia riconosciuto dalla comunità, eccetera, eccetera, eccetera. Restare barbare mi è piaciuto tantissimo, perché riesce a mettere insieme dall’intellettuale al rapper, e chi mette insieme l’intellettuale e il rapper per me appunto mette insieme la comunità”.

Stella N’Djoku: “(…) spesso ho notato come nei grandi Paesi, Italia inclusa, si tenda a cercare “il caso”: quella persona che diventa il fenomeno del momento, sia in ambito editoriale, musicale, teatrale o televisivo. Questo permette di rivendicare una presunta rappresentatività o inclusività.(…) Tuttavia, credo che questo approccio comporti almeno due rischi significativi: il primo è il pericolo di “bruciare” il talento di quella persona, lanciandola “nel mondo” troppo presto e quindi facendola volare un po’ ma senza darle l’opportunità di sviluppare il proprio potenziale. Il secondo rischio è che questa persona venga coinvolta esclusivamente per discutere di tematiche legate al razzismo e alla cittadinanza, facendola diventare vittima di quel meccanismo, limitandone la voce e il contributo a un’unica narrazione, spesso riduttiva. In Svizzera, in Ticino, è diverso perché non c’è il “divismo”, non c’è mai un’attenzione mediatica così grande da creare “il caso”, e quindi si può sperimentare più serenamente, senza l’ansia da prestazione o i fari puntati addosso. E in questo senso mi sento come protetta, riparata”.

Dalla questione dell’accessibilità al mondo editoriale, sottolineata sia da Espérance Hakuzwimana sia da Igiaba Scego, al ruolo delle scrittrici postcoloniali nel corso del tempo, evidenziato da Nadeesha Uyangoda, dal ribaltamento della visione occidentale evocato da Gabriella Ghermandi al rischio per le scrittrici di essere fagocitate da un sistema anti-rivoluzionario, di cui scrivono in modo diverso Djarah Kan, Gabriella Kuruvilla e Stella N’Djoku, fino alla “posizione scomoda” di Wissal Houbabi che cita bell hooks: questi brani in sequenza mostrano come la lettura di Controverse sia esplorabile non solo in modo orizzontale – ciascuna intervista letta dall’inizio alla fine – ma anche in maniera trasversale, configurando un dialogo vivo e aperto tra le scrittrici. A conferma della creazione di un tangibile “spazio di sperimentazione” che le curatrici e la casa editrice hanno saputo riconoscere e valorizzare e che probabilmente non si è ancora esaurito ma, col tempo, prenderà altre forme.

Anna Ditta

Giornalista professionista, è nata in Sicilia e vive a Roma. È autrice dei libri «Belice» (Infinito edizioni, 2018) e, con Marco Passaro e Andrea Turchi, «Hotel Penicillina» (Infinito edizioni, 2020). Ha scritto articoli e approfondimenti per diversi giornali e riviste, tra cui Left, TPI, RomaToday. Suoi racconti e contributi culturali sono usciti su Cattedrale – Osservatorio sul racconto, Rivista Stanca e minima&moralia. Nel 2024 è stata tra i finalisti del concorso “8x8 – Si sente la voce”.

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