Catherine Guérard: la riscoperta di una scrittrice libera

Uno dei misteri della letteratura francese del Novecento”: così viene descritta Catherine Guérard nella breve biografia che compare in Renata vattelappesca, la prima edizione italiana di un libro della scrittrice che dobbiamo a Ventanas Edizioni (con traduzione di Paola Vallatta). Negli ultimi cinquant’anni, infatti, il suo nome e la sua opera sono caduti nell’oblio, in Francia e non solo. Per caso (e per fortuna) ci hanno pensato Renaud Buénerd e François Grosso della casa editrice Chemin de Fer a risvegliare l’interesse per i suoi libri: Renata n’importe quoi è tornato nelle librerie francesi nel 2021 e ha vinto il Prix Mémorable nel 2022.

In un articolo comparso su L’Obs dopo l’uscita, il giornalista e scrittore Jérôme Garcin descrive il monologo-romanzo come “un grido nella notte, straziante come un addio” e ringrazia la casa editrice per la riedizione perché “ci ha fatto capire che Catherine Guérard ci mancava.” In un testo intitolato Les silences de Catherine Guérard i due editori francesi raccontano della riscoperta di Renata n’importe quoi, un’opera che dopo la sua prima pubblicazione con Gallimard nel 1967 ha mancato per un soffio il Prix Goncourt, poi finita ingiustamente nel dimenticatoio. Non soltanto il libro, a dirla tutta, ma anche la sua autrice. 

A colpire gli editori sono l’originalità e la radicalità dello stile: si tratta di un soliloquio  di duecento pagine, le riflessioni e le avventure di una donna che una mattina, alla fine degli anni Sessanta, decide di abbandonare il lavoro di domestica e vagare per le vie di Parigi con il poco che possiede. Un’unica frase dunque, fatta di pensieri e dialoghi, in cui la sola punteggiatura ammessa è la virgola; un flusso ininterrotto per raccontare l’esperienza estrema di libertà e indipendenza che la protagonista ha deciso di abbracciare. 

In occasione della sua uscita nell’autunno del 1967, il critico François Nourissier lo descrisse “un romanzo che sfida l’imitazione e scoraggia i confronti”. E come una premonizione al contrario aggiunse riguardo all’autrice: “abbiamo a che fare con un personaggio eccezionale; Renata n’importe quoi basterebbe a impedirci di dimenticare la sua autrice.” 

Ma chi è Catherine Guérard? Sarà ancora viva? Una sorpresa letteraria di questo calibro non può giacere nell’oblio. Di norma una rapida ricerca per nome sarebbe sufficiente a ritrovare l’autrice, o coloro in possesso dei suoi diritti. Non in questo caso. “Catherine Guérard” è un nome che non porta a nessuna informazione, un vicolo cieco. 

Per mettersi sulle tracce dell’autrice è necessario seguire ciò che di lei resta: le parole. La casa editrice Gallimard, che pubblicò anche Ces Princes nel 1968 (inizialmente uscito con La Table Ronde, nel 1955), conferma che l’opera della scrittrice è ormai fuori catalogo da anni e di aver deciso di conservare i diritti poiché nessuno, nel tempo, si è preoccupato di reclamarli. Dopo l’ottenimento dell’autorizzazione a pubblicare, si accorgono che rimangono in sospeso le domande più basilari: “Pubblicheremo quindi un libro senza nemmeno sapere se la sua autrice è in vita!”. Quando la notizia della pubblicazione si diffonde, parte il passaparola che, lentamente, dissipa il mistero. Si viene così a scoprire che Catherine Guérard era lo pseudonimo di Catherine Dreyfus, deceduta a Parigi nel 2010. Un profilo più preciso viene fornito da Yvonne Baby, scrittrice a sua volta e giornalista, che ha dedicato all’amica, ricordata come una donna di estrema intelligenza e cultura, un intero capitolo del suo libro À l’encre bleu nuit (Editions Baker Street, 2014). Catherine Guérard era una donna luminosa, femminista, melomane e musicista. Scriveva di musica per Elle ed era considerata dalla redazione molto autorevole. Di lei rimangono poche fotografie in bianco e nero, scattate probabilmente nel suo appartamento. In una di esse si intravede il pianoforte verticale alle sue spalle, con uno spartito aperto. Di fronte a lei, sparsi sul tavolo una grande quantità di fogli e libri. Ha quel sorriso caloroso ma “impregnato di una profonda malinconia” di cui parla Baby.

Si scopre inoltre che era nata da una famiglia ebrea alto borghese, e che ha vissuto tra Parigi e Collonges-la-Rouge, un minuscolo paese della Nuova Aquitania. Negli anni Sessanta aveva collaborato all’organizzazione del Prix d’Honneur, creato da Claude Dalla Torre in risposta al Femina, giudicato troppo accademico. Come il Femina, il premio veniva assegnato ogni anno da una giuria esclusivamente femminile e nel 1977 fu vinto da Annie Ernaux con il libro Ce qu’ils disent ou rien. La Premio Nobel per la Letteratura ricorda una lunga telefonata nella quale Guérard le confidava le sue grandi difficoltà a scrivere. E in una recente intervista a L’Express ipotizza che sia stata proprio la mancata vittoria del Goncourt, che nel 1967 andò a André Pieyre de Mandiargues per La Marge, a paralizzare la sua scrittura.

In alcune sue lettere molto toccanti destinate a Paul Guimard, con cui ha avuto una relazione, parla del suo tormento amoroso. Dopo anni di amore totalizzante per il presidente François Mitterand, con ogni probabilità il François della dedica di Renata vattelappesca, arriva lui: “non capisco NIENTE, ma niente, niente, niente di tutto questo. Non capisco nulla dei miei sentimenti, non capisco nulla di quello che è successo nel mio cuore, di quello che succede nel mio cuore. NIENTE. Per dieci anni ho adorato un uomo, pensando fosse irremovibile, eterno. All’improvviso, ne amo un altro, e poi mi accorgo di non riuscire a distaccarmi dal primo, ma che il secondo mi è sempre terribilmente caro.”

Catherine Guérard: la riscoperta di una scrittrice libera

“Renata vattelappesca” è pubblicato da Ventanas Edizioni con la traduzione di Paola Vallatta (pag. 184, €16).

“Ces Princes” è pubblicato in lingua originale da Chemin de Fer (pag. 120, €15).

Sono tante le similitudini tra Guérard e la protagonista del suo secondo e forse ultimo romanzo. Forse perché un dubbio rimane, dato che in alcune lettere fa riferimento a racconti pubblicati nella rivista Elle e “altrove”, un altrove sconosciuto e misterioso che per ora è un luogo indefinito, ma che magari in un futuro potrebbe rivelarsi.

La protagonista di Renata vattelappesca conserva delle lettere, quelle del suo amato Paul, in uno dei cartoni che si porta appresso durante il suo vagare per la città. È il contenuto a cui tiene di più, l’unico irrinunciabile. Come lei si affida a uno pseudonimo, con un’attitudine noncurante verso l’identità e ciò che rappresenta. Renata a coloro che le chiedono il suo nome risponde con disinvoltura inventandone uno, uno qualsiasi, vattelappesca. Perché definirsi è una gabbia, una costrizione.

“Ma non è più valida la sua carta, allora io mi sono arrabbiata Perché, ho detto, Ma perché è stata fatta venticinque anni fa, ha detto lei, E allora, ho urlato, io sono io, e anche venticinque anni fa ero io, Mi dispiace, ha detto porgendomi la carta, non posso aprirle un conto con questa, É la legge delle banche, ho chiesto, É il regolamento ha detto, Tutte porcherie allora questi regolamenti, ho detto, e poi ho ripreso i miei pacchi e sono andata verso la porta ma la tipa mi ha richiamato Dimentica la sua carta ha urlato, ma non m’importava, a cosa mi serviva quella carta, un’indiscrezione che diceva la mia età e tutti i segreti sul mio conto, allora sono uscita dalla banca senza tornare a prenderla, la mia carta, e per la strada ero proprio contenta che più nessuno potesse sapere come mi chiamavo, se me lo avessero chiesto avrei detto che mi chiamavo vattelappesca, Renata Cinciallegra, Renata Felcetta, e poi ecco nessuno avrebbe mai saputo la verità, nessuno, e questo significava ancora più libertà di prima, ed ero tutta felice”.

Il desiderio di libertà è certamente il motore di Renata, e possiamo presumere sia stato lo stesso per Catherine Guérard. Pare che una delle ultime frasi pubbliche della scrittrice fu proprio un riferimento alla gente che ogni anno decide di sparire dicendo “je vais vivre comme une libre”: vivrò come una persona libera. Ora che sulla sua storia c’è più luce, queste parole hanno un’eco diversa. La libertà di Renata è estrema, radicale, a tratti ingenua. Eppure, la semplicità dei suoi ragionamenti sprigiona una forza disarmante. Sin da subito la protagonista si scontra con un sistema di regole in grado di boicottare anche i più piccoli tentativi di attuazione di spontaneità “Solo i liberi rimangono sotto la pioggia, gli altri hanno paura, fuggono per andare all’asciutto, allora è la pioggia che comanda, non loro, ho pensato Ma tutta la vita è una battaglia tra noi e le cose per sapere chi comanda”.

Il tema della libertà è centrale in Ces Princes, un libro coraggioso con al centro la relazione omosessuale tra il giovane Antoine Villaert e un Generale dell’esercito, che per tutta la narrazione rimarrà senza nome. Ritornato alla stampa (su carta azzurra!) in Francia nel 2022 (con Chemin de Fer), solleva in particolare la questione del dovere, e ancor più della disobbedienza: Antoine sente di non essere principe di sé stesso, di non esercitare una sovranità sulla propria vita e per questo motivo diserta la guerra, “disertore per amore, e per un uomo”. Perché dover combattere una guerra che si rifiuta? E ancora di più, se questa ci porta lontano dall’amore? Con uno stile classico, cesellato alla perfezione, Guérard pone il fuoco sul senso di responsabilità e di onore dell’uomo di stato contrapposto alla passione bruciante dell’eroe romantico, con una riflessione del tutto attuale: “E quando il mondo si spacca e si sentono i suoni sinistri della follia umana, l’amore non muore, ma è un amore che diventa triste.” 

Renata, nonostante gli attimi di felicità provati seduta su una panchina a pensare a come si chiama un tal albero, o su autobus viaggiando senza meta, inizia a provare una certa tristezza, quando realizza che ogni scelta presa in nome della libertà si infrange contro costrizioni che si fanno sempre più frequenti e assurde. Se all’inizio prova un sentimento di ebbrezza, mentre sperimenta la dolce follia del non fare nulla in particolare, o del fare solo ciò che si desidera, non tarda ad arrivare la rabbia, lo sconforto. Eppure qualunque emozione arrivi, lei la vive senza reticenza, o vergogna. La attraversa, semplicemente, senza arrendersi: “Basta con la strada, ho detto, adesso si prende per i campi, allora ho avuto il cuore proprio colmo di gioia per la mia buona idea”.

Nel mondo della immaginazione, dove tutto è lecito, mi piace pensare che anche Catherine Guérard abbia avuto il cuore colmo di gioia quando ha percorso gli infiniti campi della segretezza, figurandosi la sua Renata. 

Francesca Serotti

Francesca Serotti si laurea in Lingue e Letterature Straniere a Bologna. Dopo un periodo a Parigi e a Milano, dove inizia a fotografare, si trasferisce a Berlino per studiare alla Neue Schule für Fotografie. Le sue fotografie sono state esposte al Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia e all’International Photo Project (Fondo Malerba per la Fotografia). Nel 2018 rientra in Italia e fonda l’etichetta musicale “Lady Blunt Records”.

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